24 ottobre 2010

Un anno in Provenza

provenza

Le avvenuture di un ex pubblicitario inglese diventate un bestseller internazionale.

In una nuova e curata veste editoriale e in una traduzione aggiornata, EDT propone nella collana La biblioteca di Ulisse uno dei titoli più apprezzati del proprio catalogo, Un anno in Provenza di Peter Mayle, pubblicitario inglese trasferitosi alla fine degli anni Ottanta nella remota provincia del Lubéron.

Tradotto in quaranta lingue, fonte di ispirazione per una serie televisiva nel Regno Unito e negli Stati Uniti e sempre più amato dai lettori italiani, il libro ha venduto nel mondo circa sei milioni di copie. Per il ruolo svolto nel diffondere la cultura francese, nel 2002 il suo autore è stato insignito dal governo di Parigi della Legion d’Onore.

In un brillante racconto ritmato dai mesi e dalle stagioni, dall’incontro con le tradizioni ma soprattutto con gli abitanti della Provenza, Peter Mayle trasporta i lettori nel cuore della vita locale e dei suoi piaceri senza tempo, miracolosamente sfuggiti, per citare le parole usate dello stesso Mayle per descrivere l’inalterabile qualità della cucina provenzale, alla “mania contemporanea per il cellophane e per la sterilizzazione su vasta scala”.

A poco a poco, prende corpo quello che può essere letto come il diario di un gentiluomo di campagna del nostro tempo: un particolare e affascinante incontro tra vita vissuta e capacità di osservazione del milieu che esprime in modo magistrale la filosofia di una ritrovata (e fortemente cercata) qualità della vita.

A vent’anni di distanza dalla prima pubblicazione, Un anno in Provenza continua a essere un ottimo spunto per chi accarezza il sogno di uno stile di vita più vicino al ciclo della natura, ai suoi ineffabili segreti e a una dimensione umana più accogliente e familiare.

Di questo sogno realizzato, Mayle offre un divertente e divertito resoconto, dall’acquisto della casa – una fattoria bicentenaria – ai rapporti con i vicini, dalla scoperta delle delizie gastronomiche locali, alla lotta contro il micidiale Mistral, fino al rapporto con gli artigiani chiamati a rammodernare il vecchio casolare.

Soprattutto, però, Mayle sembra indicare una rotta: quella che conduce al recupero del rapporto con il territorio. La Provenza, o meglio il Lubéron, nel suo caso; quello che vorranno scegliere per sé, nel caso dei lettori ispirati dalle pagine di questo libro.

Un anno in Provenza

Un anno in Provenza
  • AutorePeter Mayle
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-6040-693-4
  • Pagine 240
  • Data uscita 14-10-2010
  • Prezzo 13.50€ 11.48€
  • Disponibilità Disponibile

"Ci riusciva difficile associare l'idea di un primo gennaio, che pure tutti ci assicuravano normalissimo, con quel sole e quel cielo di un azzurro intenso. Dopo tutto, però, eravamo in Provenza. C'eravamo stati più volte da turisti, insoddisfatti della nostra razione annuale di due o tre settimane di caldo e di luce brillante. Ogni volta, andandocene col naso spellato e con molto rimpianto, ci ripromettevamo di venire, prima o poi, a vivere qui. Ne avevamo discorso durante inverni lunghi e grigi, o verdi e umide estati, riguardando con un sospiro di nostalgia le foto dei mercatini di paese o dei vigneti, sognando di essere svegliati da un sole abbagliante attraverso i vetri delle finestre della camera da letto. E ora, quasi con nostra sorpresa, c'eravamo buttati nell'impresa, avevamo comprato una casa, preso lezioni di francese, detto addio agli amici, avevamo imbarcato i nostri due cani ed eravamo diventati degli stranieri."

Provenza, Roussillon © Massimo Franzon

L’arrivo della primavera  un momento idilliaco, soprattutto in Provenza. Peter Mayle non si accontenta di descriverne l’incanto, ma ne approfitta per ampliare lo sguardo e raccontare a modo suo alcune divertenti esperienze di vita vissuta.

