22 maggio 2018

Quando il Duca incise alla Scala

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Il 1963 fu l’anno che scosse il mondo. Fu la stagione dell’assassinio del presidente Kennedy e dello scoppio della beatlesmania; della corsa allo spazio e dello scandalo del segretario di Stato britannico John Profumo (che aveva condiviso l’amante con un agente sovietico); della Guerra fredda, che mostrò segni di una lieve distensione, e di quella del Vietnam, che si inasprì drammaticamente. Fu l’epoca della trionfale marcia su Washington di Martin Luther King e del suo celebre discorso «I have a dream». Il 1963 fu anche l’anno che vide Duke Ellington consegnare il proprio, di sogno, ai microsolchi dell’LP Reprise The Symphonic Ellington.

 

L’immagine sonora che molti appassionati di jazz tuttora associano a Duke Ellington si limita ai canonici tre minuti di musica “hot” e ballabile, magari accompagnata dal fascino personale e dalla leggerezza a cui l’elegante musicista ha abituato il suo pubblico. Ma quella che Luca Bragalini racconta in questo libro è tutta un’altra storia: una di quelle che una volta conosciute possono cambiare il nostro orizzonte d’ascolto.

Il punto di partenza è un episodio apparentemente marginale della carriera di Ellington: la registrazione nel 1963 a Milano, con un gruppo di musicisti del Teatro alla Scala, di un brano sinfonico intitolato La Scala. She Too Pretty to Be Blue. Le circostanze di questa incisione erano finora avvolte nel mistero: Bragalini ricostruisce i fatti, incontra i testimoni superstiti, getta luce sui motivi del disinteresse del mondo musicale italiano, riporta persino alla luce un set di fotografie inedite originali.

Conducendo un profondo lavoro di scavo culturale e di revisione critica che lo porterà nel cuore di Harlem, il centro di irradiazione della cultura e delle lotte degli afroamericani, Bragalini indaga l’intera produzione sinfonica di Ellington, finora valutata con una certa sufficienza dagli storici del jazz, giungendo a dimostrare quale fosse la portata culturale, intellettuale e politica che il musicista quasi cripticamente affidava a queste partiture. Attraverso l’analisi di documenti inediti come i file secretati dell’FBI, creando originali collegamenti con la letteratura, la pittura e la fotografia dell’epoca, seguendo brillanti intuizioni storiche – fra cui la scoperta sensazionale di una settima opera sinfonica di Ellington presentata nel cd allegato a questo volume – e soprattutto attraverso un’attenta analisi musicologica, Bragalini fa emergere un nuovo ritratto di Duke Ellington, quello cioè di un artista consapevole e impegnato, in fuga dalle classificazioni ma vicino al cuore di Harlem, “il centro nervoso dell’America nera che avanza”.

“Leggendo le scoperte di Luca Bragalini sentiamo che un mondo ellingtoniano interamente nuovo si affaccia alla nostra vista”. (David Schiff)

Dalla Scala a Harlem

I sogni sinfonici di Duke Ellington

Dalla Scala a Harlem
  • AutoreLuca Bragalini
  • Collana Contrappunti | Musica
  • ISBN 978-88-5920-367-4
  • Pagine 320
  • Data uscita 24-05-2018
  • Prezzo 25.00€
  • Disponibilità Disponibile

L’immagine sonora che molti appassionati di jazz tuttora associano a Duke Ellington si limita ai canonici tre minuti di musica “hot” e ballabile, magari accompagnata dal fascino personale e dalla leggerezza a cui l’elegante musicista ha abituato il suo pubblico. Ma quella che Luca Bragalini racconta in questo libro - a partire dalla registrazione nel 1963 a Milano, con un gruppo di musicisti del Teatro alla Scala, di un brano sinfonico - e? tutta un’altra storia: una di quelle che una volta conosciute possono cambiare il nostro orizzonte d’ascolto.

