Come Charles Mingus mi cambiò la vita

In questo estratto dall’Introduzione del suo Charles Mingus. L’uomo, la musica, il mito, Krin Gabbard racconta l’incontro folgorante con la musica (e i dischi) del grande contrabbassista jazz.

Charles Mingus ha fatto con la impulse! alcuni dei suoi migliori di­schi, come Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus e Mingus Plays Piano. Ma prima venne la sua suite per balletto, e Black Saint and the Sinner Lady, pubblicata nell’autunno del 1963. Un martedì sera sul tardi Dick Harp la fece sentire nella sua trasmissione radio. Certo sapeva che tutte le produzioni della impulse! erano di valore, ma non so se si fosse reso conto di quello che lo aspettava all’apertura di quel disco. Dopotutto preferiva musica più tranquilla.

Io no, evidentemente.

Fu la mia illuminazione sulla via di Damasco. Quando in quella notte di autunno del 1963 sentii Black Saint and the Sinner Lady di Mingus non credevo alle mie orecchie. Non pensavo neppure che simili colori e simili armonie fossero possibili. Mingus guidava magistralmente la sua band con il contrabbasso, i sassofoni gridavano nel registro alto e gli ottoni rombavano e ringhiavano nella gamma bassa. E appena si consolidava l’idea che fosse una musica assai minacciosa, armonie liriche e tranquille emergevano dal mix con una perfetta transizione. Il tempo accelerava e poi rallentava, creando una tensione nervosa ed eccitante, come se la musica stesse cercando la propria direzione. Scott Saul avrebbe poi scritto che Mingus era «un pioniere dell’espressione intima nel jazz, un compositore capace di sviluppare un linguaggio musicale ricco di sfumature e adatto a esprimere una gamma di emozioni estreme dalla tenerezza alla rabbia».

Non ero certo in grado di capire il “linguaggio emotivo” di Mingus, ma questo non mi impedì di decidere allora e per sempre che non ero fatto per restare a Charleston, Illinois. Là fuori c’era un altro mondo, e io volevo farne parte. Nessuno nella mia piccola città aveva mai sentito parlare di quella musica, mi dicevo, e nessuno ascoltandola avrebbe po­ tuto entusiasmarsi com’era capitato a me. Benché di certo avessi un’opi­nione falsata di una città con un’università dotata di un dipartimento di musica e di un ensemble di jazz, questo non mi impedì di decidere che volevo stare a New York. Non sapevo nemmeno che allora ci abitava anche Mingus, né che frequentava Allen Ginsberg e altri artisti beat, ma sapevo per certo che le mie simpatie erano per il popolo della notte di New York e non per il popolo del giorno represso e borghese che «Mad» metteva alla berlina in modo così accattivante.

Per un quindicenne però non è così facile mettere in pratica i suoi sogni, e per vari motivi fui costretto a rimanere ancora diversi anni nel Midwest. Fu così che nalmente nel 1975 vidi e sentii dal vivo Mingus con il suo ultimo grande quintetto, non a New York, ma a Bloomington, Indiana. Questa band si ascolta in due album, Changes One e Changes Two: George Adams (sassofono tenore), Jack Walrath (tromba), Don Pullen (pianoforte), Dannie Richmond (batteria) e Mingus al contrab­basso. E ancora una volta non credevo alle mie orecchie.

Un brano lento e lussureggiante lasciava improvvisamente posto a una cacofonia “free” e poi di nuovo la musica diventava tenera e delicata. Mingus teneva un tempo solido come una roccia, ma bastava uno sguardo a Dannie Richmond per fare accelerare o rallentare tutto il gruppo in perfetta sincronia. Non ho più sentito altri gruppi di jazz usare questa tecnica con tale regolarità e apparentemente senza sforzo.

Dall’Introduzione di Charles Mingus. L’uomo, la musica, il mito di Krin Gabbard © EDT 2017

Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli