2 maggio 2010

Il pallido dio delle colline

Palestina

Un’appassionata escursione
attraverso i territori occupati
- The New Yorker -

Sette camminate, sette sarhat condotte sul filo della storia e della memoria in un territorio, quello della Palestina, che sembra destinato a sgretolarsi e scomparire giorno dopo giorno sotto l’assedio delle armi, del cemento e dei coloni israeliani. Questa è la materia del racconto del nuovo libro della Biblioteca di Ulisse, Il pallido dio delle colline, scritto dall’avvocato e attivista palestinese Raja Shehadeh.

Ispirata da un’attività tutto sommato quotidiana come il camminare, la scrittura di Shehadeh orienta il lettore verso un orizzonte ben più ampio e inatteso. Più che sulla descrizione del paesaggio, infatti, lo sguardo si focalizza sull’evoluzione rapida, drammatica e inesorabile dello scenario umano. Lo scenario in cui vivono i palestinesi, sempre meno liberi e sempre più prigionieri nella propria terra.

La Palestina che scompare

Dai villaggi della Cisgiordania a Gerusalemme, da Ramallah al Mar Morto, Shehadeh compie un’escursione nello spazio ma anche nel tempo. Il libro, infatti, copre un arco di circa tre decenni, dal 1979 alla prima decade del nuovo millennio.

Questi anni densi di cambiamenti e di eventi drammatici sono perfettamente assorbiti e descritti dalla narrazione. Come un partigiano Johnny mediorientale, Shehadeh compie il proprio viaggio iniziatico attraverso uno scenario che passo dopo passo, pagina dopo pagina, si colora di tinte drammatiche e si popola dei fantasmi sempre più reali della guerra e di una resistenza che pare destinata allo scacco.

Le prime camminate sono occasione di una presa di contatto pacifica con il territorio degli avi, la Palestina-madre coltivata ad olivi e resa familiare dal lavoro degli uomini. Terrazzamenti e antichi monasteri, vallate fiorite e sacre fonti sono i compagni reali e simbolici di un viaggio che, nei passi come sulla carta, assomiglia a una vera e propria fusione lirica con la natura.

A poco a poco, tuttavia, nel paesaggio affiorano gli scogli drammatici dello scontro combattuto con le armi e con la politica da israeliani e palestinesi. La terra pacifica diventa quasi un campo di battaglia punteggiato dal filo spinato e dai muri della divisione tra i due popoli. Una divisione che la politica internazionale ha contribuito per certi versi a legittimare. Come con gli Accordi di Oslo del 1993, con i quali la possibilità per i palestinesi di accedere alle colline intorno a Ramallah finì sotto il controllo dei soldati israeliani.

Nelle ultime sarhat, così, ci si accorge che la terra-madre palestinese si è ormai trasformata in uno spazio ostile: i sentieri sono prossimi a sparire, cancellati dagli insediamenti israeliani e dalle ruspe che spianano le colline, e il grembo accogliente della Palestina assomiglia sempre più a una piana desolata e sterile.

Il senso di pericolo che deriva da questo processo è il leitmotiv dall’ultima camminata, la settima. I passi di Shehadeh, che questa volta si trova in compagnia di un’amica inglese, sono bruscamente interrotti da due giovani militanti che chiedono loro i documenti, li fotografano e li fanno sentire in imminente pericolo di morte, così come sarebbe potuto accadere a un posto di blocco militare israeliano. Un segnale allarmante che l’autore colloca proprio al termine della narrazione: l’avversione di una patria per i propri figli è forse il peggior sintomo dell’ostilità che avanza.

Recensioni. Il pallido Dio delle colline

Recensioni. Il pallido Dio delle colline
  • Collana
  • ISBN
  • Data uscita 15-10-2014
  • Prezzo
  • Disponibilità In uscita
  • Mail Avvisami quando sarà disponibile

Il pallido dio delle colline

Sui sentieri della Palestina che scompare

Il pallido dio delle colline
  • AutoreRaja Shehadeh
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Viaggi
  • ISBN 978-88-6040-635-4
  • Pagine 216
  • Data uscita 13-05-2010
  • Prezzo 19.00€
  • Disponibilità Disponibile

Spero che il lettore riesca a mettere da parte tutte le immagini di guerra, e si accosti al libro con la mente aperta. Vorrei convincerlo di quanto sia straordinaria la terra di Palestina malgrado l'immane distruzione subita nell'ultimo quarto di secolo.
Raja Shehadeh

Ci sono molte piccole strade che possono guidarci a una corretta comprensione della storia. Questo libro, sorprendente in ogni sua pagina, cammina con semplicità su alcuni sentieri che hanno toccato le vite vissute da un popolo lungo due millenni. Consiglio vivamente di condividere con lui questo cammino.
John Berger

New Nature Writing:
la nuova identità della
narrativa di viaggio

L’attualità de Il pallido dio delle colline non consiste solo nel suo essere un documento dell’evoluzione geografica, politica e umana della Palestina negli ultimi decenni. Ciò che cattura l’attenzione, fin dalle prime pagine, è lo stile personalissimo dell’autore.

