Il Mappamondo 36

L'isola di zucchero
Proponiamo l'intero racconto di Letizia Carducci su Cuba.

Boston - Foto di Lou Jones
A partire da domani non potrò più scrivere al mio amico Carlos, un giovane cubano conosciuto a Capodanno a Trinidad. Il comandante Fidel ha dato un altro giro di vite alla già difficile condizione di vita della maggior parte dei cittadini di Cuba: sarà vietato il collegamento internet dalle abitazioni private; la motivazione ufficiale è il sovraccarico delle linee telefoniche, quella reale è la progressiva e ossessiva volontà di evitare ogni contatto con il mondo, ogni inquinamento delle idee rivoluzionarie che qui sembrano sopravvivere al tempo globale.

Volevo, attraverso l'alternativa elettronica (visto che la corrispondenza viene controllata quasi sempre) alimentare un'amicizia nata durante il mio viaggio ai Tropici, in un tardo pomeriggio invernale, durante una lezione di ballo fatta con grande semplicità senza alcun sottofondo musicale, seguendo un ritmo che solo ora mi chiedo da dove potesse venire. Nelle ore in cui ogni cosa si tinge di rosso, anche a Cuba l'atmosfera cambia, il rito si ripete e le famiglie rientrano nelle loro case; in quella casa, improvvisata scuola di ballo, poche cose intorno e attenti sguardi da ogni angolo; una mamma giovanissima, una splendida sorella quindicenne che mi mostra le fotografie della sua recente festa - una sorta di debutto in società, per la quale di norma ci si indebita fortemente, un bambino piccolissimo - figlio di un fratello che attualmente è sposato e vive in Italia, un padre di seconde nozze (matrimoni e divorzi lontano dalle griglie del cattolicesimo si avvicendano con grande facilità) e lui, Carlos, un ventitreenne che cerca di inventarsi un futuro differente con i turisti, rischiando continuamente di venire fermato dalla polizia, e che ballando, gioca le poche carte di cui dispone.

Dopo quella bella serata, ho finalmente gettato via tanti degli stereotipi che ogni occidentale porta con sè scegliendo questa destinazione: l'immagine di un popolo che sa vivere e che sa gioire del poco che ha, che balla e canta a tutte le ore a dispetto della miseria e che ha la leggerezza di inventare molto velocemente matrimoni misti; l'essenzialità della vita in un clima che non conosce il freddo.

Ho cominciato allora a capire che per un genitore augurare al figlio di espatriare significa desiderare il meglio per lui e prospettargli un futuro più ricco di possibilità e perché no, anche di beni materiali; sfido la maggior parte di chi è abituato ad avere tutto a portata di mano a fare a meno di cose, tecnologie, saperi e alternative e, a nutrire allo stesso tempo desideri più cerebrali. Potremmo vivere anche di solo pane, forse, ma non potremmo rinunciare alla libertà di esprimerci e di decidere della nostra vita, in qualsiasi direzione vogliamo percorrerla. Ho sempre creduto nell'immensa potenzialità di ogni essere umano, che in ogni condizione riesce ad inventare un modo per migliorare almeno l'alimentazione e il comfort suo e della sua famiglia, ma questa volta ho constatato di persona come possa esser negata tale peculiarità.

Se avessi potuto continuare a dialogare con Carlos, scrivendo in italiano e leggendo il suo spagnolo, gli avrei chiesto se questa mia amara sensazione risponde a verità, quale effetto provoca l'indegna politica di sfruttamento dei numerosi turisti, che costantemente visitano l'isola, quali sono i sogni di un ragazzo che conosce abbastanza bene ciò che accade nel mondo ma che oltre a non avere le possibilità economiche per fruirne come tanti altri, ha le mani legate in ogni direzione. Ma forse non riceverò risposte a queste domande perché Carlos non ha dollari per pagarsi i collegamenti internet, anzi ne sta accumulando per venire in Italia.

Ripenso spesso al momento dei saluti con la sua famiglia: è stato difficile capire la memoria lasciata, perché nonostante l'atteggiamento amicale mi sono sentita una sorta di extraterrestre, capace di spendere l'equivalente di un mese di stipendio locale (10 dollari) per lo sfizio di una lezione di ballo. A causa di quella sensazione continuo ora a documentarmi e mi ostino a dare un altro significato anche alla politica di Fidel, che invece non ha nessuna intenzione di recedere o di abbandonare il sogno, come un capitano che nobilmente affonda insieme alla sua nave.

Una piccola - grande isola sta affondando da anni e il popolo dei turisti si precipita avido a caccia di nostalgie, pronto a qualsiasi scempiaggine pur di mettere nel bagaglio un resto del relitto chiamato "marxismo tropicale".

