Il Mappamondo 39
Ecoturismo: molti pro e pochi contro
"Non avremmo mai pensato che quelle bestiacce ci avrebbero portato dei soldi... Adesso ci permettono di andare a scuola". Così, un agricoltore ugandese che vive nella Foresta del Budongo, un'area protetta, si è espresso riferendosi ai gorilla, uno degli animali simbolo dell'ecoturismo. Parallelamente, dall'altra parte del globo, nelle Galàpagos (Ecuador) un pescatore locale ha affermato a proposito del turismo nelle isole incantate: "Se il governo non ripristina la possibilità di pescare, noi daremo fuoco a queste aree protette per farla finita con la follia del turismo". Due frasi, riferite da Lisa Mastny del prestigioso Worldwatch Institute, che sintetizzano perfettamente le contraddizioni attuali in cui si dibatte l'ecoturismo.
Che cos'è l'ecoturismo
Che cosa si intende con ecoturismo? Secondo l'International Ecotourism Society (IES), questa espressione indica "il viaggiare responsabile in zone naturali, attività che conserva l'ambiente e sostiene il benessere della popolazione locale". Uno strumento sbandierato spesso, in ogni angolo del mondo, da ambientalisti, amministrazioni pubbliche, studiosi, come rimedio miracoloso per ridurre gli impatti del turismo tradizionale, rivitalizzare le economie locali stimolando occupazione e investimenti in aree che rischierebbero di rimanere tagliate fuori dalle rotte tradizionali del turismo.
I dati
Dati alla mano, le cifre rassicurano chi crede nell'ecoturismo: una crescita annua del 20% - nel 2000 le entrate sono state di circa154 miliardi di dollari - generata soprattutto da persone con un'età compresa tra i 35 e i 54 anni e un livello di istruzione elevato. Chi 'viaggia in natura' ha inoltre una buona capacità di spesa e preferisce muoversi da solo (13%), in coppia (60%) o con la famiglia (15%). A disposizione, da visitare, ci sono oltre 13 milioni di kmq, pari a 44.000 aree protette e più del 10% della superficie terrestre. In Italia sono oltre 2.200.000 ettari, circa il 10% del territorio nazionale.
"Wildlife pays, Wildlife stays", recita un vecchio detto. Che significa: se la natura paga, si conserva.
Leoni, squali, balene ...
Gli economisti in questi anni hanno cercato di mettere in risalto che i conti tornano quando si cerca di coniugare conservazione e turismo. L'americano David Western calcolò nel 1984 che un leone del Parco nazionale dell'Amboseli, in Kenya, vale 27.000 dollari/anno, un branco di elefanti 610.000 dollari, valutando le entrate dirette e indirette dei visitatori dell'area protetta africana e dividendo l'importo così ottenuto per felini e pachidermi presenti nell'Amboseli.
Uno squalo grigio della barriera corallina delle Maldive vale 3.300 dollari, valore ben più alto di quello che i pescatori potrebbero spuntare al mercato locale, rivendendone la carne; per osservare balene e delfini ogni anno nove milioni di turisti spendono un miliardo di dollari, mentre il giro di affari annuo generato per avere il privilegio di osservare i gorilla in Uganda, nel Mgahinga Park, in Congo nel Parco dei Virunga e in Ruanda, nel Parco dei Vulcani è di un milione di dollari di entrate dirette (guide, biglietti dei parchi) e nove milioni di dollari di entrate indirette.
Altri vantaggi e alcuni svantaggi
Ai benefici di carattere economico si aggiungono quelli per la conservazione. È un dato di fatto che l'ecoturismo contribuisca in molti casi a tutelare i territori: Kenya, Tanzania, Costa Rica, Ecuador, Sudafrica, Namibia sono alcuni validi esempi. Inoltre può essere un buon strumento di autofinanziamento delle aree protette e può determinare, se ben gestito, ricadute socio-economiche a livello locale. Non è purtroppo tutto oro ciò che luccica e sul piatto della bilancia pesano anche gli svantaggi. Gli impatti ambientali sono segnalati in diverse parti del mondo: erosioni dei sentieri, presenza eccessiva di rifiuti, modificazioni nel comportamento della fauna, deterioramento delle barriere coralline a causa di sprovveduti subacquei e sea-watcher, deforestazione in Nepal e in altre zone per riscaldare e sfamare gli escursionisti.
