Intervista a Tom Mueller

La passione per l’olio e i suoi produttori onesti, ma anche quella per il nostro Paese, con la sua lunga tradizione legata a questo alimento. E poi la voglia di raccontare i lati oscuri e scandalosi del mondo che ruota intorno all’olio. Sono solo alcuni dei temi che Tom Mueller, giornalista di origine americana che in Italia vive da anni, affronta il questa intervista.

1. Tom Mueller, il tuo amore per l’olio extravergine ha una natura profonda. Non a caso hai scelto come nome del tuo sito Truth in Olive Oil. Quanto ha inciso questa passione nella tua scelta di vivere in Italia?

Per me l’olio d’oliva extravergine di grande qualità è per certi versi l’essenza dell’Italia.  Non voglio sembrare troppo mistico, ma è proprio così.  Ho scoperto l’Italia prima, poi l’ulivo e l’olio, ma man mano che mi sono immerso in questo tema infinito ho visto nelle sue moltepolici accezioni la linfa vitale dell’Italia che amo e il motivo per cui sono qua: la secolare cultura (e coltura) dell’olio, i suoi miti e riti religiosi, il folklore, ma anche i suoi misteriosi e molteplici benefici per la salute. Per me, soprattutto, l’olio è  i suoi produttori, piccoli e grandi, che con serietà, coraggio, passione e perfezionismo mi hanno insegnato tanto sull’olio e sulla vita. E poi l’olio è buonissimo su ogni piatto (altro motivo per cui sono in Italia).

2. Qual è il pubblico di riferimento del tuo libro?

Ho scritto in primo luogo pensando ai tanti produttori bravi e coraggiosi, in Italia, in Spagna, in Grecia e nel Mediterraneo.  Volevo dar voce alla loro lotta e suonare un campanello d’allarme, perché se le cose non cambiano il loro mestiere è destinato all’estinzione, come il nobile cibo che producono. Poi ho cominciato a pensare anche ai tanti consumatori che comprano olio etichettato “extravergine” e portano a casa, troppo spesso, non si sa bene che cosa. Per me l’olio “vero” è un alimento essenziale, un tesoro da difendere con forza; ma l’olio, nel bene e nel male, è anche un simbolo di tutto ciò che mangiamo e di cui sappiamo poco o niente (a parte le belle ettichette e gli slogan del marketing) – e di cui dobbiamo riappropriarci.

3. Come spieghi che proprio in Italia, il Paese che ospita il maggior numero di cultivar di olivi al mondo, la cultura dell’olio non sia ancora così radicata e diffusa? 

Come in tutte le cose, Italia (un po’ come gli Stati Uniti) vive di estremi, alti e bassi.  Ci sono posti e persone dove la cultura dell’olio è ai massimi livelli mondiali, come all’ONAOO di Imperia vicino a casa mia (guardate il loro sito e date un’occhiata alla mia esperienza alla loro scuola, in inglese ). Ci sono grandi esperti e conoscitori, come Lanfranco Conte dell’Università di Udine o Giovanni Lercker di quella di Bologna, per citarne solo due tra i tanti. Allo stesso tempo, però, tanti italiani sanno poco riguardo alle classificazioni e alla natura dell’olio. Ignorano il significato di “extravergine,” non sanno che il pizzicore non è indice di acidità, ma della presenza di sostanze spesso benefiche, e altro ancora. In Italia, forse più che in altre zone del Mediterraneo, esiste un forte campanilismo intorno all’olio:  si tende a credere che quello della propria regione e del proprio paese, quello dei nonni, sia il migliore del mondo. In un certo senso, si crede che sia l’unico olio. Un tempo era così anche per il vino, ormai non più. Però anche nel settore oleicolo le cose stanno cambiando.

4. Negli Stati Uniti, invece, la extravergine-mania è definitivamente esplosa?

Negli USA l’interesse è davvero grande – è ormai al livello di “mania” – e il livello di informazione sta crescendo. Ma la stragrande maggioranza della gente negli States non capisce – qui lo dico nel mio dialetto ligure di casa – un belìn sull’olio. A volte mi hanno chiesto se l’ulivo è una specie di uva… Non sto scherzando.  Gli alberi d’ulivo crescono soltanto in qualche zona della California – il 95% degli americani non sa che aspetto abbiano. Però se il consumatore medio americano comincia a chiedere, e a pagare, oli di qualità, sarà la salvezza di tanti produttori bravi in Italia e nel Mediterraneo. Ora il consumo annuale pro capite degli americani è inferiore a 1 litro, ma potrebbe facilmente raddoppiare, anche triplicare.  Ci sono 300.000.000 americani. Fate voi i conti.

5. In Extraverginità riporti con precisione frodi grandi e piccole legate alla produzione e al commercio dell’olio. Quali casi hai trovato più sorprendenti e, in definitiva, inquietanti?

Per me le frodi più inquietanti, nell’olio e altrove, sono quelle che le autorità non riescono a – e a volte sembrano nemmeno avere tanta premura di – contenere. Capita addirittura che elementi del Ministero dell’Agricoltura, che dovrebbe difendere i produttori di qualità in Italia, assecondino progetti che, a mio avviso, potrebbero danneggiarli profondamente.

6. Poiché citi persone e aziende coinvolte in frodi e processi giudiziari, il tuo è un libro scomodo. Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato dopo la pubblicazione?

Devo dire che la pubblicazione, in inglese, poi tedesco, giapponese, portoghese e altre lingue, ha suscitato tra le aziende e le persone che critico più che altro un gran silenzio. D’accordo che fondo il mio reportage sui documenti e sui fatti, ma mi sarei aspettato una reazione più vivace, almeno un dialogo. Invece no: silenzio di tomba. Forse questo testo aggiornato e riveduto in italiano produrrà più dibattito.  Soprattutto in un momento in cui l’olio d’oliva – di quella di qualità e di quella finta – riceve sempre più attenzione da parte dei media.

7. Oltre che come indagine giornalistica, Extraverginità può essere letto come un vademecum per il consumatore?

Assolutamente sì. Infatti, in appendice si trova la piccola guida “Come scegliere l’olio”, che può aiutare i consumatori italiani a fare le domande giuste al supermercato, ma anche al frantoio. La aggiorno continuamente sul mio sito, dove indico anche molti produttori di grande qualità – anche se tantissimi mancano ancora all’appello. Dovrò continuare a degustare e girare!

8. Quali sono le regole da seguire per acquistare un olio extravergine di qualità? Innanzitutto, ci si può fidare delle etichette? E il peggiore errore che un consumatore possa commettere?

Purtroppo, le etichette degli oli,  di quelli buoni e di quelli cattivi, sono opache fino ad essere pressoché inutili per il consumatore medio, che non è messo nelle condizioni di distinguere tra un olio eccellente, buono, discreto e scadente.  La terminologia ufficiale per descrivere l’extravergine (che fa riferimento a un olio di categoria superiore ottenuto direttamente dalle olive e unicamente mediante procedimenti meccanici) – non ti dice proprio niente sulle sue qualità alimentari, nemmeno se è buono. Io vorrei vedere sull’etichetta il luogo geografico specifico dove sono state coltivate le olive, il nome del produttore, le cultivar delle olive utilizzate, la data di raccolta – ma questi dati sono rari, anche in oli di qualità.