2 novembre 2017

La cucina di Torino si colora di giallo… con Luca Iaccarino

Qualcuno sta uccidendo - dettaglio

Chi sta uccidendo i più grandi cuochi di Torino? Se lo chiede Luca Iaccarino, che con il commissario Santamaria (l’omonimia con La donna della domenica è schiettamente voluta) condivide l’indolenza, ma non le astuzie del mestiere. La sua indagine minima, che costituisce il cuore di questo saporito giallo che vi proponiamo nella collana Allacarta, sarà in realtà un modo per scoprire una Torino magica e, soprattutto, buonissima.

Torino, già, proprio lei, la città della magia (nera) e della cucina secolare, ricca come un fregio barocco. Per le sue strade, ma soprattutto per i suoi ristoranti e le sue piole, si aggira per l’appunto Luca Iaccarino, food writer intrepido, alla ricerca del meglio del top e del pop. I suoi passi affamati e curiosi lo conducono nell’osteria gonfia d’umori e nel locale bourgeois, in cui c’è ancora quell’odore metallico che sa di dirigenti Fiat, ma anche tra gli incasinatissimi banchi del mercato di Porta Palazzo, aka Porta Pila. In tutti questi luoghi, così rappresentativi delle diverse anime della città, Iaccarino incontra e racconta i migliori osti, i cuochi più famosi.

L’unico problema è che qualcuno li sta ammazzando. Uno a uno. Il cuoco del Cambio, per esempio, è stato rinvenuto liofilizzato. E al vecchio Giuseppe, della bottiglieria di Porta Pila, che cosa è accaduto? Beh, lui è affogato in una botte…

Seguiamo il dipanarsi delle vicenda, e godiamoci la magia di questa città. Percorriamo le piazze che paiono progettate da De Chirico, le simmetrie che fecero impazzire Nietzsche, la Mole che pare un ago in un puntaspilli, la serpe del Po ai piedi della collina, i portici ombrosi, i casermoni di periferia e tre grattacieli in tutto: uno fascista, uno bancario, uno incompiuto.

Ma soprattutto godiamoci i sapori ‘sabaudi’. Accompagniamo Iaccarino tra tavole che si vestono di giallo e di mistero, non perdiamo l’occasione di un tajarin in una trattoria, di un tramezzino con le acciughe tra le boiserie di un vecchio caffè, e accomodiamoci tra gli stucchi dorati e i velluti rossi dell’antichissimo ristorante in cui banchettava Cavour. Aiutati da un vermouth gozzaniano per finire, arriveremo a capo del mistero.