19 ottobre 2017

The Smith Tapes. La controcultura al microfono

The Smith Tapes dettaglio

Le sensazionali interviste perdute di Howard Smith, il geniale giornalista e osservatore della controcultura americana di fine anni Sessanta. Con le maggiori figure della scena musicale, cinematografica e letteraria degli anni più caldi della contestazione.

Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, il mondo occidentale vive l’impressione di essere alle soglie di un grande cambiamento. I movimenti pacifisti, la stagione straordinaria delle arti e in particolare della musica, potentissimo aggregatore di idee ed emozioni, la Black Power, il Vietnam, Woodstock, i movimenti studenteschi, la psichedelia, e mille altri rivoli intellettuali, artistici ed emozionali si fondono in una gigantesca ondata che sembra voler travolgere tutto.

Un personaggio geniale e poliedrico come Howard Smith – firma di una rubrica iconica per la controcultura sulla rivista «The Village Voice», attore, regista da Oscar, giornalista e speaker radiofonico – era il profilo ideale per diventare il grande propagatore e cronista di queste potenti ondate innovative. Fra il 1969 e il 1972 gli viene affidata una trasmissione notturna dall’emittente radiofonica WABC, “The Howard Smith Scenes”, con la quale si cercava di duplicare nell’etere l’enorme successo che Smith aveva incontrato con la sua rubrica giornalistica.

Smith comincia subito a invitare in studio i più significativi personaggi della controcultura, registi, attori, scrittori, rock star e artisti: ciascuno di loro sta attraversando un momento irripetibile della propria carriera e lo racconta al microfono di Smith, che oltre a mandare in onda le interviste le registra su grandi nastri con l’obiettivo di farne dei montaggi successivi, e li archivia nel seminterrato di casa sua, dove solo pochi anni fa, dopo la sua morte avvenuta nel 2013, sono stati ritrovati dal figlio.

Ciascuno di questi nastri è una capsula del tempo che riporta un frammento vitale di quella stagione straordinaria. Dennis Hopper e Peter Fonda nella prima intervista dopo l’uscita di Easy Rider, l’ultima intervista a Janis Joplin, quattro giorni prima della sua morte, Eric Clapton per la prima volta insieme a una band, e le diverse interviste a John Lennon e Yoko Ono che guardano oltre i Beatles, e George Harrison, Andy Warhol, Allen Ginsberg, Mick Jagger, Jim Morrison, Norman Mailer, Lou Reed, Frank Zappa, Vidal Sassoon, Dustin Hoffman, Joe Cocker, John Mayall, Arlo Guthrie, Jerry Garcia, Ravi Shankar e moltissimi altri.

La trascrizione di queste conversazioni apparentemente informali ma in realtà molto precise e dirette, per la prima volta riunite in volume, riesce a restituire al lettore tutti gli aromi e le sensazioni di un momento di indimenticabile forza e disordine creativo del Novecento controculturale.

 

Howard Smith è stato regista cinematografico (premio Oscar nel 1972 con il documentario Marjoe), giornalista e dj radiofonico. Attivo per più di trent’anni come scrittore, i suoi articoli comparvero regolarmente su testate come «Playboy» e «The New York Times». La sua colonna settimanale intitolata Scenes compare negli anni più brillanti della rivista «The Village Voice», contribuendo a rendere la testata una delle voci più significative della controcultura americana. La riscoperta e pubblicazione di The Smith Tapes, sia in versione audio sia in volume, è stata condotta a cura di Ezra Bookstein con la collaborazione del figlio di Howard Smith, Cass Calder Smith.

 

 

The Smith Tapes

1969-72 Interviste con le rockstar e altre leggende della controcultura

The Smith Tapes
  • AutoreAA.VV.
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-5923-293-3
  • Pagine 472
  • Data uscita 19-10-2017
  • Prezzo 26.00€ 22.10€
  • Disponibilità Disponibile

1969-72 Interviste con le rockstar e altre leggende della controcultura.