Ero partita in balìa di una sedicente organizzazione del commercio equo e solidale, e la nostra guida - ligio castrista -, non ha esitato a proporci anche qualche spesa irregolare, poi strada facendo ho capito che il percorso dei turisti è già tracciato e è lo stesso per tutti; esclusa la zona di Varadero dove non sono ammesse illusioni, i gruppi vengono condotti con perizia da l'Avana alle spiagge, da Sancti Spiritus a Trinidad, a Cienfuegos, sempre dove possono trovare tiendas (negozi per acquisti in valuta) con indicazione costante di spendere e di lasciare in quel modo traccia di un passaggio; ipernutriti e riveriti in ogni dove, sia negli alberghi che nelle case private, se hanno abbastanza dollari in tasca, i singoli, possono comprare di tutto, anche l'amore, sembra.

Ho letto che moltissimi sono i matrimoni registrati con italiani ed ho pensato che forse lì si incontrano esigenze abbastanza chiare e, volendo semplificare, ho immaginato da una parte l'opportunità di cambiare vita e dall'altra la volontà di legarsi affettivamente a qualcuno e di costruire una famiglia; accade tra coetani e pensandoci bene quell'unione appare una decisione molto dignitosa e comunque piena di coraggio, sia per chi abbandona la sua terra che per chi invece si offre al giudizio della cultura occidentale. Si sa bene comunque che nel cuore della Rivoluzione viene tollerato anche il turismo sessuale e non sorprendono più di tanto le coppie più scombinate, o meglio vecchi signori imbellettati in compagnia di giovanissime ragazze di colore. Ciò che stupisce di questi spettacolini, ma anche della situazione più generale, è l'irrealtà di certi ambienti, la netta separazione che vige ovunque, soprattutto di fronte all'opportunità di spendere, il doppio prezzo ... il divertimento pianificato anche a Cuba.

..."Quando un turista incauto e immalinconito attera in mezzo ad una fauna poco aggressiva, come quella di quest'isola, ma furba e convincente, in genere cade in trappola, affascinato. Decide di comprare rum o tabacco fermamente convinto che sia tutta roba buona e originale e si sente davvero sveglio e fortunato. A volte, nel giro di qualche mese sposa una di quelle splendide ragazze o si mette con uno di quei giovani dal colore indefinito; garantisce agli amici in patria di aver raggiunto la vera felicità, sostiene che la vita ai Tropici è meravigliosa, che gli piacerebbe investire quaggiù i suoi risparmi e comprarsi una casetta vicino al mare per viverci con la sua compagna abbandonando per sempre il freddo e la neve e senza più vedere le persone educate, precise, calcolatrici e silenziose del suo paese; ...."; cade insomma in una sorta di trance ipnotico ma esce dalla realtà, rispetto ad una popolazione che ha imparato invece a vivere alla giornata, perché questo è l'unico modo per garantirsi la felicità, quando non si possono fare molte proiezioni positive.

Ho provato sincero stupore ascoltando Fidel Castro il 2 gennaio pronunciare alla televisione il discorso commemorativo del 45° anno dalla Rivoluzione: a volte la fierezza trasfigura. Va bene che la rivoluzione ha bisogno di essere sostenuta in ogni momento mentre il capitalismo va avanti da solo, ma continuare a ricordare gli eventi e i patrioti che hanno permesso l'autonomia dell'isola, gli eroi che danno senso alla resistenza e alla miseria mi è sembrato forte. L'indigenza è innominata, ma nei negozi statali ho visto scaffali completamente vuoti, e nelle rotte dei turisti sta crescendo invece una sorta di accattonaggio per indumenti, saponi, penne o denari (lo stipendio seppur minimo arriva con molta calma, mentre il turista paga in dollari il piacere di passeggiare al sole).

Tutta colpa dell'embargo, questa è la parola d'ordine.
Certo se le cose fossero andate diversamente avremmo letto un'altra storia, ma nessun compromesso ha modificato il progetto; nessun adeguamento è stato concesso al sogno.

Per un europeo è difficile immaginare la desolazione di un embargo; preferiamo riempirci gli occhi con le macchine d'epoca, con l'eleganza delle facciate seppur decadenti, con i colori che il sole riflette, voltando lo sguardo verso le cose migliori, ma i danni che questa chiusura al mondo ha provocato sono tantissimi e occorre riconoscere che i costruttori di ideali sono responsabili anche della costruzione di recinzioni, destinate ad impedire l'uscita dal Paradiso.

