Sacher, l’hotel della vecchia Austria

Il rifugio di una nobiltà superficiale e gaudente o una filiale di un palazzo di stato? In questo estratto dalla Prefazione di Hotel Sacher, Monika Czernin spiega le ragioni che l’hanno portata a scrivere la storia del celebre albergo, che è anche la storia di un’epoca grandiosa.

 

Quando nel 1930 Anna Sacher morì, i giornali si abbandonarono alla nostalgia per gli Asburgo e per la monarchia, e cementarono così il cliché del Sacher come il luogo in cui arciduchi e aristocratici vari andavano e venivano, come il luogo in cui chi viveva a Corte si degnava di mangiare quando non era riuscito a saziarsi nelle cucine di palazzo. Il Sacher passava come il rifugio di quella nobiltà superficiale e in cerca di stravaganze, che, come osservò Hermann Broch, aveva da tempo intrapreso la “fuga nell’impolitica” e credeva di trovare il modo di sopravvivere socialmente nella “più effimera bella vita” – il tran tran stagionale delle cacce, dei balli e delle corse dei cavalli. E questo era anche il tenore di tutte le storie e gli articoli che ho ascoltato e letto a proposito del Sacher.

“È l’hotel della vecchia Austria”, scriveva il «Wiener Journal» in occasione della morte di Anna Sacher. “Infatti qui andava e veniva il fior fiore della monarchia austroungarica. Nelle sale da pranzo si potevano vedere arciduchi austriaci, magnati ungheresi che mangiavano il famoso beinfleisch e bevevano Bordeaux d’annata, conti e baroni che facevano a vicenda gli onori di casa”. Alcuni dei signori non avevano nulla da far valere all’infuori di un imponente albero genealogico e una conoscenza esaustiva dei legami nobiliari. Altri invece erano coinvolti nel governo della monarchia, ad esempio i conti Apponyi, Taaff e o Czernin, che il Sacher annoverava tra i clienti più affezionati. Sicuramente non avranno solo flirtato con le ballerine e le soubrette dei teatri nei séparé dell’albergo, ma nel terreno neutro dell’hotel avranno anche portato avanti difficili trattative politiche e preso importanti decisioni.

Solo nell’«Arbeiterzeitung» si trova un accenno all’alta borghesia ebraica e ai suoi rapporti con il famoso albergo. Nel necrologio di Anna Sacher del febbraio 1930 il giornale scrive: “Il suo Hotel Sacher è stato più di un semplice ristorante con un’eleganza che andava oltre gli standard del normale gusto capitalista, che apriva le sue porte alle persone di estrazione piccolo borghese solo se erano ballerine oppure facevano un certo mestiere, associato anch’esso al fascino femminile. L’Hotel Sacher era praticamente una filiale della Hofburg libera dal cerimoniale spagnolo di Corte”. E ancora: “Il Sacher brulicava di arciduchi, ma nonostante questo lì non c’erano leggi ariane.

I raffinatissimi ebrei che possedevano tenute terriere e riserve di caccia erano assolutamente ben accetti, e anche quelli che si occupavano in qualche modo di arte e intrattenimento, per esempio i librettisti d’opera, i cui lavori costituivano per questa cerchia feudale il non plus ultra della letteratura”. Alcuni anni più tardi il «Völkische Beobachter» rimarcava sprezzantemente come l’hotel non fosse “socialmente accettabile”, “perché lì si incontravano reazione e giudaismo”. In mezzo a tutte quelle storie, molto simili tra loro, su quanto fosse aristocratico l’ambiente, proprio questi due articoli hanno stuzzicato la mia curiosità e mi hanno spinta a cercare fatti e nomi per raccontare una storia che finora non è ancora stata raccontata sul Sacher e il suo mondo.

Monika Czernin, Hotel Sacher, EDT 2015

Traduzione dal tedesco di Mario Izzi