Dall’introduzione

Ho conosciuto Matteo Pericoli nel 2001, dieci giorni dopo gli attentati, dieci giorni dopo la mutilazione di uno degli skyline più belli del mondo. Allora abitava nell’Upper West Side, sulla 102esima strada tra Riverside e West End Avenue, in una piccola casa dove sono nati i suoi lavori su Manhattan, primo tra tutti il meraviglioso disegno a cui stava lavorando, l’intero profilo dell’isola con le due torri ancora al loro posto. Un ultimo omaggio alla città che era stata e che meritava di essere ricordata.

Dopo avermi spiegato, con timidezza ma anche orgoglio, il suo metodo paziente e certosino, un metodo che mi spinse a immaginare Matteo come la reincarnazione un millennio dopo di un monaco amanuense, mi portò di fronte alla finestra della camera da letto, quella in cui disegnava.

La vista era anonima ma bellissima: puntava verso nord e si vedeva il grande campanile gotico della chiesa che sta accan- to alla Columbia University, la Riverside Church, e due canyon di palazzi alti. Mi spiegò che quel panorama era la sua parte di città, uno spicchio esclusivamente suo, che nessun altro avrebbe potuto reclamare. Mi aprì gli occhi e mi resi conto in quel momento che per me New York era un cortile con la neve, chiuso in mezzo a quattro palazzine di mattoni rossi e segnato dalle scale anti-incendio. Un’immagine che mi si era impressa negli occhi e nella memoria all’alba del mio primo giorno invernale a Manhattan. Ho ricercato un sacco di volte quella sensazione ma non l’ho mai più ritrovata e nemmeno quel minuscolo appartamento preso in affitto per una sola settimana so più dov’è.

Se anche avessi una foto di quel cortile innevato oggi non mi restituirebbe di certo quella malinconica emozione, perché le foto ti mostrano quello che c’era non quello che tu hai visto, perché ognuno posa gli occhi su qualcosa che gli è caro. È per questo che Matteo Pericoli disegnò su un grande rotolone di carta da pacchi quella finestra con il campanile più alto d’America, per non perderlo mai, così quando è tornato in Italia si è portato via la sua vista e la potrà rivedere ogni giorno della sua vita.

(Dall’introduzione di Mario Calabresi)