Ascoltare i silenzi

L’apprendimento del giapponese scritto richiede più tempo e sforzo di qualsiasi altra lingua al mondo.

Gli studiosi sostengono che per padroneggiare la lingua occorrono da dodici a trent’anni, e di certo a scuola sono necessarie molte lezioni affinché i bambini imparino i due o tremila caratteri cinesi e i due alfabeti fonetici giapponesi, indispensabili per potersi considerare persone istruite. Sotto molti aspetti, una perfetta conoscenza della lingua parlata e scritta è un’arte elevata come la cerimonia del tè, la calligrafia o la meditazione Zen.

Eppure, dopo questo immenso sforzo di apprendimento, la lingua è relegata a una forma parziale di comunicazione. Secondo l’antropologo Chie Nakane, “per i giapponesi l’essenza del piacere della conversazione non risiede nella discussione (un gioco di logica) bensì nello scambio di emozioni”. Non si comunica solo con la voce, ma con tutto il corpo, inclusi occhi, sorriso, capelli, gestualità e abbigliamento. Lo scopo è di usare la lingua per ottenere una perfetta comunicazione con il minimo numero di segni, come nella piccola forma poetica degli haiku. Kenichi Nakamura sostiene che la poesia collaborativa nota come renga era la forma più elevata di comunicazione, il più intenso scambio emozionale e una sorta di unione estatica o empatica. L’ideale è il silenzio. Tutto il linguaggio, recita una massima giapponese, è una barriera a uno scambio reale e profondo. Nel silenzio si può leggere qualsiasi cosa gli altri desiderano, così come una persona può leggere ciò che desidera nel vuoto di un sacrario o nella meditazione Zen. Gli individualisti inglesi, talvolta ritenuti anche loro discreti e riservati, in parte lo capiranno, dato che siedono spesso in un silenzio conviviale. I giapponesi portano tutto questo all’estremo.

I giapponesi ascoltano le pause, i silenzi tra le parole, ciò che è taciuto piuttosto che ciò che è detto. “Noi giapponesi parliamo con voce trattenuta, ed ellitticamente. Soprattutto curiamo le pause, così importanti nelle nostre canzoni”, scrive Tanizaki. Il silenzio è più grande dove ciò che si vuol comunicare è più profondo. Scrive Herbert Passin, “nella più intima delle relazioni non si rendono necessarie aff ermazioni esplicite: ciò che serve è la comprensione senza parole; accenni o frammenti di frasi possono servire da suggerimento, anche se degli estranei potrebbero trovarli del tutto incomprensibili”. Secondo Inazo Nitobe, “il discorso, presso noi giapponesi, è molto spesso, come lo defi niscono i francesi, “l’arte di dissimulare il pensiero”". Hearn, a sua volta, si era sentito dire: “noi giapponesi pensiamo di esprimere meglio i nostri sentimenti con il silenzio”. Questo è certamente vero in alcune situazioni, ma viene equilibrato dal fatto che chiunque, viaggiando in Giappone, vedrà gente che chiacchiera amabilmente e stabilisce e mantiene contatti con la comunicazione verbale.

Il vocabolario e l’uso selettivo dei mezzi grammaticali e sintattici permettono al discorso di agire da collante tra quasi tutte le persone e in tutte le situazioni. Essi diventano lo specchio di uno status relativo, dell’intenzione e dei desideri altrui, uno strumento per eludere le opposizioni, pronto per creare ambiguità, sfumature, un ibrido semantico. I giapponesi sembrano sapere cosa possono significare gli indizi verbali perché sanno già cosa l’altro vuol dire prima ancora che lo dica. Ciò rende i giapponesi in grado di abitare il loro mondo fortemente interconnesso, poiché per tutti il linguaggio ha una valenza relativa, ha pochi signifi cati intrinseci ma è ricco di grandi sottigliezze allorché viene interpretato da chi ascolta.

Vale la pena evidenziare ancora una volta il fatto che molte altre lingue condividono delle caratteristiche col giapponese. Anche la lingua thai ha pronomi che rifl ettono differenze sociali e molte lingue asiatiche seguono lo stesso ordine delle parole della frase giapponese. Il coreano ha formule di cortesia simili a quelle del giapponese. è quindi diffi cile defi nire con precisione le peculiarità del linguaggio quotidiano riferendoci unicamente alle caratteristiche della lingua in sé. Ciò che appare importante è il modello di comunicazione piuttosto che la struttura del linguaggio. Per certi versi, i giapponesi rappresentano l’opposto dell’ipotesi linguistica secondo cui è il linguaggio a defi nire ciò che possiamo pensare. In Giappone, in effetti, la lingua consente di pensare e dire molte cose, e i giapponesi, sempre riluttanti a gettar via qualcosa, mantengono nella loro grammatica un’enorme quantità di strumenti linguistici che usano raramente. Sono i rapporti sociali a determinare in che modo viene usato il linguaggio e come il mondo è concepito, non viceversa. In giapponese ci sono ottimi modi per distinguere tra attivo e passivo, tra colui che compie un’azione e colui che, in quanto parte passiva di un processo, subisce l’azione. La grammatica permette di dire “io faccio”, eppure, in realtà, vengono preferite le forme passive. Qualcuno dice che l’inglese è una lingua “del fare”, in cui i soggetti “fanno” determinate cose, mentre il giapponese è una lingua “del divenire”, che descrive processi e cambiamenti senza focalizzarsi su chi agisce. Una donna inglese, per esempio, può dire al suo principale: “Ho deciso di sposarmi”, mentre una donna giapponese direbbe: “La situazione ha preso una piega tale che sta per celebrarsi un matrimonio”.

Una simile modalità indiretta del discorso può avere un impatto signifi cativo quando si discute della responsabilità personale di un’azione. Dopo il 1946, quello che i giapponesi dicevano non era tanto “abbiamo scelto la democrazia” quanto “questo è divenuto il mondo della democrazia”. Come risulta dagli atti dei processi a criminali di guerra sotto accusa, molti rifi utarono di ammettere di aver avuto un ruolo attivo negli avvenimenti. Mentre i generali tedeschi riconoscevano di aver deciso di andare in guerra, molti giapponesi descrivevano l’intero processo del confl itto come il progressivo dipanarsi di un insieme di avvenimenti esterni da cui erano stati travolti e su cui avevano un controllo scarso o nullo. Essi erano convinti di essere stati “agiti” più che “agenti”.