Storie poco standard

di Luca Bragalini

Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz.

 

Le storie di dodici grandi canzoni entrate a far parte dei cosiddetti “standard”: il patrimonio melodico e armonico comune ai jazzisti di tutto il mondo. Un libro che dimostra, con una leggerezza che fa dimenticare la ricchezza dei contenuti e dei rimandi storici, come il jazz abbia saputo essere onnivoro e quanto tortuose e sorprendenti siano le strade che portano una melodia a diventare un classico.

 

Storie poco standard

Collana: Risonanze | Pagine: 144
Data di uscita: 24-10-2013 | Prezzo: 12,50 euro

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Over the Rainbow, scritta da Harold Arlen su testo di E.Y. Harburg, è una delle canzoni più famose del mondo, per molti la più bella di sempre. Eppure rischiò di essere scartata dalla produzione de Il Mago di Oz, il film del 1939 che l’avrebbe resa immortale nell’interpretazione di Judy Garland. Una delle storie poco standard di Luca Bragalini, che si intitola proprio “Over the Rainbow o dell’adeguata destinazione” è ispirata a quel sottile snodo che, nella lavorazione del film, segnò il destino del brano.

 

Durante la tribolata lavorazione del film, nel reparto musica filò via tutto liscio, senza intoppi. Gli unici problemi li creò una canzone che pareva non convincesse nessuno, al punto che quasi tutti erano dell’idea di cassarla. Arlen ne era dispiaciuto. Il compositore aveva sudato sette camicie per quella song («Avevo scritto tutte le canzoni tranne quella per Judy in Kansas. Era diventata una ossessione»), gli pareva persino che da quella impasse fosse uscito solo per intervento divino («È come se il Buon Dio mi avesse detto: eccola, smetti di preoccuparti, ora!»). Col petto gonfio, Arlen si reca da Harburg sventolando la sofferta creazione, una melodia che la Musa gli aveva dettato la sera prima direttamente per strada (il compositore si stava recando al cinema proprio per distogliere i pensieri da quell’angoscioso stallo creativo). Eppure persino il suo lyricist ebbe di che eccepire.

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Il paroliere dapprima la esamina con circospezione. Poi aggrottando le sopracciglia: «Questa melodia la potrebbe cantare Nelson Eddy, non una ragazzina di undici anni del Kansas! ». Insomma per il lyricist si trattava «più di un audace tema sinfonico che di una filastrocca infantile». E questo per Harburg era un bel problema. Egli, come Hammerstein, detestava le «stop-plot songs» (come con spregio le aveva definite), ossia le canzoni svincolate dalla trama e incoerenti con la psicologia del personaggio. Al contrario il lyricist era intenzionato a scrivere «scene e non semplici canzoni», e aveva realizzato il suo proposito con tutte le song de Il mago di Oz: quest’ultima invenzione di Arlen non doveva fare eccezione. Tuttavia Harburg è conscio di avere per le mani una canzone senza eguali e allora si precipita a chiedere il parere di un suo vecchio compagno di scuola, il quale sui testi delle song ne sapeva una più del diavolo dal momento che si chiamava Ira Gershwin. L’autore di “But not For Me” suggerisce di salvare quella canzone a ogni costo; secondo lui una semplificazione dell’armonia e i versi adatti sarebbero stati sufficienti ad avvicinarla al personaggio del plot.

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Harburg dunque si mette al lavoro per trovare le parole che la giovane protagonista della storia avrebbe potuto cantare.

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Le prime due pagine del libro di Baum immergono la piccola Dorothy in uno scenario di completa desolazione; sconsolato panorama magistralmente restituito da uno squallore mono-cromatico che avvolge luoghi e persone. Il termine ‘gray’ drammaticamente reiterato senza mai un sinonimo (che ne avrebbe indebolito l’effetto), non ci lascia dubbi: tutto, lì intorno è grigio. Grigia è la prateria del Kansas, grigia la terra arata, grigio il sole, grigia la casa, grigio il cielo, grigi gli occhi e le labbra della zia Em, grigio lo zio Henry.

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Non a caso la prima parte del film sarà virata seppia (destinando lo sfavillante technicolor per l’ingresso di Dorothy nei luoghi fiabeschi).

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Proprio interrogando le pagine di Baum, Harburg ha l’illuminazione: gli unici colori che Dorothy avrebbe potuto vedere in quel brullo scorcio sarebbero stati quelli dell’arcobaleno. E scegliendo con cura le parole che una bimba avrebbe potuto cantare per esprimere le suggestioni di quell’incanto, il paroliere scrive “Over the Rainbow”. [...]

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Il team è rappacificato: la musica e il testo di “Over the Rainbow” hanno trovato la loro collocazione nel plot di The Wizard of Oz, uno dei primi musical integrated nella storia del genere (quasi un lustro prima di Oklahoma, considerato il capostipite).

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Ma i guai per la song non sono ancora finiti.

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Alcuni della produzione sono convinti che la canzone rallenti il racconto; altri ancora adducono strampalate giustificazioni come quella che ritiene «disdicevole per una star della MGM esibirsi nel cortile di una fattoria!». Freed allora fa la voce grossa e, con insospettabile autorevolezza per un produttore al suo primo incarico, salva la canzone.

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“Over the Rainbow” avrebbe vinto l’Oscar, sarebbe passata alla storia come uno dei più gloriosi evergreen di sempre («la più bella canzone del secolo» secondo la Recording Industry Association of America) e dagli anni Settanta sarebbe diventata l’inno della comunità gay americana, non a caso contraddistinta da una bandiera arcobaleno. L’elezione di Judy Garland a icona di quel movimento, i cui sostenitori erano chiamati «friend of Dorothy», non lascia dubbi su quale versione della canzone era stata designata.

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Nel mentre il jazz aveva proclamato “Over the Rainbow” uno standard, l’unico tra le canzoni scritte per The Wizard of Oz, e lo aveva fatto senza la necessità di alcun distacco storico: il disco di Judy Garland è dell’ottobre del 1938 e già l’anno seguente si hanno cinque letture jazzistiche, quelle delle orchestre di Larry Clinton, Glenn Miller, Artie Shaw, Bob Crosby e quella per piano solo di Art Tatum. Quest’ultimo sarebbe ritornato sul discorso più volte ma questa prima prova, tra musica contemporanea (si ascolti l’introduzione) e jazz (la riarmonizzazione dell’inciso), rimarrà insuperata.

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Sulla scorta di Tatum molti campioni degli ottantotto tasti avrebbero riverito “Over the Rainbow: Bud Powell (1951), Erroll Garner (1955), André Previn (1960), Earl Hines (1974), Mary Lou Williams (1978), Keith Jarrett (1995) ed Enrico Pieranunzi (1996), tra i tanti. Alcune di queste interpretazioni sono virtuosistiche, altre più intime e meditative. A questa seconda categoria appartiene quella delicatissima di Previn.

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… Continua!

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Dal racconto “Over the rainbow o dell’adeguata destinazione”

da Storie poco standard di Luca Bragalini

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