Le promesse ricadute economiche sulle comunità locali non sono poi scontate. Nel 2001, in previsione dell'Anno Internazionale dell'Ecoturismo - promosso nel 2002 da UNEP, il programma ambiente delle Nazioni Unite e dall'Organizzazione Mondiale per il Turismo - ci fu una clamorosa protesta da parte di alcune comunità locali, riunite sotto l'organizzazione Third World Network. In una lettera aperta inviata al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, le comunità manifestarono il proprio malcontento per la piega presa in alcune aree del mondo dall'ecoturismo le cui scelte, in alcuni casi, rischiano di equivalere - quanto a effetti sui problemi sociali e ambientali - alle scelte del turismo di massa. Tanto da chiedere che il 2002 fosse chiamato "anno di revisione dell'ecoturismo".
Le comunità locali
Proprio per sottolineare la necessità di coinvolgere persone e organizzazioni del territorio in cui si svolge l'attività, è nata la definizione di un nuovo ecoturismo, quello basato sulle comunità: "Una forma di ecoturismo in cui la comunità locale ha sostanzialmente il controllo ed è coinvolta nel suo sviluppo e nella gestione, e in cui la maggior parte dei benefici restano entro la comunità". Diversi sono i progetti avviati. In Italia il più noto è probabilmente quello dell'ASPAC (Associazione di Silves per la Preservazione Ambientale e Culturale), che gestisce una struttura di ospitalità a Silves, nella foresta amazzonica, e organizza percorsi turistici secondo criteri etici.
In Italia l'ecoturismo ha avuto un notevole impulso dal 1991, anno in cui è stata istituita la legge quadro sulle aree protette (n. 394). Alcune aree protette italiane, come il Parco nazionale dei Monti Sibillini e il Parco regionale delle Alpi Marittime, hanno adottato la Carta europea del turismo sostenibile nelle aree protette rivolta alle imprese turistiche e promossa da Europarc, che riunisce diverse aree protette europee. L'obiettivo è di dotare le aree protette di una metodologia per promuovere sul proprio territorio attività non lesive nei confronti dell'ambiente. Un'ulteriore dimostrazione che l'ecoturismo è uno strumento utile, ma da utilizzare con cautela.
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Ecoturismo: molti pro e pochi contro
"Non avremmo mai pensato che quelle bestiacce ci avrebbero portato dei soldi... Adesso ci permettono di andare a scuola". Così, un agricoltore ugandese che vive nella Foresta del Budongo, un'area protetta, si è espresso riferendosi ai gorilla, uno degli animali simbolo dell'ecoturismo. Parallelamente, dall'altra parte del globo, nelle Galàpagos (Ecuador) un pescatore locale ha affermato a proposito del turismo nelle isole incantate: "Se il governo non ripristina la possibilità di pescare, noi daremo fuoco a queste aree protette per farla finita con la follia del turismo". Due frasi, riferite da Lisa Mastny del prestigioso Worldwatch Institute, che sintetizzano perfettamente le contraddizioni attuali in cui si dibatte l'ecoturismo.
Che cos'è l'ecoturismo
Che cosa si intende con ecoturismo? Secondo l'International Ecotourism Society (IES), questa espressione indica "il viaggiare responsabile in zone naturali, attività che conserva l'ambiente e sostiene il benessere della popolazione locale". Uno strumento sbandierato spesso, in ogni angolo del mondo, da ambientalisti, amministrazioni pubbliche, studiosi, come rimedio miracoloso per ridurre gli impatti del turismo tradizionale, rivitalizzare le economie locali stimolando occupazione e investimenti in aree che rischierebbero di rimanere tagliate fuori dalle rotte tradizionali del turismo.
I dati
Dati alla mano, le cifre rassicurano chi crede nell'ecoturismo: una crescita annua del 20% - nel 2000 le entrate sono state di circa154 miliardi di dollari - generata soprattutto da persone con un'età compresa tra i 35 e i 54 anni e un livello di istruzione elevato. Chi 'viaggia in natura' ha inoltre una buona capacità di spesa e preferisce muoversi da solo (13%), in coppia (60%) o con la famiglia (15%). A disposizione, da visitare, ci sono oltre 13 milioni di kmq, pari a 44.000 aree protette e più del 10% della superficie terrestre. In Italia sono oltre 2.200.000 ettari, circa il 10% del territorio nazionale.
"Wildlife pays, Wildlife stays", recita un vecchio detto. Che significa: se la natura paga, si conserva.