La descrizione del paesaggio è condotta attraverso i toni di quello che nel mondo anglosassone è stato definito New Nature Writing: un nuovo modo di intendere il rapporto tra scrittura e natura, una ripresa dello stile lirico del passato nella quale la descrizione di ambiente e paesaggio non è mai fine a se stessa, ma si carica di valenze universali.

In un’epoca che sembra aver affidato il compito di descrivere e testimoniare la realtà all’occhio oggettivo e impersonale della tecnologia, la narrativa di viaggio cerca una nuova identità e lo fa affinando lo sguardo e reinterpretando gli antichi motivi del lirismo.

Lo scopo non è quello di chiudersi nell’introspezione o in una visione “ombelicale” del mondo, ma di fare della scrittura un amplificatore dei fermenti del presente, delle passioni e degli eventi che riguardano il narratore ma anche l’ambiente in cui si trova a scrivere o a operare.

Un emblema di questo atteggiamento è il valore universale delle esperienze che nutrono il racconto, proprio come quelle che ispirano, in un crescendo di pathos e tensione lirico-drammatica, le pagine de Il pallido dio delle colline.

La voce struggente con la quale Raja Shehadeh racconta il pericolo che minaccia la propria terra si trasforma – per la forza simbolica e il valore universale della parola – in una metafora capace di testimoniare e denunciare la sofferenza di ogni popolo.

Il pallido dio delle colline è il libro in cui Shehadeh prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la storia e il paesaggio della Cisgiordania, per scoprire una terra di imprevedibile bellezza, e attraverso questa scoperta, la tragedia delle perdita e dello sradicamento di un intero popolo.

Raja Shehadeh

Courtesy of The Palestine Festival of Lit.

Ci sono tanti modi per raccontare la storia di una terra, e tanti linguaggi attraverso cui esprimere un’emozione; ognuno sceglie quello che sente più appropriato alla sua personale indole, o alla sua particolare battaglia. Non è tuttavia frequente che la stessa persona scelga di utilizzarne due tanto diversi tra loro quanto lo possono essere il linguaggio della giurisprudenza e quello, più sfumato ed emotivo, della letteratura. È ciò che ha fatto Raja Shehadeh, uomo di legge e scrittore: il fi sico minuto e solido di chi ama le lunghe camminate, un aspetto al tempo stesso pacifi co e caparbio tanto da richiamare alla mente l’iconografi a gandhiana. Da anni protagonista delle lotte legali per la difesa degli abitanti della Cisgiordania espropriati delle terre per dare spazio agli insediamenti dei coloni israeliani, si è conquistato la fama internazionale non solo con le sue arringhe ma anche con alcuni libri in cui il linguaggio diventa lirico e profondamente letterario. Il pallido dio delle colline è il più famoso.

È il libro in cui prende per mano il lettore e lo accompagna attraverso la storia e il paesaggio della Cisgiordania, per scoprire una terra di imprevedibile bellezza, e attraverso questa scoperta, la tragedia delle perdita e dello sradicamento di un intero popolo. “Sono nato a Rāmallāh in una casa vicina alle colline; le colline erano sempre sullo sfondo; in un certo senso, le colline lungo tutta la mia infanzia hanno rappresentato il giardino di casa, il luogo in cui andavo a camminare, a giocare, a fare merenda.

Quando ho cominciato a crescere, nei primi anni Sessanta, per diversi motivi queste colline hanno smesso di essere coltivate, e perché il sistema utilizzato era quello dei terrazzamenti, che proteggeva il suolo dall’erosione, l’abbandono ha cominciato a modifi care profondamente il paesaggio. Prima era caratterizzato dalle viti, dagli ulivi, dai grandi alberi; tutto attorno, le colline erano punteggiate da case di pietra che venivano adoperate sia come magazzino per il raccolto sia come ricovero per gli animali. Poi tutto è cambiato”.

Quello che Shehadeh descrive è un paesaggio naturale, ma è anche il luogo di una sorta di ‘epica familiare’: “quand’ero piccolo sentivo spesso parlare di un mio bisnonno che aveva passato i giorni migliori della sua vita su queste colline – una persona molto particolare di cui parlo a lungo nel libro; assieme all’amore per questo paesaggio, attraverso questi racconti ne ho assorbito anche una sorta di mistica, una leggenda familiare. Così, negli anni ho cominciato a fare delle lunghe escursioni, seguendo la tradizione della sarha: lunghe camminate che hanno come caratteristica quella di lasciarsi guidare dal caso e dal proprio istinto, senza un particolare scopo o una destinazione prefi ssata. È un modo di seguire il proprio spirito e di disintossicarsi dalle fatiche della vita. Ma agli anni in cui ho potuto praticare questa tradizione di vagabondaggi fisici e spirituali, sono seguiti quelli dell’occupazione iraeliana, e tutto si è fatto più diffi cile e drammatico; il percorso era ormai reso impossibile da sempre nuove interruzioni, imponenti costruzioni, recinti, muri, posti di blocco. Anche la natura delle colline stava cambiando, e un tipo di paesaggio stava scomparendo per sempre. Il mio libro è nato proprio da questo: è il tentativo di salvare con le parole, fissandolo nella memoria, ciò che la terra stava perdendo”.

