Quando Graziano Mesina scese in paese

Quando Graziano Mesina fu raggiunto dalla notizia della morte di suo fratello si trovava in prigione trattenuto come sospetto. Fingendo un accesso di pazzia si fece trasferire nell’infermeria del carcere da dove riuscì facilmente a evadere per dirigersi verso la regione di Orgosolo.

Per dieci giorni perlustrò i rifugi dei banditi, le caverne e le grotte del Supramonte, in cerca degli uomini che avevano ucciso suo fratello. Non riuscendo a trovarli decise di scendere direttamente in paese dove arrivò il 13 novembre con le prime ombre della sera. Come avrebbe proclamato la pubblica accusa al processo, furono altri a incitarlo a fare quello che fece.

Molte persone lo videro quella sera mentre percorreva la via principale del paese, stretta e male illuminata. Doveva essere impressionante alla vista perché, nonostante la presenza in paese di numerose forze di polizia, era armato fino ai denti compresi bombe a mano e mitra di ordinanza, e la sua faccia terrea mostrava senza ombra di dubbio a chi lo vide e lo descrisse che stava per compiere una “missione d’onore”.

Mesina entrò nel bar principale che si trova quasi di fronte al municipio. È a malapena più grande di una cella, ammobiliato con pochi scaffali per le bottiglie di vino e di cognac, un enorme frigorifero e tre tavoli bassi con panche ancora più basse, non più di trenta centimetri. Antonio, il proprietario, stava riempiendo una fila dei piccoli bicchieri da vino in uso a Orgosolo.

«È entrato, i nostri occhi si sono incontrati e io ho capito subito quello che era venuto a fare», racconta. Mesina non disse niente. Un semplice cenno con il mitra e gli avventori lasciarono in silenzio i tavoli per allinearsi alla parete. Tra di loro c’era Giovanni Muscau, il ventiduenne fratello di Giuseppe Muscau. Mesina credeva che Giuseppe fosse amico e protettore di Mattu e che avesse dato lui l’ordine di uccidere suo fratello, e siccome Giuseppe era fuori dalla sua portata, aveva deciso di prendersela con Giovanni. Graziano fece cenno a Giovanni Muscau di lasciare il gruppo degli uomini in piedi lungo la parete, poi lo spinse contro il bancone con la canna del mitra e infine gli sparò due raffiche in pieno petto. Muscau scivolò a terra e qui Mesina gli sparò il colpo di grazia.

A questo punto, quando si girò per andarsene, accadde l’impensabile. La tradizione di Orgosolo vieta nella maniera più assoluta che un estraneo interferisca con una “vendetta” e suggerisce anche che uno spettatore, che crede si stia verificando un omicidio per “vendetta”, debba gettarsi a terra a faccia in giù per evitare di vedere e di essere così in grado di identificare l’aggressore. Il fatto è compiuto, le donne si tirano il velo nero sul volto, gli uomini scivolano via nell’ombra, gli esecutori rinfoderano le loro armi e spariscono.

Questa volta invece accadde qualcosa che sbigottì tutta la Sardegna. Quando Mesina si voltò per uscire dal bar qualcuno prese una bottiglia e lo colpì da dietro sulla testa. Mesina cadde a terra svenuto e fu poi immobilizzato e consegnato ai carabinieri. Era stata una vera e propria rottura con il passato e si dice che i notabili del paese scuotessero la testa costernati di fronte a quella che venne considerata come la prova della corruzione morale dei loro giovani.

Furono predette terribili rappresaglie, ma fino ad oggi la fazione dei Mesina si è accontentata di aspettare l’occasione giusta. Tuttavia nel paese della “vendetta” la memoria è lunga e non è niente per un uomo coltivare la propria vendetta privata per dieci anni o più – anche a costo di apparire riconciliato con il suo nemico – mentre aspetta il momento e il luogo giusti per sistemare i conti.

Norman Lewis, I banditi di Orgosolo (EDT 2015)

Traduzione dall’inglese di Marco Sartori