Profilo di de La Grange

Un ritratto di Henry-Louis de La Grange, tratto dalla postfazione al volume “Gustav Mahler. La vita, le opere”. Di Gastón Fournier-Facio.

Viene da chiedersi perché de La Grange abbia deciso di scrivere una tale sterminata biografia, e come gli sia stato possibile votare l’intera esistenza alla ricerca su un solo compositore. Forse la risposta sta nel fatto che Mahler, a differenza di molti altri musicisti, ebbe innumerevoli talenti, vivendo quindi tre vite diverse: una come compositore, l’altra come direttore d’orchestra e la terza come organizzatore e programmatore di alcuni tra i più importanti teatri d’opera del suo tempo. In ciascuna di queste attività s’impegnò con energia e passione.
«Mi sono dedicato a questo lavoro in modo preciso e meticoloso, secondo un approccio che è in piena sintonia con il mio carattere: sono alquanto caparbio, caratteristica forse ereditata dai miei antenati scozzesi. Inoltre, come ho già segnalato, sono stato sempre piuttosto incline all’eccesso. È quindi possibile che Mahler abbia pensato a una persona come me quando affermò: “Mi piacciono solo coloro che esagerano. Quelli che non lo fanno mi interessano assai meno”.

Mahler non fu soltanto un musicista, ma anche un intellettuale, un lettore appassionato, un pensatore, un filosofo, un “ricercatore di Dio”, un “compositore metafisico”. Schönberg lo defi nì “un santo”; e qualcosa di sacro c’era senz’altro in lui. Sia come uomo sia come musicista, rifiutò sempre di adattarsi ai gusti dei suoi contemporanei, perseguendo obiettivi elevati e disprezzando il dilettantismo e la mediocrità in ogni forma. Come compositore non ebbe mai paura di puntare all’impossibile, guardando verso l’aldilà, verso l’eterno e l’universale.

Il che conferisce alla sua musica una dimensione di trascendenza raggiunta da pochi». La fanatica passione di de La Grange per la verità dei fatti e per l’accumulazione di tutti i documenti originali disponibili, lo ha portato a identifi carsi con il mondo di The Aspern Papers, il romanzo di Henry James divenuto non a caso uno tra i suoi libri preferiti. «Ricordo ancora il momento in cui da Vienna ricevetti i primi pacchi di documenti. Rammento l’eccitazione provata nell’aprirli e nell’esaminarli con curiosità febbrile. Attraverso la raccolta ossessiva di materiali sulla vita di Mahler, credo di essere arrivato ad averne una conoscenza molto più precisa e completa di quanto lui stesso ne potesse avere».

Punto focale del suo lavoro capace di scandagliare ogni minimo dettaglio e di ricominciare continuamente daccapo, è stata la stesura della cronologia quotidiana della vita del compositore, che de La Grange non ha mai smesso di correggere e arricchire di nuove informazioni. È infatti convinto che tale cronologia rappresenti la chiave del suo intero edificio biografico, di cui rivendica l’assoluta necessità anche in base alla constatazione che Mahler non datò quasi mai la propria corrispondenza. «Mi ha molto ispirato una massima che mio padre usava dirmi quand’ero bambino, e che divenne per me una regola di comportamento: “Quando nel venire al mondo si ha ricevuto troppo, si hanno più doveri che diritti”.

Per molto tempo mi sono sentito in colpa per non aver dovuto lottare per guadagnarmi la vita, e per giustificare una tale fortuna ho voluto dedicare tutte le mie forze e il mio tempo a una “causa”. Questo modo di operare mi ha difeso dal rischio del dilettantismo che poteva minacciare una natura come la mia, fortemente attratta da una gamma molto eterogenea di interessi.

Ancor prima di scoprire Mahler, mi hanno sempre affascinato gli individui coraggiosi, audaci e proiettati verso il superamento dei limiti imposti loro dall’epoca in cui vivevano e dal loro specifi co linguaggio espressivo. Amo i creatori che scelgono di rischiare e di sorprendere con l’arte dell’inatteso. Mahler mi attirava, oltre che per le sue ambiguità, per i suoi contrasti tra sublime e grottesco, dolore e ironia – ironia che a volte pervadeva anche certi passaggi trionfali. Inoltre ero sedotto dalla sua peculiare capacità di creare immagini, in grado di formarsi e disfarsi senza sosta grazie al suo metodo della variazione continua, molto ben individuato da Adorno: una serie di varianti grazie alle quali, secondo me, Mahler ha portato l’infi nito all’interno della musica».

