Quel certo legame tra Lewis e la Spagna

Questo estratto dall’Introduzione di una Tomba a Siviglia di Norman Lewis, firmata da Julian Evans, ci porta subito in medias res ci mostra come la missione di Lewis a Siviglia, di cui si leggerà nel libro, non sia affatto un episodio estemporaneo o peregrino.

In “The Tomb in Seville” viene ristabilito anche il legame che con la Spagna la famiglia di Lewis aveva. Il suocero, Ernesto Corvaja, è siciliano, ma di discendenza andalusa, ed è proprio sulle tracce della sua famiglia a Siviglia che Norman e il cognato partono. Vari stati di emergenza, annunciati dal governo per favorire la repressione delle agitazioni comuniste, impediscono ai due viaggiatori di procedere senza intoppi: a un certo punto sono costretti a fare a piedi quasi 170 km fino a Saragozza. Quando arrivano nei sobborghi della città, lasciandosi la campagna alle spalle, hanno sentore di un altro scontro, non tra il governo e i rossi, ma tra le due Spagne, passata e futura.

«Ci accingemmo agli ultimi chilometri di quella lunga scarpinata, con i campanili di Saragozza che, bizzarramente moscoviti a quella distanza, si levavano infine all’orizzonte. Lentamente ci lasciammo alle spalle l’ultimo dei paesi, sempre più piccolo in lontananza. Nel loro isolamento, quei paesi continuavano a essere parte della Spagna del passato, dignitosi nella loro povertà e a disagio con il progresso».

È qui che Lewis rivela la sua preferenza non solo per la Spagna, ma per la Spagna che precorre il XX secolo. «La vecchia Spagna era un paese di città bianche. Il profilo di Saragozza, invece, era scuro». Quella che istintivamente preferisce è la Spagna moresca, la Spagna pre-industriale, la Spagna ai confini dell’Africa. A Saragozza si sofferma sui ricchi, visibili in gran quantità nelle loro Rolls-Royce, con un certo disprezzo; la Madrid sotto il fuoco delle armi è da lui descritta come «un giocattolo bizzarro e complicato». Si avverte la sua riluttanza alle città, anche se gli scontri armati nelle vie di Madrid lo attraggono come una calamita ed è grandissimo il piacere che trae da particolari come il commento di un cubano, proprietario di un bar di Atocha, che ha visto una mezza dozzina di rivoluzioni e che con approvazione spiega come la polizia di lì stia attenta «a non sparare a un uomo negli zebedei».

Una volta fuori della capitale, il suo gusto per il vuoto spettacolare delle pianure e delle montagne immediatamente si rianima. Questa preferenza di paesaggio è netta ed esplicita: il rigoglio del Portogallo attraverso cui lui ed Eugene sono costretti a deviare gli suscita una sorta di sprezzo, con «le prime vigne e i primi cavoli» incapaci di reggere il confronto con la magnificenza delle «steppe dorate» che hanno lasciato, e provoca in lui un lieve abbattimento che si dissipa solo con l’avvicinarsi di Siviglia e della loro meta.

“The Tomb in Seville” è una storia di Spagna che chiude un cerchio. Il suo cimento non è solo nel ricordare, ma anche nel rivivere. La Spagna offre a Lewis, così come aveva già fatto in passato, l’argomento perfetto e mi viene da pensare che se il suo amore per quel paese si mantenne così saldo, fu perché Lewis portò così a lungo nella memoria il ricordo di quel suo primo viaggio.

 

Una tomba a Siviglia, Norman Lewis. Traduzione di L.M. Pignataro © EDT 2017