Leoni, squali, balene ...
Gli economisti in questi anni hanno cercato di mettere in risalto che i conti tornano quando si cerca di coniugare conservazione e turismo. L'americano David Western calcolò nel 1984 che un leone del Parco nazionale dell'Amboseli, in Kenya, vale 27.000 dollari/anno, un branco di elefanti 610.000 dollari, valutando le entrate dirette e indirette dei visitatori dell'area protetta africana e dividendo l'importo così ottenuto per felini e pachidermi presenti nell'Amboseli.
Uno squalo grigio della barriera corallina delle Maldive vale 3.300 dollari, valore ben più alto di quello che i pescatori potrebbero spuntare al mercato locale, rivendendone la carne; per osservare balene e delfini ogni anno nove milioni di turisti spendono un miliardo di dollari, mentre il giro di affari annuo generato per avere il privilegio di osservare i gorilla in Uganda, nel Mgahinga Park, in Congo nel Parco dei Virunga e in Ruanda, nel Parco dei Vulcani è di un milione di dollari di entrate dirette (guide, biglietti dei parchi) e nove milioni di dollari di entrate indirette.
Altri vantaggi e alcuni svantaggi
Ai benefici di carattere economico si aggiungono quelli per la conservazione. È un dato di fatto che l'ecoturismo contribuisca in molti casi a tutelare i territori: Kenya, Tanzania, Costa Rica, Ecuador, Sudafrica, Namibia sono alcuni validi esempi. Inoltre può essere un buon strumento di autofinanziamento delle aree protette e può determinare, se ben gestito, ricadute socio-economiche a livello locale. Non è purtroppo tutto oro ciò che luccica e sul piatto della bilancia pesano anche gli svantaggi. Gli impatti ambientali sono segnalati in diverse parti del mondo: erosioni dei sentieri, presenza eccessiva di rifiuti, modificazioni nel comportamento della fauna, deterioramento delle barriere coralline a causa di sprovveduti subacquei e sea-watcher, deforestazione in Nepal e in altre zone per riscaldare e sfamare gli escursionisti.
Le promesse ricadute economiche sulle comunità locali non sono poi scontate. Nel 2001, in previsione dell'Anno Internazionale dell'Ecoturismo - promosso nel 2002 da UNEP, il programma ambiente delle Nazioni Unite e dall'Organizzazione Mondiale per il Turismo - ci fu una clamorosa protesta da parte di alcune comunità locali, riunite sotto l'organizzazione Third World Network. In una lettera aperta inviata al segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, le comunità manifestarono il proprio malcontento per la piega presa in alcune aree del mondo dall'ecoturismo le cui scelte, in alcuni casi, rischiano di equivalere - quanto a effetti sui problemi sociali e ambientali - alle scelte del turismo di massa. Tanto da chiedere che il 2002 fosse chiamato "anno di revisione dell'ecoturismo".
Le comunità locali
Proprio per sottolineare la necessità di coinvolgere persone e organizzazioni del territorio in cui si svolge l'attività, è nata la definizione di un nuovo ecoturismo, quello basato sulle comunità: "Una forma di ecoturismo in cui la comunità locale ha sostanzialmente il controllo ed è coinvolta nel suo sviluppo e nella gestione, e in cui la maggior parte dei benefici restano entro la comunità". Diversi sono i progetti avviati. In Italia il più noto è probabilmente quello dell'ASPAC (Associazione di Silves per la Preservazione Ambientale e Culturale), che gestisce una struttura di ospitalità a Silves, nella foresta amazzonica, e organizza percorsi turistici secondo criteri etici.
In Italia l'ecoturismo ha avuto un notevole impulso dal 1991, anno in cui è stata istituita la legge quadro sulle aree protette (n. 394). Alcune aree protette italiane, come il Parco nazionale dei Monti Sibillini e il Parco regionale delle Alpi Marittime, hanno adottato la Carta europea del turismo sostenibile nelle aree protette rivolta alle imprese turistiche e promossa da Europarc, che riunisce diverse aree protette europee. L'obiettivo è di dotare le aree protette di una metodologia per promuovere sul proprio territorio attività non lesive nei confronti dell'ambiente. Un'ulteriore dimostrazione che l'ecoturismo è uno strumento utile, ma da utilizzare con cautela.
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Roberto Furlani (Responsabile Ufficio Turismo WWF Italia)












