15 maggio 2014

Chelsea Hotel: una stanza nell’hotel dei sogni

Chelsea Hotel dettaglio cover

Sulla 23esima strada a New York City c’è un palazzo leggendario. Non tanto per lo stile architettonico, che è comunque un bizzarro e fascinoso mix di neogotico e art déco, ma soprattutto per gli straordinari personaggi che lo hanno frequentato per oltre un secolo.

Parliamo naturalmente del Chelsea Hotel. Alla sua storia, inziata nel 1884 dal sogno di un architetto idealista e geniale e ancora ben lungi dall’essere conclusa, la giornalista e scrittrice americana Sherill Tippins ha dedicato questo libro. Leggetelo tutto d’un fiato, divertendovi a ripercorrerne la storia dagli anni ruggenti della vecchia New York fino ai giorni nostri, o andate in cerca delle pagine che riguardano molti dei miti culturali del nostro tempo. Da Edgar Lee Masters a Jack Kerouac, da Jimi Hendrix a Janis Joplin, passando per Arthur Miller o Jackson Pollock, vi passeranno sotto gli occhi aneddoti, istantanee e scene di vita di quello che può essere definito l’hotel dei sogni.

Ecco alcune delle parole introduttive di Sherill Tippins.

In mezzo al rumore e alla polvere del traffico estivo l’Empire State Building perde il proprio fascino, e se ci si passa davanti tutti i santi giorni il vecchio e maestoso Dakota, ex dimora di John Lennon, si trasforma nell’ennesimo condominio. La vita scorre e il reticolo di luoghi storici cede lentamente il passo ai nostri più importanti segnavia: il fabbricato a uffici in cui abbiamo ottenuto il primo lavoro, il ristorante dove il nostro fidanzato chi ha chiesto la mano, il parco in cui siamo stati aggrediti e derubati. Come i giovani virgulti mettono in ombra gli alberi più vecchi, i monumenti vengono dimenticati.

Questo è quanto accaduto a me, e probabilmente a molti altri newyorkesi, con il Chelsea Hotel. Sin dal 1884 l’enorme edificio in mattoni rossi affacciato sulla 23esima strada Ovest ha dato ospitalità ad alcuni tra gli artisti più dinamici e innovativi che gli Stati Uniti abbiano espresso. L’elenco dei creativi che vi hanno abitato è così lungo da risultare di difficile assimilazione: gli scrittori Thomas Wolfe, Mary McCarthy, Arthur C. Clarke, Terry Southern, Jim Carroll, Sam Shepard e Joseph O’Neill; gli artisti John Sloan, Jackson Pollock, Larry Rivers, Julian Schnabel e Francesco Clemente; i registi Robert Flaherty, Richard Leacock, Jonas Mekas, Miloš Forman e Shirley Clarke; gli attori Edie Sedgwick, Dennis Hopper, Holly Woodlawn, Viva e Ethan Hawke; e una moltitudine di musicisti, da Virgil Thomson a Bob Dylan e da Janis Joplin a Patti Smith a Dee Dee Ramone.

 

RASSEGNA STAMPA

Repubblica 10 ottobre 2015: Chelsea Hotel, poesia, musica e morte, il condominio degli artisti torna a vivere, di Filippo Brunamonti

Venerdì di Repubblica: Altre celebrità, altre stanze, di Benedetta Marietti

 

Chelsea Hotel

Viaggio nel palazzo dei sogni

Chelsea Hotel
  • AutoreSherill Tippins
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-5920-457-2
  • Pagine 536
  • Data uscita 15-05-2014
  • Prezzo 23.00€
  • Disponibilità Disponibile

“La gente diceva che al Chelsea accadevano magie. Per circa 10 dollari alla settimana si poteva affittare una stanza accanto a Edie Sedgwick o perder tempo sul tetto con Allen Ginsberg. Con i vicini si condividevano idee, musica, denaro, vestiti, cibo cucinato sulla piastra elettrica e, a essere fortunati, forse anche un letto. Più si era fuori dal sistema, più si era dentro a questo posto.”