Il mandorlo tentava di germogliare. Le giornate si erano allungate, terminando spesso con magnifici tramonti di cieli striati di rosa. La stagione della caccia era finita, e cani e fucili messi a dormire per sei mesi. Nei vigneti si ricominciava a lavorare: i contadini previdenti si occupavano delle viti che avevano già potato in novembre, mentre i loro vicini più pigri si affrettavano a potarle ora. La gente di Provenza salutava la primavera con inusitata vivacità, come se la natura avesse praticato a ciascuno un’iniezione di brio.

I mercati erano cambiati improvvisamente. Sulle bancarelle, agli attrezzi per la pesca, alle cartuccere e stivaloni o alle spazzole con setole d’acciaio destinate agli spazzacamini dilettanti, era stata sostituita una esposizione di strumenti agricoli dall’aria terrificante: machete, attrezzi per dissodare, falci, zappe con forcole ricurve, arnesi per l’irrorazione, capaci di seminare una pioggia di morte su ogni insetto o erbaccia tanto dissennati da minacciare le viti. Si vedevano dappertutto fiori, piante e primizie, mentre per le strade erano spuntati tavolini e sedie. C’era nell’aria la sensazione della ripresa delle attività e qualche ottimista azzardava l’acquisto di espadrillas, già esposte negli scaffali variopinti fuori dalle calzolerie.

In contrasto con tanto fermento, i lavori in casa nostra subirono una sosta. In obbedienza a qualche prioritaria richiesta primaverile i muratori se ne erano andati, lasciandoci qualche simbolico sacco di scagliola e qualche mucchio di sabbia a riprova di un loro – chissà quando – futuro ritorno per finire quel che avevano lasciato a metà. Il fenomeno della scomparsa degli operai è ben noto in tutto il mondo, ma in Provenza esso ha un suo particolarissimo contorno di raffinatezze e frustrazioni e si verifica in periodi ben definiti.

Tre volte all’anno – a Pasqua, in agosto e a Natale – i proprietari delle case di campagna fuggono da Parigi, Zurigo, Düsseldorf e Londra per venire a trascorrere un po’ di giorni o qualche settimana di semplice vita di campagna. Immancabilmente, prima di partire, pensano a qualcosa di fondamentale per il successo delle loro vacanze: un set di sanitari di Courrèges, una luce per la piscina, la ripiastrellatura della terrazza, il rifacimento del tetto nell’ala della servitù. Quale gioia ne deriverebbero, dalla loro rustica fuga, senza queste cose essenziali?

Agitatissimi, telefonano ad artigiani e operai: preparate tutto… deve essere pronto per il nostro arrivo. In quest’ansia di direttive è implicita, naturalmente, la promessa d’una buona paga, se la cosa è subito eseguita. Ciò che importa è la rapidità, non il prezzo dei lavori.

Troppo allettante per non accettare. Tutti ricordano l’avvento di Mitterrand al potere: i ricchi sembrarono immobilizzarsi, seduti sui loro quattrini. In Provenza, allora, vi era stata scarsità di lavoro edile: chi poteva essere sicuro che i tempi grami non tornassero? Così accettavano tutto, e clienti meno pressanti si trovavano improvvisamente con le betoniere ferme e le stanze in costruzione abbandonate. Di fronte a situazioni del genere, due erano i modi di rispondere: né l’uno né l’altro offrivano risultati immediati, ma mentre uno faceva aumentare il senso di frustrazione, l’altro lo diminuiva.

Li provammo tutt’e due. Tanto per cominciare, facemmo un deciso sforzo per diventare più filosofi sul tempo, considerando giorni e settimane di rinvio con la mentalità provenzale: ci rallegravamo, cioè, del bel tempo e mettevamo da parte la mentalità cittadina. Questo mese o il prossimo, che differenza fa? Prendi un cicchetto e rilassati! Andò bene per un paio delle settimane successive, quando ci accorgemmo che i mattoni dietro casa diventavano verdi per l’erbetta che vi faceva capolino. Allora decidemmo di cambiare tattica e fissammo alla squadra di lavoratori, piccola ma sorda ad ogni richiamo, scadenze precise. Fu un’esperienza educativa.

