Leggìo 15

Il movimento è creatività
Il metodo Jaques-Dalcroze di educazione musicale, di Louisa Di Segni-Jaffé

Il ritmo, la musica e l'educazione è una raccolta di saggi, dedicati ad amici e collaboratori, che risalgono, tranne i primi quattro, agli anni della prima guerra mondiale e a quelli immediatamente successivi. Vi si legge la speranza di un mondo più sereno nel quale la musica possa contribuire a migliorare la società. Con notevole impegno sociale l'autore anticipa e auspica una forma di educazione che si rivolga alla collettività e indica la strada da seguire elaborando un metodo per raggiungere tale obiettivo. Secondo Jaques-Dalcroze la formazione del singolo individuo è importante non solo per il suo sviluppo personale ma anche per il contributo che egli sarà in grado di dare alla società del domani. Con queste idee Jaques-Dalcroze si inserisce fra le personalità di valore come Maria Montessori, Pierre de Coubertin, Rudolf Steiner che, nel clima di grande fermento che ha contrassegnato l'inizio del secolo scorso, contribuirono a formulare concetti pedagogici nuovi centrati sulla persona. Queste idee sociali le troviamo anche nel suo modo di concepire l'educazione musicale, aperta a tutti e non solo a pochi privilegiati. Jaques-Dalcroze è una persona eclettica: oltre a essere un musicista preparato - pianista, compositore, direttore d'orchestra, ottimo improvvisatore -, si interessa di teatro, regia e letteratura e, da quando inizia ad insegnare, anche di pedagogia. L'elaborazione delle sue idee si protrae per tutta la sua vita e tocca campi diversi. È nota l'influenza che ebbe nel XX secolo sul teatro e sulla danza.

Ma è soprattutto nel campo musicale che egli si afferma con una didattica innovativa, stimolante e coinvolgente, il cui obiettivo è quello di sensibilizzare la persona all'ascolto e di svilupparne la musicalità tramite la partecipazione del corpo. A volte l'entusiasmo per le proprie teorie e la carica emotiva con le quali le descrive sono quasi utopiche. Ma ciò rispecchia il suo carattere ed è sintomo dei tempi in grande evoluzione. Come si può rilevare dal testo, le sue idee innovatrici non furono sempre accolte favorevolmente da un ambiente piuttosto ostile e conservatore; ciononostante egli affrontò con coraggio e perseveranza ogni diffi coltà, convinto della giustezza delle proprie teorie e con una fi ducia nell'umanità che lo aiutò ad affermarsi in tutto il mondo. Del resto succede frequentemente anche ai tempi nostri, soprattutto negli ambienti accademici, di incontrare forti resistenze ad accettare un tipo di educazione musicale che si basa sul movimento e sulla creatività. Nella traduzione del testo originale si è cercato, volutamente, di rispettare le intenzioni dell'autore e di mantenere lo stile che, naturalmente, risente dell'influenza letteraria dell'epoca in cui i saggi sono stati scritti. Resta il fatto che Jaques-Dalcroze riesce a superare la difficoltà di trasporre in linguaggio verbale manifestazioni prettamente legate a comunicazione non verbale ed espresse in altri linguaggi - motorio, sonoro, ritmico - e a descrivere le emozioni suscitate. Le citazioni del metodo che spesso vengono riportate sono tratte proprio dagli scritti di Jaques-Dalcroze e in particolare da questo testo, che funge da base alla teorizzazione del metodo.

Chi si appresta a leggere Il ritmo, la musica e l'educazione lo fa con motivazioni diverse: o per curiosità, perché attratto dal nome del metodo; o perché ha già vissuto un'esperienza pratica della ritmica e vuole approfondire e capire meglio i principi sui quali essa si basa; o perché per proprio conto e iniziativa è alla ricerca di una strada alternativa a quella tradizionale e vuole trovare una verifica ed un ampliamento delle proprie idee. Penso che il testo possa soddisfare tutte queste esigenze e costituire occasione di riflessione, poiché non si tratta di un manuale ma piuttosto dell'esposizione di un modo di concepire e vivere la musica, che lascia ampio spazio a una elaborazione personale, e che ribadisce sempre la valorizzazione della persona.

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Émile Jaques (il nome Dalcroze fu aggiunto successivamente allo scopo di evitare omonimie) nacque a Vienna nel 1865 da genitori svizzeri e si trasferì, ancora bambino, con la sua famiglia a Ginevra. Frequentò le scuole a Ginevra e studiò contemporaneamente al liceo classico e al Conservatorio di Ginevra, diplomandosi brillantemente in pianoforte nel 1883. Del liceo non conservò un buon ricordo per il metodo di insegnamento troppo rigido e nozionistico. Nel 1887 si trasferì a Vienna per seguire i corsi di Robert Fuchs e Anton Bruckner all'Accademia di musica. Dopo un felice incontro a Parigi con Mathis Lussy, lezioni con Delibes e Fauré e contatti con César Franck, rientrò a Ginevra, dove nel 1892 venne nominato professore di armonia al Conservatorio e un anno dopo professore di solfeggio. Sono questi gli anni in cui, osservando le difficoltà dei suoi allievi, memore del tipo di insegnamento subìto e non amato, elaborò il suo metodo di educazione
musicale pur continuando anche altre attività artistiche e teatrali in Svizzera e all'estero. Nel 1909, per far conoscere le sue teorie, intraprese una serie di tournées attraverso l'Europa, suscitando grande interesse soprattutto in Germania, dove fu invitato ad aprire un Istituto nel quale potesse insegnare secondo i suoi princìpi. L'iniziativa fu proposta e realizzata a Hellerau, vicino a Dresda, da Wolf Dohrn, mecenate ed intellettuale, e al progetto parteciparono l'architetto Heinrich Tessenow, lo scenografo Adolphe Appia e il pittore Alexander Salzmann. La scuola acquisì in breve tempo fama internazionale e molti visitatori vennero ad assistere alle lezioni. Ritornato in patria dopo la guerra, Jaques-Dalcroze aprì a Ginevra un nuovo Istituto, che è tuttora il centro del metodo. Frequentarono i suoi corsi personalità di rilievo nel campo artistico e musicale, quali Frank Martin, Bernard Reichel, Jean Binet, Walter Lang, Arthur Honegger, Edgar Willems. Dedicò gli ultimi anni della sua vita ad approfondire l'aspetto didattico del metodo e pose le basi per applicazioni terapeutiche che in seguito furono sviluppate da numerosi allievi. Morì nel 1950 a Ginevra.




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