Quella di Shehadeh è una storia personalissima e al tempo stesso emblematica: “la mia famiglia apparteneva al poverissimo ambiente contadino di Rāmallāh”, racconta, “un mondo che traeva il suo sostentamento dalla natura, e la cui fortuna era in balia della pioggia”. All’inizio del Novecento, seguendo la nuova sensibilita`, i più giovani scelsero di emigrare per acquisire un’educazione: “partirono tutti per l’estero, lavorando per pagarsi gli studi, e riuscirono a conseguire livelli molto alti di istruzione; fra quelli che fecero ritorno in Palestina, tuttavia, nessuno si stabilì nuovamente a Rāmallāh. Uno divenne editore a Gerusalemme, un altro, mio nonno, diventò giudice a Jaff a, nei tribunali amministrativi del Mandato britannico, e così via”. Entrambe le famiglie dei suoi genitori provenivano da Rāmallāh, ma loro erano nati a Jaff a, la ricca citta` sulla costa, e lì erano cresciuti, si erano conosciuti e sposati: “mio padre era un avvocato, e la mia famiglia aveva mantenuto una casa a Rāmallāh, perché d’estate a Jaff a il clima era molto caldo e umido. Allo scoppio della guerra, nel 1948, i miei genitori decisero di spostarsi nella casa estiva e di aspettare lì che le cose si sistemassero. Appartenevano ormai a un ceto di professionisti, che quasi non ricordava il proprio legame ancestrale con questa terra; ma io sono nato a Rāmallāh, e per me la scoperta di questo rapporto diretto è stata un’esperienza formativa fondamentale”.

Terra riscoperta e al tempo stesso terra perduta: “dopo la pubblicazione del libro, molti amici e conoscenti mi chiesero di accompagnarli in una delle camminate sulle colline che avevo descritto, e ho lentamente realizzato come le ultime generazioni siano cresciute dimenticando le proprie radici. In queste occasioni li vedevo riscoprire una dimensione che avevano rimosso da loro stessi: quella del legame profondo con la terra delle proprie origini. Questo distacco non era naturalmente casuale, ma funzionale alla politica dello Stato israeliano, che cercava di recidere le radici dei palestinesi emigrati all’estero o nelle citta`, confi scando loro i terreni agricoli degli avi”.

Nel 1979 Shehadeh fonda, insieme a un gruppo di giuristi palestinesi, Al-Haq, la prima associazione per la difesa dei diritti civili sorta in territorio palestinese: “come avvocato ho scritto molti libri e articoli a proposito dei problemi dei territori occupati, ma come scrittore ho voluto comunicare altri aspetti, e in primo luogo la bellezza di questa terra. Ho dovuto lottare molto con la scrittura, perché volevo che il lettore potesse immergersi davvero in questi luoghi, e capirne il valore e la sostanza. Il pallido dio delle colline parla della mia terra, ma anche della mia vita. Vede, io vengo dalla terra di cui parla la Bibbia, e nella Bibbia sono descritti diversi paesaggi con diversi signifi cati e diverse atmosfere: c’è il deserto come luogo dell’espiazione, ma c’è anche l’oasi, il terreno coltivato, il verde delle colline. In un certo senso ho cercato di utilizzare le stesse tecniche: ho messo anche la bellezza del paesaggio più arido e scabro, che è molto diff erente dalla bellezza delle colline in cui il racconto ha inizio; nel libro i diversi paesaggi diventano modi diversi di raccontare la mia storia personale e la storia politica del mio Paese”.

Un libro che cerca dunque di raccontare il passato e il presente di un paesaggio naturale e umano, ma che lascia aperto anche un interrogativo sul futuro. “Oggi la Palestina è attraversata da un’infi nita` di muri: ci sono i muri che frammentano e dividono la terra, ma soprattutto i muri che circondano i cuori di chi la abita, e tutto sembra dominato dalla follia. Ma questa tragedia prima o poi dovra` fermarsi, e allora sara` necessario creare una nuova modalita` di relazione tra tutti i popoli che abitano questo regione. Mi viene da pensare a ciò che è successo in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e al processo che ha portato paesi che si erano combattuti con estrema violenza a percorrere una strada verso una nuova unione. Io non so se abiterò ancora questa terra, ma credo che inevitabilmente, prima o poi, questa regione tornera` ad essere in qualche modo unita”.

A cura di Sergio Bestente