 

Peter Mayle
Un anno in Provenza
Testo tratto dal capitolo “Marzo”

Provenza Dalia Zaccarelli

Un anno in Provenza vent’anni dopo. A due decenni esatti dall’uscita della prima edizione, Peter Mayle fa il punto sul successo straordinario e in parte inatteso del suo libro. E, soprattutto, ci aiuta a coglierne l’attualità. Tutto questo nella nuova Introduzione che qui proponiamo in anteprima.

Un anno in Provenza è uscito nel 1990 con una tiratura iniziale di tremila copie, considerate all’epoca più che sufficienti. Da allora, con gran sconcerto e soddisfazione da parte mia, ne sono state vendute sei milioni in quaranta lingue.

La cosa ha inevitabilmente finito per irritare certuni, che dai loro piedistalli di New York, Londra o Parigi, sostengono che io stia contribuendo alla rovina della Provenza. Non si spiega tuttavia come possano costoro esserne tanto certi, dato che la loro conoscenza della regione è fortemente limitata dal seccante fatto di non viverci. In ogni caso le critiche mi hanno indotto a paragonare la Provenza del 1990 a quella del 2010. Che cosa è cambiato?

I prezzi delle case sono aumentati, certo, ma questo è accaduto anche in Italia, in Spagna, in Florida, nel Meatpacking District di Manhattan e, più in generale, ovunque possa essere considerato piacevole abitare.

Ci sono molti più ristoranti di qualità e luoghi deliziosi in cui soggiornare rispetto a prima; ci sono più stelle Michelin, più bistrot, più chambres d’hôtes. In altre parole, c’è più scelta. I vini locali sono migliorati oltre ogni aspettativa. Ma per quanto concerne i cambiamenti, questo è tutto, direi.

Più interessante, forse, è considerare ciò che non è cambiato nel corso degli ultimi vent’anni. I mercati di paese continuano a vendere generi alimentari freschi, sfuggiti alla mania contemporanea per il cellophane e la sterilizzazione su vasta scala. Ci sono ancora ampie distese di campagna disabitata e incolta, scampata ai parchi a tema, ai campi da golf e alle colonie di condomini. Chi desidera il silenzio, autentico bene in via di estinzione, riesce tuttora a trovarlo. Inoltre, diversamente da molti altri posti al mondo resi affollati, insignificanti e prevedibili dal progresso e dalla facilità con cui si raggiungono, la Provenza è riuscita a conservare un’atmosfera e un’originalità tipiche. L’accento è rimasto forte e impastato, la bizzarra nozione di puntualità continua a essere ignorata, e per un pranzo domenicale come si deve ci vogliono sempre, al minimo, due ore. Tutto ciò è meraviglioso.

Per quanto concerne i mutamenti più personali avvenuti dal 1990 in poi, temo che il trascorrere degli anni abbia contribuito ben poco al miglioramento tanto del mio carattere quanto delle mie abitudini. Vengo sempre facilmente distolto dalla scrivania da interessanti distrazioni: una degustazione di vini, un giovane chef promettente, voci secondo cui sotto una vicina quercia si trovano i tartufi, un tenebroso hammam a Marsiglia, una combattuta partita a pétanque in paese e, ovviamente, lo spettacolo della vita quotidiana osservato dai tavolini esterni di un caffè. Per quanto possa sembrare strano, le distrazioni più impegnative, come i lunghi viaggi, invece non mi attraggono più. Non desidero andare da nessun altra parte, sono felice qui. Il che, immagino, si chiama soddisfazione, e sarò dunque sempre grato al fortuito evento letterario noto come Un anno in Provenza che mi ha dato una mano a raggiungerla.

Un libro naturalmente non ha successo senza lettori, e mi ritengo piuttosto fortunato ad averne conosciuti centinaia, alcuni personalmente altri attraverso lettere e fotografie. Di alcuni sono diventato amico ma tutti mi hanno dato un piacere enorme, e apprezzo particolarmente il fatto che provengano da ambienti molto diversi: un membro della Camera dei Lord inglese, una giovane soldatessa cinese, un uomo che sconta la sua pena in carcere, un docente universitario, un ragazzino che impara a leggere, costoro e centinaia di altri si sono presi la briga di scrivermi, e quelle lettere sono più importanti di qualsiasi recensione positiva. Perciò, cari lettori, permettetemi di ringraziarvi per la vostra gentilezza e per il sostegno che mi avete dato negli ultimi vent’anni. Per favore, continuate così.