Il Mappamondo 25

Remmy "brutta faccia"
Incontri originali in un libro dedicato alla Tanzania


Anticipiamo in questa pagina un brano di Storie africane, di Andrea Berrini, della collana "Orme".

Anni fa ho intervistato Remmy Ongala, nome di punta della Real World di Peter Gabriel, voce nota a tutti gli appassionati di world music. Anima, con la sua Super Matimila Orchestra, delle notti di Dar es Salaam. Il pezzo per il giornale cominciava così: "Remmy Ongala è un extra-co-munitario atipico: si è rifiutato di emigrare in Europa".
Atipica è la sua famiglia: lui, originario dello Zaire, ospite in Tanzania in virtù del suo successo musicale, ha sposato una ragazza inglese che si è fermata a Dar es Salaam dopo aver percorso l'Africa per parecchi anni. [...]

Remmy batteva il ferro caldo: "Vedi, voi cominciate ad accorgervi dell'immigrazione in Europa da paesi come questo. Ma il desiderio di viaggiare è universale, riguarda chiunque in qualunque paese del mondo. Qui in Tanzania arrivano senz'altro più turisti dall'Europa di quanti non siano i ragazzi tanzaniani in cerca dell'occasione per venire da voi". Però, diceva Remmy, i turisti ricchi possono permettersi di pagare un biglietto aereo e poi restare due, tre settimane. Un tanzaniano, una volta messa da parte la cifra necessaria, resta via almeno due anni: approfitta dell'occasione. Facciamo un rapido calcolo. Un biglietto aereo Roma-Dar es Salaam e ritorno costa la metà di uno stipendio italiano medio-basso. Per comprare lo stesso biglietto un tanzaniano ha bisogno di almeno venti mensilità piene.
"A me vivere in Europa non piace. L'anno passato ci siamo fermati a Londra due mesi, io dovevo registrare un disco. Abbiamo portato anche i bambini, tutti e tre: per una quindicina di giorni si sono divertiti a visitare questa città così diversa. I negozi, la metropolitana. Poi, esaurita la novità, si sono chiusi in albergo, tutto il giorno davanti alla televisione. S'intristivano. Non sapevano dove andare. Qui, invece, non sappiamo mai dove siano, tornano a casa alle ore dei pasti, girano per il quartiere [...]".

Mi sarebbe difficile immaginare un discorso più semplice e diretto di questo, quasi banale. Eppure Remmy Ongala è così: la Real World gli aveva proposto di vivere a Londra, di inserirlo nel circuito dei locali. Lui aveva preferito tornarsene a Dar es Salaam, in periferia: "È qui che nasce la mia musica, è qui che trovo ispirazione per i miei testi".

Remmy sura mbaya, Remmy "brutta faccia". Remmy che è sempre andato orgoglioso del suo aspetto: recentemente ha partecipato a un concorso per l'elezione dell'uomo più brutto della Tanzania. È arrivato soltanto secondo, è andato su tutte le furie, ha scritto rabbiose lettere di protesta ai giornali. Contro lo scippo di quello che riteneva un suo legittimo primato. E del resto, di questo parlano le sue canzoni: d'infelicità e di sofferenza. [...]

Io sono contento che lui sia contento di parlare con me, anche se il suo sorriso non è quello solito, accattivante, di tutti i tanzaniani, e infatti non scrosciano mai risate piene, non c'è motivo per darsi pacche sulle mani. A lui non piace la gente che ride troppo: i rasta, per esempio, che fumano marijuana e poi parlano, parlano, e ridono: che cos'hanno da dire? Che cos'hanno da ridere?

Ero andato a intervistarlo a casa sua. Una casetta come tante altre, quattro pareti e il tetto basso di lamiera ondulata, un piccolo cortile perimetrato da un muro, dove, tra rottami e vecchi mobili abbandonati, vive Bubu. Bubu il bab-buino. Remmy l'ha preso con sé ancora cucciolo e lui è convinto di essere suo figlio. Remmy gli offre una Sprite, Bubu succhia avido dalla bottiglia. Ci allontaniamo in fretta: finita la bottiglia, Bubu ha l'abitudine di scagliarla lontano, senza preoccuparsi di chi gli sta intorno.

Ci spostiamo nella parte anteriore della casa, di fianco al nastro d'asfalto sbrec-ciato. C'è una vecchia Audi anni Cinquanta, che ricorda le nostre Topolino. La vernice verdastra originale è coperta da una scritta a spray di colori vivaci: "Orchestra Super Matimila". La Audi è afflosciata sui cerchioni: "Questa era la mia macchina, ora preferisco andare a piedi".

Facciamo quattro passi insieme per strada, passando di fianco a molti bar. È pomeriggio e c'è silenzio, ma so che questa zona la sera è piena di musica, di gente. Una zona poco pacifica, tanto che è stata soprannominata "la striscia di Gaza". Remmy è come questa strada. Il suo viso ampio ha uno sguardo dolce, quasi assonnato, ma mi hanno detto che beve molto e a me resta l'impressione che dietro la serenità con la quale ha accolto la mia visita ci sia una qualche ira pronta a esplodere. Ed è l'impressione che lascia tutta questa città, sterminata periferia di due milioni di persone, decorosa e vivibile, ma pur sempre periferia da Terzo mondo.

Il libro e l'autore
Funzionari ministeriali che parlano di spiriti scomparsi, masai diplomati che fanno le comparse nei film, meccanici diventati attori di soap opera, missionari poco ortodossi: la galleria di personaggi non scontati che sfilano nel libro di Andrea Berrini rispecchiano una Tanzania molto lontana dallo stereotipo internazionale del paradiso da safari. Dirette e immediate, le voci dei protagonisti che si succedono di capitolo in capitolo raccontano le lacerazioni e i cambiamenti subìti nel corso dell'ultimo ventennio da un paese preso d'assalto dalla globalizzazione, eppure eccezionalmente dignitoso, pacifico e vitale.

Milanese, scrittore e giornalista free-lance, Andrea Berrini è attualmente amministratore di CreditoSud, società di microfinanza rivolta al Sud del mondo. Tra i suoi scritti, L'anima del bulldozer (Baldini&Castoldi), diario di un viaggio nelle baraccopoli di Nairobi.

Storie africane, di Andrea Berrini, della collana "Orme"

Andrea Berrini

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