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So che mi meraviglierò ancora ed è per questo che parto. Mi affascina l'idea di intrufolarmi all'interno di un negozio di tappeti, poter condividere le giornate con venditori e clienti, aiutare a servire il tè fumante e assaporarlo in mezzo ad alcatifa, kilim, sofreh, jajim e namakdan; sono decine, al termine della giornata forse centinaia, i tappeti che si vanno piegando e dispiegando, rivelando tutto un mondo di oggetti intessuti, ricamati o annodati, frutto del lavoro di donne, bambini e uomini dei villaggi e delle città dell'Iran. Sarà come entrare nella caverna di Alì Babà, quella caverna piena di tesori che tanto ci faceva sognare quando eravamo piccoli.
E non avrei potuto essere più fortunata, giacché sarò ospite di una famiglia di commercianti del bazar di Isfahan. Come Samarcanda e Timbuctu, Isfahan è una città mitica ed è sufficiente pronunciarne il nome per evocare mondi incantati. Nelle sue viuzze tortuose e segrete trascorse la propria vita il saggio Avicenna e nei suoi palazzi, circondato da artigiani e poeti, lo scià Abbas allestì una corte sfarzosa. Cristiani venuti dal Nord costruirono una cattedrale sull'altra riva del fiume, la riempirono d'angeli e la sua bellezza fu descritta da viaggiatori provenienti da ogni angolo del mondo civilizzato. Da questa città di cupole turchesi e muri coperti di maioliche con fiori e arabeschi, cercherò di tastare il polso dell'Iran alle soglie del terzo millennio.
Sono i primi giorni di primavera del 2001 e preparo i bagagli con la fretta e la trepidazione di chi si accinge a un'avventura amorosa. Lascio a casa tutto quello che posso: voglio arrivare leggera nel corpo e nell'anima, avere spazi da poter riempire di nuovo. Faccio la valigia all'ultimo momento, come sempre, perché sono davvero poche le cose per me indispensabili, ma non dimentico di portare uno spolverino e un foulard per coprire la testa. Li terrò a portata di mano per indossarli prima di salire a bordo dell'aereo Iran Air a Francoforte. Il resto andrà in una valigia molto grande che partirà quasi vuota e tornerà piena. Meglio portare anche qualche capo un po' elegante, penso mentre faccio i preparativi, dato che vado a vivere a casa di una famiglia dove potrò stare senza foulard e senza spolverino, e di certo sarò invitata in casa di persone per le quali le donne non debbono necessariamente indossare il velo islamico chiamato hejab. Se visitassi il paese da semplice turista non mi occorrerebbero che un paio di pantaloni ampi e una camicetta leggera con i rispettivi ricambi.
Nessuno, infatti, vedrebbe ciò che indosso sotto l'uniforme imposta dalla legge islamica e, con il caldo che fa in primavera, la cosa migliore è vestirsi più leggere possibili sotto l'hejab. Il mio viaggio, però, non sarà una semplice escursione turistica, bensì un'esperienza più profonda. Sono emozionata e nervosa: intuisco che un cambiamento di vita così radicale sarà per me come una cura dello spirito, un modo per allentare la tensione prodotta dalla fatica di abitare in una grande città europea. Penso che a Isfahan farò mio il proverbio asiatico secondo cui la fretta è un'invenzione del diavolo.
Sono stata in Iran poco più di un anno e mezzo fa, viaggiando con mio marito per tutto il paese. L'avevo già visitato in precedenza, nel 1994, interessata a sapere come si viveva in Persia dopo la rivoluzione islamica. Ma conoscevo l'Iran dal 1968, quando ci ero andata per la prima volta, assai giovane, attratta dall'Oriente. Poi c'erano stati la borsa di studio e il corso all'Università di Teheran e quindi alcuni viaggi di lavoro negli anni Settanta, prima che mi sposassi e arrivassero i figli. Mentre io facevo la madre a Barcellona, in Iran arrivò Khomeini e il paese intero, in preda all'ottimismo, scese in strada o si affacciò al balcone per gridare "Allah u Akbar", "Dio è grande".
La rivoluzione islamica era iniziata (1979). Il clero sciita prese il potere, si allontanò bruscamente dai democratici laici del governo e il paese intraprese il suo cammino solitario. Di lì a poco iniziò la terribile guerra con l'Iraq che durò otto anni (1980-1988). Da allora, fino a oggi, più di un decennio di pace e silenzio: un periodo in cui il popolo ha avuto molte cose da mandar giù e molti morti da ricordare. Oggi gli iraniani hanno ripreso a parlare, lo fanno ancora con difficoltà, però parlano ed è da loro che io vado, disposta ad ascoltare e da sempre innamorata di questo popolo.