È importante notare che, pur essendo uno dei massimi biografi di tutti i tempi, de La Grange non ha mai voluto “spiegare” la musica di Mahler attraverso la sua vita. Sulla base di quanto aveva appreso da Nadia Boulanger, è infatti persuaso che la creazione musicale sia un mistero sfuggente all’analisi. Ma allo stesso tempo: «[...] sono arrivato presto alla convinzione che, nel caso di Mahler, l’uomo e l’opera sono inseparabili; lo stesso compositore lo ha riconosciuto dichiarando: “La mia musica è sempre vita vissuta”. Sia l’uomo sia l’artista mi sono apparsi esemplari: Mahler non mi ha mai deluso. Per questo so che, fi nché sarà in vita, non lo lascerò mai. Io credo che la principale grandezza di Mahler, in quanto uomo, fosse il suo atteggiamento sacerdotale, votato totalmente al servizio della musica. E io, all’età di vent’anni, ho sposato il medesimo culto.

Riconosco di aver amato, rispettato e ammirato l’uomo dopo aver cominciato a conoscerlo. In compenso non ho mai voluto difenderlo a priori e a scapito della verità. Tutto quello che, nella sua personalità o nel suo comportamento, può apparire criticabile, tutto ciò che gli è stato rimproverato in vita o dopo la morte, si trova all’interno dei miei libri. Ho sempre voluto che il mio ritratto fosse il più completo, somigliante e umano possibile. Sono partito per una crociata sia contro gli interpreti che ignorano le esplicite volontà di Mahler, sia contro le deformazioni della realtà compiute dai posteri, per esempio dimostrando l’infondatezza delle leggende riguardanti il “cattivo stato di salute” del compositore o il carattere “morboso” della sua personalità e della sua musica. Mi sono battuto contro quella prospettiva ingiusta e falsante, e purtroppo assai diffusa, che ha voluto vedere le sue ultime sinfonie come le opere di un moribondo. Ho sempre condotto con ardore la mia battaglia in nome della verità». Mahler è stato descritto spesso come un uomo afflitto da nevrosi, termine definito dall’Oxford Dictionary “una malattia mentale che causa la depressione”. «Ma io mi chiedo come sarebbe stato possibile, per un uomo sofferente di nevrosi, portare avanti per ben dieci anni un lavoro complesso e impegnativo come quello della direzione dell’Opera di Vienna, in mezzo a tutti i confl itti e gli intrighi che alimentano la routine quotidiana di un grande teatro, per non parlare di un’opera di corte come quella viennese.

Mahler fu invece un solido uomo di azione, che non aveva certo il tempo di tuffarsi, nel mezzo di una stagione operistica, nel cosiddetto Weltschmerz, il “dolore universale” segnalato dal romanticismo. Soltanto quando componeva, durante le vacanze estive, lasciava che penetrasse nella sua coscienza quel sentimento di “sofferta umanità” che avrebbe ispirato parte della sua musica più grande (certo non tutta). Lo psicoanalista austriaco Erwin Ringel pensava che la forza di Mahler derivasse dalla sua capacità di essere sempre future conscious (consapevole del futuro). E pur avendo un’eccezionale “coscienza della morte”, acquisita in gioventù, quando perse fratelli e sorelle, non smise mai di fare progetti per l’avvenire».

Quando si domanda a de La Grange se s’identifichi con Mahler dopo tanti anni di convivenza, di solito risponde così: «Non sono ebreo né boemo né austriaco, e soprattutto non sono un genio. D’altra parte so di essermi in qualche modo identificato con Mahler, nel senso che, realizzando in modo tanto approfondito uno studio sulla sua vita e sul suo lavoro, ho provato il dolore delle sue ferite, ho condiviso le sue battaglie, ho odiato i suoi nemici e amato i suoi difensori e amici. È una fortuna che io sia stato estraneo al suo milieu, alla sua terra e alle sue radici razziali. Senza questa distanza, sono certo che in molti avrebbero denunciato la parzialità del mio impegno verso un “fratello di razza”!

Spesso mi sono sentito dire che ho contributo enormemente a far conoscere e apprezzare Mahler. Ma se lancio una sguardo retrospettivo alla mia vita, mi rendo conto di quanto io abbia ricevuto da lui e di quanto egli mi abbia arricchito».