Il volume propone la trascrizione delle conversazioni raccolte tra il 1969 e il 1972 da Howard Smith, all'epoca conduttore del programma radiofonico per la WABC "The Howard Smith Scenes". Registrate su grandi nastri e solo recentemente ritrovate dal figlio di Smith, Cass Calder, quelle interviste sono proposte in questo volume curato da Ezra Bookstein.

Tra i protagonisti: Eric Clapton, John Lennon, Janis Joplin, Andy Warhol, Allen Ginsberg, Mick Jagger, Jim Morrison, Norman Mailer, Lou Reed, Frank Zappa, Vidal Sassoon, Dustin Hoffman, Joe Cocker, John Mayall, Arlo Guthrie, Jerry Garcia, Ravi Shankar e altri ancora.

The Smith Tapes dettaglio

Marzo 1969, Howard Smith intervista Lou Reed, che gli racconta un bel po’ di cose sfiziose sulla nascita e gli esordi dei Velvet Underground. Proponiamo un estratto della trascrizione, che potete trovare nella versione integrale all’interno di The Smith Tapes. 1969-72 Interviste con le rockstar e altre leggende della controcultura.

Il terzo album dei Velvet Undeground, omonimo, è uscito da poco e vede alcuni cambiamenti cruciali: John Cale, Nico e Andy Warhol non ci sono più, Lou Reed ora è sobrio e il disco è destinato a un sicuro successo di critica. I Velvet sono tornati a New York dopo un mese trascorso a suonare in giro, a Boston e a South Deer Eld, Massachusetts: una breve sosta, e pochi giorni dopo questo incontro con Smith sono attesi a Cleveland. New York è la città di residenza di Reed e dei Velvet Underground, e tuttavia non hanno suonato qui per quasi due anni.

SMITH: I Velvet Underground sono stati un’idea di Andy Warhol? Com’è andata?
REED: Dunque, noi già facevamo uno spettacolo di musica e luci, dove suonavamo dietro uno di quei teli trasparenti, alla Cinematheque, ancora nella vecchia sede di Lafayette Street. Poi lì hanno chiuso per traslocare in centro e siamo finiti a suonare al Cafe Bizarre, dove alla fine ci hanno cacciato. Prima, però, Barbara Rubin aveva invitato un po’ di gente a sentirci, Al Aronowitz, Nico, Gerard [Malanga] e altri. È stato Gerard, che fra l’altro è un tipo straordinario, a portare lì Andy [Warhol], ed è a Andy che è venuta l’idea di associare dei giochi di luci a una band di rock’n’roll. Cercava un gruppo rock o giù di lì e noi, da parte nostra, eravamo orientati in quel senso già prima di conoscerlo. L’idea ci ha entusiasmato e abbiamo detto di sì. Quando hanno aperto la nuova Cinematheque ed è toccato a Andy e a Jonas [Mekas] – non so se sai come funziona lì: chi vuole fare il regista d’avanguardia, gli danno spazio per una settimana – a quel punto abbiamo messo su uno spettacolo nostro. Si chiamava Uptight with Andy Warhol.

SMITH: Vi chiamavate già Velvet Underground?
REED: Ah sì, ci siamo sempre chiamati così, per via di un libretto sconcio che avevo trovato in una libreria, intitolato The Velvet Underground. Avevo pensato, «Toh, che bel nome» e me l’ero letto. Nell’introduzione, uno psichiatra definiva le pratiche sessuali clandestine nella Germania di prima della guerra come “vellutate”; a un certo punto diceva: «Venite a toccare con mano questa clandestinità di velluto», che non capivo bene che cosa volesse dire. Poi lo spiegava, e una cosa che in realtà era magica riusciva a farla sembrare noiosissima, tanto che quel nome è diventato un vero chiodo fisso. Siamo andati a suonare a Philadelphia in un club che ora non esiste più. Per un bel po’ di tempo è circolata la voce che noi facevamo chiudere i club: in poche parole, se volevi lucrare sull’assicurazione bastava scritturarci e, sicuro come l’oro, il club durava pochissimo… Ma lì, a Philadelphia, abbiamo saputo per caso che la ragazza che staccava i biglietti all’ingresso era la figlia di quello che aveva scritto The Velvet Underground. Ci siamo detti: se non è un messaggio questo! Perché io ci credo molto, ai messaggi e a quelle cose lì, e ho pensato: qui qualcuno sta cercando di dirmi qualcosa. Allora abbiamo mandato a chiederle, «Senti, non è che tuo padre ci firmerebbe il libro?» Lei ha detto «No, è morto di cancro». Eh già. E poi il club ha chiuso. Ecco qui la storia del nome.

