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Cover L'altro Schubert
L'altro Schubert
Sergio Sablich
collana: Improvvisi
isbn: 978-88-7063-614-7
prezzo: € 15.00
data uscita: maggio 2002
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Nella danza della vita
Nessuno vide mai Schubert danzare in pubblico. Il fatto che egli non partecipasse alle danze in qualità di ballerino può sembrare a prima vista strano. Ciò dipendeva certamente, giusta la spiegazione unanime degli amici, dalla sua conformazione fisica e dalla sua mancanza di agilità, ma aveva anche altre e più sottili ragioni. Schubert era incapace di esternare in pubblico i suoi sentimenti e ancor più di lasciarsi trascinare nella foga del gesto e dell'espressione del corpo: massimamente con partner di sesso femminile. Forse avrebbe voluto trovare questo contatto fisico con la danza, lui che sentiva il ritmo come nessuno, ma non ci riusciva, per riserbo, vergogna o altro. Si direbbe quasi che la danza fosse per lui un fatto astrattamente musicale, privo di qualsiasi atto di manifestazione esteriore, un piacere che lasciava agli altri.

Non si sentiva invece affatto bloccato quando cantava o suonava per sé o con altri: in questi casi, specie se aveva bevuto un po', poteva osare e fare anche il buffone, senza timore di apparire sgraziato o ridicolo. Queste situazioni si verificavano però non tanto nei balli ufficiali o negli intrattenimenti di società quanto nelle riunioni più ristrette di amici, e dunque presupponevano un'altra confidenza, un'altra intimità. Per queste occasioni Schubert compose molte delle sue musiche più fulminanti, come gli scoppiettanti terzetti e quartetti vocali basati su esilaranti giochi di parole in lode di Bacco e Amore, o i cori sempre maschili scanditi da ritmi di marcia cavallereschi, nei quali gli amici assumevano le sembianze di eroi e paladini di un piccolo teatro privato: sembianze che sarebbero poi state riprese e trasferite allegoricamente nelle figure e nei grandi cori delle opere teatrali. La disponibilità a lasciarsi coinvolgere nella facezia e nel divertimento era totale, ma solo in privato, al riparo da sguardi indiscreti.

Ancora spigolando fra i ricordi degli amici.

Le giornate di Schubert erano scandite da abitudini fisse. La mattina componeva ininterrottamente fin verso le due, fumando più di una pipa; al pomeriggio, quando non sentiva l'urgenza di scrivere, amava starsene tranquillo a leggere i giornali in un caffè o andarsene a passeggio. Era straordinariamente sensibile alle bellezze della natura, e in estate faceva quasi ogni giorno, al pomeriggio o alla sera, lunghe gite nei dintorni di Vienna. La sera, di solito, non componeva e preferiva il teatro alla musica, o l'allegra compagnia dei suoi camerati, con i quali si trovava benissimo e poteva parlare, in dialetto, di ogni cosa. Non c'era festa, né pranzo, né altro genere di intrattenimento che gli desse piacere senza la presenza dei suoi amici. Soprattutto davanti a un bicchiere di vino o di punch Schubert diventava molto comunicativo: il suo temperamento flemmatico si scioglieva fino a diventare ardente, pieno di ironia e di umorismo. Ma anche lì non rideva mai liberamente e apertamente. Il suo era un riso sommesso, assorto e non allegro. Il riso di un malinconico.

I locali che Schubert prediligeva erano le birrerie chiassose e i caffè affumicati, le osterie alla buona dai nomi per noi favolosi: Alla corona ungherese, All'àncora verde, La pernice d'oro, La quercia tedesca, La chiocciola, L'ubriaco fradicio... Là gli amici avevano il loro Stammtisch (il tavolo riservato agli avventori abituali) e pagavano quando potevano.

Oppure le trattorie di campagna all'aperto col bel tempo e le Weinstuben con il vino nuovo chiamato Sturm come la tempesta, i leggendari Heuriger di Grinzing, Dornbach, Klosterneuburg, Heiligenstadt, Hietzing, Währing, Nussdorf che ancora oggi, nonostante siano stati inghiottiti dalla metropoli, ci fanno intuire quale dovesse essere l'atmosfera che si respirava nella Vienna del tempo che fu: quella inebriante mescolanza di voluttà e affanno, quello spirito volubile di una vanitas vanitatum e di una laetitia capaci, come per incanto, di dare un senso ultimo e definitivo a tutte le cose, di annullare ogni peso di gravità nel volo della fantasia.