Ci sono luoghi che per qualche misteriosa ragione sembrano poter riassumere in sé l’essenza di una cultura, di una storia, di un mondo talvolta. Il Chelsea Hotel è uno di questi. Un grande palazzo di dodici piani in mattoni rossi, con balconi in ferro battuto e finestre a bovindo, situato al 222 della 23esima Ovest, nella zona di Chelsea, a Manhattan. Questo edificio, appariscente e anonimo al tempo stesso, è il luogo da cui sono partite le fiammate più violentemente creative della musica, della letteratura, dell’arte americana dell’intero Novecento, da Edgar Lee Masters ai Rolling Stones. È anche il luogo dove il sogno visionario più facilmente si è venato di eccessi autodistruttivi. Pionieristico esperimento di vita comunitaria ispirata alle idee del socialismo utopista di Fourier, il Chelsea diviene fin dai primi decenni del secolo un crocevia di artisti di ogni genere e provenienza. Estro e follia, arte e letteratura, cinema e musica, ricchezza e povertà, successi planetari e fallimenti miserabili, esaltazioni estetiche e abuso di sostanze vi si mescolano senza sosta: fra i suoi corridoi nascono, lavorano, amano e si consumano generazioni intere di personalità creative, tanto che qualsiasi lista di celebrità sarebbe riduttiva. Antonín Dvořák, Mark Twain, Thomas Wolfe, Virgil Thomson, Gore Vidal, William Burroughs, Allen Ginsberg, Tennessee Williams, Bob Dylan, Janis Joplin, Jackson Pollock, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Patti Smith, Robert Mapplethorpe, Stanley Kubrick, Andy Warhol, Christo, Sam Shepard, Sid Vicious, Dee Dee Ramone, Madonna, Marianne Faithfull: la leggenda che circonda questa “fantasilandia comunitaria”, come la definiva Arthur Miller (che vi scrisse la sua opera teatrale dedicata a Marilyn Monroe), è semplicemente colossale, e conta i suoi morti e i suoi delitti (dal poeta Dylan Thomas che vi si uccise a sorsate di whisky, a Nancy Spungen, la fidanzata di Sid Vicious, il leader dei Sex Pistols, che vi fu trovata accoltellata nel 1978).

Basandosi su anni di ricerche e innumerevoli testimonianze, Sherill Tippins ci offre la cronaca più esatta e coinvolgente che sia mai stata scritta di questa grandiosa e tragica epopea. Come ne ha scritto un critico americano, leggere questo libro è l’esperienza più simile ad avere in tasca la chiave di una stanza del Chelsea degli anni d’oro che oggi ci possa capitare.

Nella primavera del 1965 l’Hotel Chelsea era diventato un’autentica Ellis Island dell’avanguardia, per dirla con un giornalista, con oltre venti artisti europei o statunitensi che ci vivevano in pianta stabile.

Sullo stesso piano di [Arthur] Miller c’era Daniel Spoerri, un alto e assai dinamico parigino di origini rumene dai capelli ispidi, il quale creava “quadri-trappola” fissando a dei pannelli resti di cibo, posacenere ricolmi di mozziconi, giornali o qualsiasi cosa vi fosse poggiata sopra per poi appendere i pannelli al muro. Al nono piano era ritornato Arman, e aveva ricominciato a riempire di rifiuti il proprio appartamento, mentre in fondo al corridoio l’artista di origini ungheresi Jan Cremer, autore di un romanzo di culto e di enorme successo in Olanda, una sorta di Sulla strada nichilista, si trasferì nell’ex studio di Larry Rivers per realizzare enormi tele, alte tra i tre e i quattro metri, coperte di campi di tulipani dai colori accecanti.

L’artista pop inglese Allen Jones era arrivato con la moglie Janet per sfornare immagini erotiche dai toni brillanti a partire da fotografi e di vecchi numeri di Playboy e riviste feticiste. Al decimo piano il barbuto ex addetto stampa Harold Steinberg aveva di recente fondato la Chelsea House Publisher, ottenendo credibilità immediata poiché si era appropriato non solo del nome dell’albergo ma anche del logo per la sua carta intestata, e accanto a lui era tornato a vivere Jean Tinguely con Niki de Saint Phalle. Ispirata dalla tondeggiante gravidanza di Clarice Rivers dell’estate precedente, la Saint Phalle aveva abbandonato i dipinti a cui sparare per dedicarsi a una serie di enormi figure della fertilità in cartapesta dai colori accesi, che chiamò Nanas e che divennero ben presto talmente numerose da tracimare in corridoio, cosa che faceva sussultare la moglie di Steinberg, Mary, ogni volta che usciva dal suo appartamento.