SMITH: E questo, quanti anni fa?
REED: Quattro o cinque, era il ’64. Per dire, noi allora suonavamo Heroin. Per strada, sulla Centoventicinquesima all’angolo con la Settima Avenue, John con la viola e io con la chitarra, e la gente ci tirava le monetine. Incredibile, guarda… Era come adesso il blues revival, ma al contrario, cioè, eravamo noi ad andare su ad Harlem e a raccogliere soldi suonando in strada… Era più o meno all’epoca di I Want to Hold Your Hand dei Beatles. Con questo, non è che noi ci facessimo un gran caso, che ci credessimo molto avanti; facevamo le nostre cose e basta, mentre tutti gli altri hanno dovuto arrivarci col tempo. Invece noi avevamo un atteggiamento diverso, capisci? Noi siamo come un prisma in continua rotazione. Non è che abbiamo fatto una scoperta tutt’a un tratto, come mi pare invece che sia capitato a molti altri. Solo che adesso la scoperta sarà che non succede niente, vedrai, che stanno tutti raccontando balle.

SMITH: Come mai il gruppo non ha sfondato?
REED: Mah, non passiamo alla radio, credo che questo voglia dire molto.

SMITH: E perché no?
REED: Io in radio non ci vado. Tu, sì.

SMITH: Ma perché, secondo te?
REED: Perché, secondo me, i primi due album per la sensibilità media non erano accessibili come avrebbero potuto essere. Ci avevamo messo un livello di energia che in quel momento non era quello giusto. Cioè, era giusto per un certo tipo di persone, ma non per il livello medio, no? Perché non era quello che ci voleva… Insomma, in quel momento abbiamo fatto quello che dovevamo, per poter fare poi quello che facciamo ora, che sarà più accessibile, così alla fine sembreranno più accessibili anche i primi due album. Credo che questo nuovo album passerà alla radio e secondo me lo merita più degli altri due, proprio perché i primi due, se anche li avessero trasmessi, non sarebbero piaciuti tanto. E così non sarebbe servito a niente.

In altre parole, non è detto che non avessero ragione loro a non trasmetterci per radio, perché forse non era né il momento né il posto giusto. Mi segui? Magari invece il momento è adesso, e poi se uno vuole sentire i primi due dischi potrà sempre farlo. Non spariranno mica, voglio dire, non è il genere di dischi che ora c’è e fra un attimo non c’è più, perché non sono dischi legati al momento. Noi non siamo mai stati “attuali”. C’è chi scrive canzoni legate al momento presente. Sì, il disco l’abbiamo fatto in quel momento, ma non erano cose scritte per quel momento, non so se cogli la differenza. Insomma, la ragione per cui non andavamo in onda è che noi eravamo in un momento nostro e loro in un momento loro, che non corrispondeva al nostro. Poi, sì, in quel momento siamo riusciti a fare il disco, c’è stato quel tanto di corrispondenza che ci ha permesso di registrarlo, anche se non abbastanza per farlo trasmettere. Ora però le cose si sono un po’ smosse, credo che la gente si stia avvicinando al punto… Io ho l’impressione che, ora come ora, le due forme d’arte più importanti siano la radio e i dischi di rock. Il cinema non conta più niente, ma niente proprio. La tv, poi..