Intervista a Ugo Cornia

Ugo Cornia e Giuliano Della Casa sono due artisti che parlano un po’ di Modena – l’uno con la penna e l’altro con il pennello – qualunque sia il loro soggetto. Ma che cosa succede se decidono di raccontarla direttamente, la loro città?

Modena è piccolissima prosegue la collana di Carnet di viaggio EDT dedicati alle città d’Italia. Abbiamo chiesto agli autori di raccontare come hanno impostato il progetto. Ci risponde Ugo Cornia: «Con Giuliano siamo amici da almeno quindici anni, e dunque è stato facile decidere insieme che cosa scrivere e che cosa disegnare. Poi lui magari ha dipinto una cosa in un modo e io ne ho parlato in un altro perché non siamo esattamente la stessa persona».

Come descriveresti lo stile di Della Casa?
«Direi che il suo stile ne contiene almeno cinque o sei diversi; sicuramente c’è più immaginazione che fotografia; non saprei come spiegarlo meglio, ma lui tende un po’ al fiabesco da una parte, e un po’ al giapponese dall’altra – un po’ di svolazzo e un po’ di calligrafi a ».

Che razza di città ne è venuta fuori?
«Il problema è che secondo me le città esistono solo nelle guide turistiche. Facciamo finta che io vada a Reggio Emilia e che non la conosca. Prendo la guida di Reggio, guardo tutte le chiese, cerco le osterie, capisco la mappa stradale ecc. e quindi ecco che lì la città esiste, anche se si tratta di una città in un certo senso ‘neutralizzata’. Ma per i modenesi, Modena come città non esiste: è sia troppo piccola che troppo grande, perché ognuno c’ha le sue stradine, le sue avventure, quello che gli piace e quello che odia. È difficile avere un rapporto così normale con la propria città da fare in modo che esista davvero come città, in modo neutro».

E che taglio avete scelto per parlare di questa città che non esiste?
«Quando ho visto gli altri due volumi della serie mi sono un po’ spaventato sia per via della dimensione – Modena non è né Torino né Milano: è oggettivamente piccolissima – sia per il taglio scelto dai pittori e dagli scrittori: a me sembra che io e Giuliano abbiamo tenuto un taglio che non saprei definire se non come un po’ più sbilenco e strampalato. Forse si dovrebbe dire leggero, ma è più giusto così: è una cosa che probabilmente abbiamo dentro un po’ tutti e due, l’uno nel dipingere l’altro nello scrivere. Ma è una cosa che abbiamo in modo diverso, per cui a volte io ho scritto delle cose un po’ malinconiche e lui ci ha disegnato vicino delle cose precise e bellissime, e a volte è successo il contrario. L’atteggiamento di tutti e due è stato più quello del flâneur che quello di chi vuole spiegare una città, che è un po’ impossibile se ci stai dentro».

Ma da questo taglio strampalato chi vuole conoscere Modena potrà capire qualcosa?
«Non lo so perché io ci ho messo tante cose mie che però mi parevano anche belle per Modena – penso alla storia del circo di Buffalo Bill e di Toro Seduto che mi raccontava mia zia quando ero piccolo. Pensare Toro seduto che va a lavorare in un circo e si trova a Modena. Invece magari il circo di Buffalo Bill ha fatto il giro di tutte le città d’Italia, e Toro Seduto era contento di avere un lavoro per mandare i suoi nipoti all’università. Non lo so come è andata. A me sembrava strano proprio in relazione a Modena.

È una cosa che capirà benissimo chi come me insegna a scuola: uno dice sempre delle cose singolari, poi accade che metà di queste cose singolari si rivelino anche altamente generali, e uno non lo sapeva. Tu insegni delle cose che stanno su un manuale, ma poi interroghi e ti accorgi che una cosa che sembrava essere essere quella lì precisa, nella testa di un altro fa i tragitti più meravigliosi – oppure non fa nessun tragitto. Dunque non saprei dire se quello che ho scritto racconta davvero qualcosa di Modena. Una cosa però potrei dirla: credo di aver impiegato la lingua che normalmente uso a Modena, non nel senso del dialetto ma nel senso di certi attacchi e giri di frase, che poi diventano anche modi di guardare le cose. Ecco, probabilmente in questo c’è dentro un po’ di Modena».