Domenico Barbaja arriva a Napoli

Il giovane Domenico Barbaja arriva in una Napoli al culmine della sua energia vitale e creativa. Philip Eisenbeiss ricostruisce quella fase della vita del grande impresario e, nello stesso tempo, il sapore di un’epoca. In libreria dal 26 novembre.

 

Barbaja Palazzo IschiaL’atmosfera di relativa calma garantita dal governo francese permise a Barbaja di trasferirsi a Napoli. Proprio come il moderno turista, egli dev’essere stato subito colpito dalla spettacolare bellezza della città. Oggi la più famosa attrazione turistica di Napoli è la grande piazza del Plebiscito, dominata dal Palazzo Reale; è delimitata da un lato dalla basilica di San Francesco di Paola, capolavoro neoclassico, e dall’altro dalla facciata color ocra del Palazzo Reale. Sul lato sinistro dell’edificio sorge il Teatro San Carlo, collegato al complesso reale tanto da sembrare un’estensione dello stesso. Il teatro si protende su piazza Trieste e Trento, e si apre su via San Carlo. La drammatica facciata sorge su una base di pietra cinerea con cinque grandi archi. I bassorilievi sull’architrave (oggi rovinati da salsedine e inquinamento) rappresentano scene mitologiche, mentre il piano superiore è dominato da una fila di colonne bianche, sormontate da un frontone. Il Palazzo Reale, la chiesa e la vista da piazza del Plebiscito quasi non sono stati toccati dagli sviluppi degli ultimi duecento anni.

Il giovane Domenico incontrò una città fiorente, trafficata e rumorosa. Napoli era tornata a essere una tappa obbligata del Grand Tour, il lungo “viaggio di iniziazione” con cui i rampolli delle grandi casate europee visitavano le principali città d’arte del continente per completare il loro percorso formativo. Il Tour seguiva un itinerario classico, che attraversava varie città francesi, svizzere e italiane. In genere i visitatori entravano in Italia via terra. Le prime tappe erano Genova, Torino o Milano, seguite da Venezia, Firenze e Roma. Napoli era di norma l’ultima tappa del viaggio e prevedeva escursioni a Pompei ed Ercolano, e sul Vesuvio. I visitatori ammiravano i reperti antichi, visitavano monumenti, musei e biblioteche o semplicemente si godevano il paesaggio. Negli anni Ottanta del Settecento, il poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe descrisse il meraviglioso contesto naturale in cui sorgeva la città e tratteggiò, con una certa ingenuità, la vita allegra e spensierata dei napoletani.

La scena artistica, e in particolare quella musicale si era sviluppata senza sosta fin dai giorni di Carlo iii, diventando una delle principali attrazioni della città per i primi turisti, che non mancavano di seguire qualche spettacolo nei diversi teatri, oltre a godersi il paesaggio mozzafiato, i monumenti della città e il clima mite del golfo. Napoli vantava quattro conservatori principali e un numero imprecisato di cantanti, musicisti e compositori. Era uno dei principali centri della musica a livello europeo. Il filosofo settecentesco Jean-Jacques Rousseau la definì la capitale del mondo musicale e incoraggiò i musicisti a recarvisi per perfezionare la propria arte.

Domenico Barbaja, di Philip Eisenbeiss © Traduzione dall’inglese di Davide Fassio