A Schubert non occorreva vedere altri luoghi, conoscere altri spazi, immergersi in un'altra natura: quello era il suo mondo, tutto il mondo. L'allegria disinibita, la complicità segreta, il brindisi lieve, la leggera euforia della felicità un po' brilla che coglie l'attimo fuggente dell'estro: erano questi i momenti cari a Schubert, la scena nella quale si muovevano i suoi attori e nella quale l'illusione ricreava la sua finzione di verità, sospendendo le leggi severe del dolore e della morte. Che cosa avrebbero potuto aggiungere i viaggi e la carriera, le frequentazioni sociali, le conoscenze importanti? Forse che se avesse visto il mare dal vero con i suoi occhi l'avrebbe rappresentato con maggiore poesia di navigante? E la luna, l'al di là, i demoni, i fantasmi, la grandezza antica, li vide mai davvero se non con la sua immaginazione?

Non la fuga dalla vita, ma la creazione di un'alternativa: ecco la risposta di Schubert.

Per gli amici era tuttavia difficile sottrarsi all'impressione che egli fosse perennemente altrove, che pensasse continuamente ad altro. Era facile concludere che stesse vagando, come un sognatore, nei territori sconfinati della sua immaginazione. Eppure non si trattava solo di questo. Altri indizi sembrano indicare invece che fosse assalito da un'ansia indefinibile e che lottasse con se stesso per non farsi prendere dall'angoscia.

Quando mangiava, per esempio, lo faceva rapidamente e meccanicamente, quasi ingozzandosi. Non era un raffinato, e da buon viennese andava pazzo per il pollo fritto e i dolci farciti, non il massimo quanto a igiene alimentare. Inoltre amava bere e - fatto che nessuno degli amici ebbe mai il coraggio di negare - era spesso ubriaco: di birra, di vino, ma soprattutto di punch, per il quale i soldi non gli bastavano mai. Allora andava su di giri. Era un modo, certo, di caricarsi e di entrare in orbita, ma forse anche di stordirsi e di dimenticare.

Sapeva di essere eccessivo in tutto, e ne provava a volte una strana, oscura minaccia. Aveva scatti incontrollati, estremi e imprevedibili, fasi ciclotimiche di euforia e di depressione durante le quali poteva parlare animatamente per ore e ore o chiudersi in un mutismo ostinato, impenetrabile. Poi la crisi scompariva, e ritornava la calma. Nessuno seppe mai che cosa si celasse dietro a quelle reazioni improvvise.

Gli amici erano abituati a questi sbalzi d'umore e non ci facevano granché caso. Confezionarono la divisa del genio bifronte quando forse non si rendevano ancora ben conto di che cosa ciò significasse, e la misero in vetrina cercando generosamente di nascondere gli angoli bui e le strade chiuse in favore di previdenti uscite di sicurezza. All'esterno non doveva apparire che la faccia dell'armonia, con la bellezza e la dolcezza degli attributi più luminosi.

Schubert fu un figlio devoto, un fratello e un amico fedele. Era un uomo gentile, generoso e buono. Riposino in pace le sue ceneri e sia ringraziato per avere, con la sua musica, resa più bella la vita ai suoi amici. (Spaun, alla fine delle sue Note del 1858). Schubert aveva reso più bella la vita ai suoi amici anche allietandoli con il piacere della danza, e quello era stato in un certo senso un segno della sua generosità e della sua capacità di essere libero anche nella costrizione. Eppure, già nell'atto di comporle e di nobilitarle come musica d'arte, egli sapeva che quelle musiche, legate comerano al consumo, all'effimero, alla seduzione dell'attimo fuggente, sarebbero state presto dimenticate, e che il loro tempo non sarebbe mai più ritornato. Altre danze, nelle composizioni strumentali, pianistiche e da camera, avrebbero testimoniato non il piacere, ma l'affanno e il dolore della danza. Ed erano danze, di gioia o di morte, che nessuno avrebbe mai più dimenticato.

Che cosa sarebbe rimasto delle prime? Nient'altro che la leggerezza di un lieve volteggiare sospeso da terra, il brivido di corpi che si sfiorano e si riconoscono, lo slancio di ritmi portati sull'onda di alate melodie: una civetteria sull'orlo dell'abisso.

Le danze di Schubert, nate per essere ballate, non potranno mai diventare musica da ascoltare in concerto, anche se sono musica di Schubert. La loro natura esige, con la Stimmung della festa, l'immediatezza della comunicazione, ma anche lo spazio di un ambiente consono, il costume di un rito e di una civiltà legata a un'epoca: tutte proprietà irrecuperabili di un mondo perduto. Ascoltandole, a noi resta la sensazione che nella perfetta individuazione di uno spettro in cui muoversi senza rinunciare al guizzo della trovata e dell'invenzione Schubert sia più grande che mai. Ma è una sensazione che possiamo soltanto immaginare, non rivivere.

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