Al Chelsea tornò anche Christo, l’artista di origini bulgare specializzato nell’impacchettare oggetti, insieme alla moglie francese, Jeanne-Claude. La giovane e affascinante coppia era approdata al Chelsea grazie a una mostra alla Leo Castelli Gallery nella primavera del 1964. Messi al corrente da Rivers e da altri amici di Parigi, i due avevano preso un taxi per l’albergo direttamente dall’aeroporto, e vi si erano sentiti subito a casa, malgrado Christo non parlasse praticamente inglese e l’accento di Jeanne-Claude fosse così mediocre che quando aveva chiesto fresh sheet, lenzuola pulite, la cameriera aveva capito shit e le aveva risposto: “Vuole della merda, signora?”. Circondati da altri artisti, tutti quanti “folli”, i due non ancora trentenni si erano sentiti normali per la prima volta in vita loro. Anche New York li abbacinava: si divertivano a infilare monetine in fessure per ottenere cibo dalle macchine dell’Automat; amavano cenare in camera con l’artista Ray Johnson, il quale portò in dono quattro forchette impacchettate nella carta che loro scambiarono erroneamente per un’opera d’arte; e rimasero meravigliati di fronte a Kleinsinger, che suonava il pianoforte nella sua giungla e poi immergeva un dito nella vasca dei piranha per farsi dare un morsettino, risvegliarsi e suonare ancora.

Fine del 1967: Sherill Tippins coglie un’istantanea della straordinaria e forse irripetibile scena musicale di New York City. Protagonisti Jimi Hendrix, Janis Joplin e, naturalmente, il Chelsea Hotel.

Bill Graham, proprietario del Fillmore Auditorium di San Francisco, decise di ingrandirsi e aprire un Fillmore East, la primavera successiva, in un ex teatro yiddish dell’East Village. Organizzare concerti rock a New York era sempre stato difficile a causa della riluttanza degli albergatori di Manhattan a ospitare i musicisti e il loro contorno di molesti tirapiedi. A un certo punto Graham, per risolvere il problema, aveva considerato l’idea di aprire un proprio “rock hotel” in città, ma alla fine del 1967 ormai, grazie a Dylan, Phil Ochs, Robbie Robertson, Brian Jones e altri, il Chelsea si era assunto questo ruolo, anche se non sempre la faccenda era andata a buon fine. Nel giugno precedente, un po’ di tempo prima che il Monterey International Pop Festival ne facesse una star, Jimi Hendrix stava prendendo una stanza alla reception del Chelsea quando un turista bianco di mezza età lo scambiò per un facchino e gli ordinò di portare di sopra i bagagli. Hendrix se ne andò disgustato mentre sopraggiungeva uno dei fattorini veri.

Nel mese di agosto Shirley Clarke ospitò un concerto improvvisato dei Grateful Dead sul tetto, per raccogliere denaro per i Diggers – un gruppo di San Francisco impegnato a fornire cibo gratuito, alloggi e altri servizi ai giovani residenti di Haight-Ashbury – ma costoro interruppero l’esibizione poco dopo l’arrivo di Andy Warhol, che secondo loro era “un buco nero ambulante”, le cui vibrazioni newyorchesi risucchiavano fuori l’energia da quell’esperienza, per cui non riuscivano a suonare.

Ad ogni modo il Chelsea sembrava ancora la speranza migliore di Graham per ospitare i suoi artisti del Fillmore East, e il suo amico Stanley Bard, sempre in cerca di flussi costanti di denaro per sovvenzionare i residenti meno affidabili dal punto di vista finanziario, fu ben lieto di prestarsi. L’apertura del nuovo locale era stata fissata per l’8 marzo 1968, con le esibizioni di Big Brother and the Holding Company insieme a Tim Buckley e Albert King. Alcune settimane prima dell’evento, Janis Joplin e la sua band arrivarono al Chelsea per fare un po’ di pubblicità e un concerto all’Anderson Theater.

Per una ragazza originaria della profonda provincia texana – un’eterna emarginata che da quando aveva diciotto anni girava da un ambiente bohémien all’altro e che aveva trovato da poco un posto che le si addiceva davvero nella sottocultura ammantata di pizzi vittoriani a Haight-Ashbury, tra tisane, abiti vintage e pigri pomeriggi con gli amici a Hippie Hill – la vita al leggendario Chelsea rappresentava un’esperienza straordinaria.

 

Sherill Tippins

Chelsea Hotel. Viaggio nel palazzo dei sogni.

© EDT 2014