“Per quel 22 febbraio Ellington aveva selezionato dalla propria compagine il batterista Sam Woodyard, il bassista Ernie Shepard, egli stesso al pianoforte e due soli solisti: il sassofonista tenore Paul Gonsalves e il trombettista Ray Nance. Questi ultimi due si presentarono in ritardo e Nance giunse visibilmente ubriaco. Tutti i professori della Scala riportarono l’imbarazzo per l’atteggiamento del trombettista che con una bottiglia di superalcolico sotto la sedia tentò degli assoli non del tutto riusciti; Nance mostrò una certa difficoltà, secondo l’espressione del violista Armando Burattin, a «trovare la fantasia». Anche i fan di Ellington quel giorno in studio ricordarono un trombettista sperduto e poco partecipe; Daniele Ionio pubblicò in «Jazz Land» che il musicista «alle 17:20 se ne usciva calmissimo dalla Rinascente [che è in piazza Duomo, distante dal luogo della registrazione, N.d.A.] con una bottiglia di cognac».

A questo si aggiunse una difficoltà di ripresa sonora: quella di riuscire a catturare i solisti isolandoli dal suono soverchiante dell’orchestra. Gianni Tollara ricorda che invano furono usati dei pannelli per isolare gli archi; la regia tentò nel poco tempo a disposizione qualche altra improvvisata soluzione senza esiti positivi. Allora Ellington prese la decisione di sovraincidere gli assoli negli Stati Uniti, in un secondo tempo.

Forse a seguito degli ascolti che non lo convinsero allo Studio Zanibelli, il Duca opterà non per due ma per quattro solisti: oltre a Paul Gonsalves convocherà infatti il trombonista Lawrence Brown e il clarinettista Russell Procope. Rimarrà invece il timbro della tromba ma suonata da un altro solista: Ray Nance sarà sostituito da Cootie Williams. Questo passaggio di testimone fu forse una punizione nei confronti dell’impertinente musicista; un provvedimento che tuttavia non porterà agli esiti sperati. Gli atteggiamenti eterodossi di Nance continueranno a manifestarsi costringendo il leader a licenziare il trombettista nell’autunno dello stesso anno.

Nella contingenza di quel giorno a Milano, Ellington lasciò quindi lo studio con la sola incisione del background orchestrale mancante del cruciale apporto dei propri solisti. Ciò spiega, in parte, la scarsa considerazione di alcuni professori della Scala per quell’opera; per costoro La Scala suonò alla stregua di un anonimo tessuto omofonico-accordale senza né invenzioni tematiche né guizzi timbrici o ritmici; d’altronde quello fu l’unico risultato che Ellington riuscì a consegnare ai nastri quel giovedì pomeriggio.

Secondo il ricordo di Bruno Schiozzi fu Billy Strayhorn che suggerì a un Ellington in completa impasse, l’escamotage della sovraincisione. Tuttavia l’apporto di Strayhorn a La Scala si limitò a quell’opportuno consiglio; infatti il braccio destro del Duca non si prodigò nel lavoro di orchestrazione (né tantomeno di composizione di parti dell’opera). Da questa prospettiva, La Scala si staglia quindi come l’unica opera sinfonica di Ellington il cui lavoro di orchestrazione fu completamente di suo pugno, a differenza, come si dimostrerà nei capitoli seguenti, di altre sue simili partiture.

Nondimeno, essendo il compositore in ritardo (lo score fu ultimato direttamente a Milano all’Hotel Palace), è probabile che nelle fasi finali di orchestrazione sia stato coadiuvato da colui che appena completata la partitura ne avrebbe poi repentinamente ricavato le parti. Un uomo che la storia del jazz italiano aveva a torto, già ben prima di quel 1963, dimenticato: Piero Rizza. Nel corso della ricerca, la sua figura si è materializzata in una delle foto ritrovate della seduta”.

[Luca Bragalini, Dalla Scala ad Harlem]