17 maggio 2018

Per sempre profugo: la vita dopo la fuga

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Un funzionario, esperto.
Un profugo, esperto anche lui.
Funzionario: Sei ebreo?
Profugo: No.
Funzionario: Sei musulmano?
Profugo: No.
Funzionario: Sei armeno?
Profugo: No.
Funzionario: Sei libanese?
Profugo: No.
Funzionario: Che cosa sei, allora?
Profugo: Complicato.

 

Ilija Trojanow scappò a soli sei anni dalla Bulgaria d’influenza sovietica; attraversò la Jugoslavia, l’Italia e raggiunse infine la Germania, dove visse per lungo tempo prima di trasferirsi nuovamente a Nairobi.
Partendo dalla sua esperienza personale, e traendo ispirazione dal ciclo di dipinti The Migration Series (1940-1941) di Jacob Lawrence, traduce con spirito poetico e lieve, talvolta drammatico ma mai pesante, l’ardua condizione di profugo. Come scrive nella premessa, “il più delle volte il profugo è un oggetto. Un problema che deve essere risolto. Un numero. Una questione di costi. Un punto. Mai una virgola”; la fuga continua a incidere per tutta la vita. La solitudine, l’estraniamento, il desiderio inappagabile di normalità, il rapporto difficile con le proprie radici, l’estenuante permanenza in una terra di nessuno psicologica prima che burocratica: il profugo si è lasciato alle spalle una patria, una lingua, un intero sistema di punti di riferimento e di famigliarità, ma sembra non poterne acquisire uno nuovo.
Quelli che l’autore racconta sono i tormenti, le speranze, gli autoinganni, i sogni di chi ha fatto la scelta di voltare una pagina della propria vita, e si trova per questo suo gesto di libertà e di autoaffermazione improvvisamente sottoposto alla volontà, se non all’arbitrio, dei suoi simili.

La sua è una storia che rimanda a milioni di altri destini senza parola.

 

“L’identità è conferita alla nascita, ma è determinata da colui che la possiede. Non è un’eredità. Io sono a più strati…”

Dopo la fuga

Dopo la fuga

Un funzionario, esperto.
Un profugo, esperto anche lui. funzionario: Sei ebreo? profugo: No.
funzionario: Sei musulmano? profugo: No.
funzionario: Sei armeno? profugo: No.
funzionario: Sei libanese? profugo: No.
funzionario: Che cosa sei, allora? profugo: Complicato.

LXXIV

Quando decide di sposare una del posto, la burocrazia chiede assieme ad altre attestazioni e prove della sua identità un certificato di nascita rilasciato entro gli ultimi sei mesi. Per procurarselo, egli raggiunge la città in cui è nato. Nell’ufficio competente un’impiegata digita diligentemente sulla sua testiera finché giunge alla conclusione: Lei non è nel sistema. Cerca allora di spiegare allo stato civile di non esistere più lì da dov’è venuto. L’impiegata dietro la scrivania curva lo sogguarda con diffidenza come se lo sospettasse di tentare una truffa.

LXXV

Quelli fra i profughi che si sono sistemati guardano ai nuovi arrivati con riserva. Talvolta perfino con disgusto. Hanno dimenticato che tanti anni prima anche loro hanno dovuto pulirsi il sedere con un solo pezzo di carta igienica. A me nessuno ha dato una mano, dice l’ex fuggiasco. Perché questi dovrebbero avere la vita più facile di noi? La memoria lo inganna (oppure il suo agio gli ha impresso una menzogna nella memoria). Anche lui è stato aiutato, sei mesi di alloggio e cibo, che gli piacesse o meno. È sopravvissuto alla fuga perché ha potuto assaggiare il latte della bontà umana, perché strada facendo qualcuno gli ha dimostrato compassione. Qualcuno come quell’anziano signore che prese a bordo i fuggiaschi che protendevano il pollice da qualche parte nel più profondo sud del paese. Albeggiava, la macchina ronzava e quello offrì loro della frutta secca prelevandola dal portaoggetti fra i due sedili anteriori. Non dimenticherà mai il sapore di quelle mandorle salate.

LXXVI

Il profugo è consapevole che la sua vita si sarebbe potuta svolgere in modo del tutto diverso. Intorno a lui aleggia lo spettro di un esito meno felice. Il suo pensiero corre agli uccisi, a quelli che sono rimasti indietro. Sa di persone che un caso del destino ha allontanato da lui, rimaste appese per aria, per lo più abbandonate anche da se stesse. Il profugo è consapevole che la sua casa potrebbe avere tutt’altro aspetto. E fa un inventario delle sue benedizioni.

[Ilija Trojanow, Dopo la fuga]