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L'incredibile storia della città di Alessandria, gli antichi villaggi lungo il Nilo, gli spazi immensi del deserto. E poi i volti delle persone, la magia degli sguardi e l'incanto delle scene di vita quotidiana, davanti a una moschea del Cairo, negli spazi remoti di un'oasi o in una sorprendentemente vitale Città dei morti. Per introdurci al piacere della lettura e della visione del carnet Egitto, abbiamo posto all'autore Stefano Faravelli alcune domande. |
Posso davvero dire che la mia ricerca è sempre e solo una. Racconto paesi diversi, ma seguendo sempre le stesse tracce. Nel mio carnet precedente, India. Per vedere l’Elefante, questa creatura sacra è il simbolo di una certa idea dell’Assoluto. Nelle tavole di quel libro mi sono fatto “cacciatore” di un animale metafisico che rappresenta l’India delle grandi religioni: una chiave simbolica per coglierne l'identità trascendente. Anche questo mio viaggio in Egitto è una caccia alla teofania, alla elusiva traccia del divino e delle sue forme. Nell'Asclepios, un antico testo del II sec. A.C., il dio Thot, l’Hermes dei Greci, pronuncia una profezia in cui annuncia il ritrarsi del divino dal "celeste" Egitto. Profezia che è sempre più attuale perché l'uomo di oggi sembra incapace di ammirare e adorare la bellezza nelle sue molteplici manifestazioni. Io vado per il mondo e il mio modo di ammirare e adorare è raccontare nei miei libri questa bellezza superstite. Afferrare il lato teofanico prima che sparisca, scoprire Dèi nascosti, smascherare quelli che si sono camuffati. E questi Dèi in Egitto li ho trovati nei bambini dell’oasi di Qara, nei sufi di Tanta e di Aswan, nei due fellahin che discutevano al tramonto seduti su un campo di trifoglio, nel vecchio sdentato custode di una moschea del Cairo… Ma sono Dèi anche gli animali, le albe sul Nilo e nel deserto, le vecchie pietre parlanti, i paesaggi risparmiati all’accelerazione del mondo moderno, le sacche di intemporalità . Lì si nasconde il Dio! |
| Conosciamo l’Egitto dei faraoni, quello islamico quello della modernità. Quale volto di questo paese ha ispirato la tua arte? |
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Vorrei dire quello degli interstizi, delle “intercapedini” tra tutti questi “Egitti”. Un esempio clamoroso è la Città dei morti al Cairo. C'è un popolo magnifico e palpitante che vive in quell'immenso cimitero che è il Muqattam, dove le persone abitano tombe mamelucche o ottomane in una fantastica osmosi tra il passato monumentale e il presente. Certo c'è anche molto degrado, ma intuisci la ricchezza di un mondo altrove scomparso, come in certi romanzi del premio nobel Naguib Mahfuz. La trasformazione dell’Egitto in un paese essenzialmente archeologico ha cancellato quella meravigliosa fusione tra la gente egiziana e le grandi rovine faraoniche di cui raccontano gli autori del XIX secolo - penso a certe struggenti litografie del mio amato David Roberts raccolte in Egypt and Nubia. È stato molto bello scoprire un poco di questa continuità in qualche sito secondario e poco conosciuto, nelle oasi del deserto libico o in certi piccoli villaggi sulle sponde del Nilo. Poi c'è un Egitto che non è né quello faraonico né quello islamico e neppure quello moderno: è l’Egitto che Lawrence Durrell definiva “antico, pastorale, velato da nebbie e miraggi”. Troverete molte tavole che raccontano il mio incanto per questo mondo, talvolta miracolosamente intatto! |
Tra i più celebri carnet dedicati all’Egitto figurano quelli realizzati dagli artisti che seguirono Napoleone nella sua campagna del 1798. Qual è il tuo rapporto con questi illustri precursori? |
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Sì, sento molto l’eredità del carnet illuministico: già bambino mi deliziava quello spirito enciclopedico un po’ folle per la pretesa di mettere ordine nel creato! Ne faccio un uso ironico e talismanico, che mescolo alla componente romantica. Oltre a essere forme inscritte nello spirito del carnet, sono ottime scuole per disciplinare la tecnica e la visione. Ho appena citato David Roberts con il quale ho intrattenuto un dialogo a distanza: mi troverete in conversazione con lui in un delirietto che ho voluto disegnare nella prima tavola del libro, in alto a destra sopra i colossi di Abu Simbel. Ma anche la banda dei Savants dell’epoca mi ha seguito nel mio viaggio… Prendiamo la celebre Description de l’Egypte: è un opera incredibile, che contiene tutto, tutti gli uccelli, insetti, iscrizioni, obelischi, geroglifici, steli dell’Egitto, in acqueforti e litografie stupende. Il mio omaggio ai Savants, allora, sono le tavole mineralogiche e botaniche scritte in francese, che spero mi sarebbero valse la stretta di mano del grande Vivant Denon. |
Nel carnet che hai dedicato al Mali, hai trovato un modo del tutto personale di ritrarre e descrivere il tuo incontro con le persone. Quale spazio hai riservato alle persone che hai incontrato in Egitto? |
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Il giardino dei volti di questo carnet è folto: sono particolarmente fiero del ritratto della bella velata di Alessandria, dipinto a memoria, ancora sotto l’influsso malioso dei suoi sguardi dardeggianti: ho letto un sorriso pieno di seduzione in quegli occhi… Anche fratel Nicodemus ha posato per un ritratto potente nei monasteri copti di Wadi Natrun.
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Quale chiave di lettura dell’Egitto ti senti di proporre ai nostri viaggiatori? |
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La finestra non è nuova, anzi è aperta da tempi immemorabili. Ne fa un cenno discreto Borges nel racconto L’Aleph, dove racconta che una delle colonne della immensa sala ipostila della moschea di ‘Amr, una vera foresta, racchiude letteralmente “il mondo intero”. Appoggiando l'orecchio a questa colonna si può udire un brusio di voci, una sorta di ronzio universale. Io sono stato in questo posto a disegnare e ho cercato la colonna Aleph. L’avrei trovata di certo se un perplesso giovane in zucchetto e galabyia non avesse cominciato a interrogarmi disturbando le mie auscultazioni. Spero che qualche mio lettore riesca dove io ho fallito… |
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