Lo spirito dell’avventura di Sara Porro

Con grande verve e ironia, Sara Porro esordisce così nel suo nuovo libro, Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città, che pubblichiamo nella collana Allacarta, nella quale grandi scrittori contemporanei raccontano i luoghi del proprio cuore attraverso la gola. 

 

© Bob Noto

© Bob Noto

Come molti ansiosi, non ho mai avuto grande spirito dell’avventura.

Però la mia ansia universale è a tal punto onnicomprensiva che a un certo punto mi è venuta l’ansia di non avere vissuto abbastanza avventure. Ho pensato che a trent’anni la mia finestra di opportunità si stava chiudendo, e improvvisamente la mia zona di comfort mi ha fatto venire la claustrofobia.

Allora ho deciso di partire per un’avventura: un viaggio zaino in spalla in Perù.

Ho scoperto così che, inevitabilmente, in un qualunque gruppo di numero variabile e di provenienza eterogenea, io sono quella per cui l’esperienza risulta più traumatica. Se si tratta di volare con un piccolo biplano sopra le linee di Nazca, io vomito più rapidamente di quanto ci voglia per dire «… e sulla vostra destra, ecco il grande colibrì». Alla cerimonia rituale dell’ayahuasca, poi, dove tutti vomitano e quindi si potrebbe pensare a un livellamento delle condizioni di partenza, vomito per prima e più copiosamente.

Se vado a fare rafting lungo il Fiume Urubamba, invece, sono l’unica a cadere dal gommone dentro le rapide. Eppure pensavo di essere attrezzata: l’avevo già fatto una volta, in Italia, sul Sesia. Solo che lì eravamo stati sottoposti a un lungo briefing a terra, seguito da un test di nuoto. In Perù, invece, siamo stati condotti sul retro di una capanna dove i gommoni erano presidiati da un enorme tacchino, intento a gloglottare, che ci guardava con l’occhio fisso da maniaco.

Avevo indossato una muta ancora bagnata e gelida, poi avevo seguito la guida Wilmer, che ci aveva fatto sedere in un gommone, aveva detto «cuando digo adelante, todos adelante», e con questo aveva considerato chiusa la questione “formazione”. Ci eravamo staccati dalla riva, in un gruppo di tre gommoni. Le tre giovani guide al timone erano animate da accanita rivalità. In un punto in cui la corrente avrebbe potuto spazzare via un piccolo centro abitato, Wilmer aveva dato del maricón, insomma del finocchio, al ragazzo del secondo gommone.

L’insulto non era rimasto senza conseguenze: il timoniere aveva abbandonato la nave e aveva raggiunto il nostro mezzo a rapide bracciate, era salito a bordo mentre il nostro nocchiero tentava di respingerne l’assalto a colpi di remi sulla testa. Alzando lo sguardo avevo visto l’altro gommone andare alla deriva, ruotando su sé stesso nella sua discesa lungo il fiume, con tutti gli occupanti ammutoliti.

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