Già all'aereoporto si percepisce la volontà dichiarata e la mobilitazione generale, in ogni istante riaffermata; "Vinceremo", "Il socialismo o la morte", La vittoria è alla nostra portata", ovunque pitture, manifesti, cartelloni, slogan scandiscono i paesaggi, impossibile sbagliarsi, l'atmosfera è marziale, sembra di essere in un paese in guerra. Tutta la popolazione è in realtà addestrata alla difesa da un'aggressione esterna, ma non si capisce più chi è il nemico perché il capitalismo è diffuso ovunque e non si può accettarlo solo in parte, e di sicuro non è impedendo i collegamenti telematici che si può crescere un'altra generazione. Chi ha vissuto gli eventi degli anni 60 sostiene con orgoglio le dichiarazioni ufficiali e acquista il Granma (quotidiano governativo) 2 volte alla settimana per continuare a crederci, ma chi ne ha subito solo gli effetti negativi vorrebbe sperimentare altre possibilità. Ho letto di giovani che reclamavano concerti di musica rock puntualmenti sospesi dalle forze dell'ordine perché ritenuti antirivoluzionari, di persone che vivono come in una pozzanghera di acqua stagnante scomparendo piano piano, ho visto l'immobilità delle donne affacciate ai balconi.

Chi detesta il trambusto dei nostri giorni, la frenesia che consuma la vita e che le sottrae ogni sapore deve andare a Cuba, poiché lì il tempo non è iscritto nella lista nera dell'embargo e lì, se ne può abusare senza ritegno: dove non esiste mercato in realtà non c'è molto da fare.

Tutta l'isola è molto verde, ricoperta dalla canna da zucchero, orgoglio e rancore dei cubani - lo zucchero è stato per lungo tempo la moneta della vita: valuta per il paese e privilegio per il buon cittadino -, ma anche il settore agricolo è tuttora rigidamente regolamentato e non riesco a capacitarmi di come possano essere stati vietate per un certo periodo anche la vendita delle eccedenze. Numerose sono le piantagioni orticole ma non sempre si può bastare a se stessi e i prodotti effettivamente mancano, anche nelle tiendas.

Ovunque regna il decoro e la pulizia, a parte negli androni dei vecchi palazzi dove selve di fili elettrici introducono a stretti scaloni per abitazioni ridottissime: ci si chiede come possano abitare proprio lì, ma viaggiando attraverso l'isola si capisce presto che vivere all'Avana è altra cosa rispetto alla provincia, seppur in condizioni misere ( mi hanno raccontato di un sud in condizioni molto più precarie).

Nella capitale l'iconografia rivoluzionaria è molto forte e sotto il sole che scalda la Piazza della Rivoluzione si sente ancora l'eco dei discorsi, delle folle che si accalcavano, degli altoparlanti, delle braccia alzate, dell'intenzione di convocare un mondo nuovo, che però tarda ad arrivare. La gente si è nel tempo diradata e a parlare di avvenire sono rimaste solo le statue di marmo e il ritratto formato gigante del Che: l'uomo che incarna il mito trasversale alle generazioni e agli schieramenti, quel messaggio, l'utopia che noi oggi non riusciamo neanche concepire.

Nelle provincie invece la politica si diluisce e la gente sorride un po' di più interrogandoci spesso con curiosità; a Vinales e a Pinar del Rio - nel Far West -, lungo la via centrale, piccole abitazioni di colori sgargianti, con una loggia sul davanti e immancabili sedie a dondolo guardano arrugginite auto d'epoca e cavalli che transitano; a Trinidad - incanto architettonico - si confondono i vacanzieri del mare con quelli dei musei e solo quando cala la sera ci si ritrova con la musica della Trova; a Santa Clara le parole scritte sul Mausoleo dedicato a Che Guevara riaccendono l'emozione, a Sancti Spiritus una agitatissima notte di piazza rende giustizia alla vitalità immaginata, a Cienfuegos grandi negozi, empori di ogni genere e surrogati di fast food.

Ma occorre tornare a l'Avana perché quella è una meta veramente speciale, a cominciare dal Malecon, il lungomare di 7 km che congiunge il porto antico ai nuovi rioni:di fronte, ad appena 100 km l'America, di qua decine di portici ombreggiano case bellissime, la maggior parte delle quali sono in condizioni disastrose, fregi smangiati dalla salsedine, colori dissolti dal sole, muri pericolanti, e poi... tantissimi panni stesi, a ricordarci che non sono pochi quelli che ci vivono. L'impero spagnolo, oltre al peggio della sua politica, con lo stile coloniale ha lasciato un'architettura di ineguagliabile bellezza che veste i colori accecanti di quella stessa terra.

Ovunque regna sovrana una trinità barbuta: Fidel ancora ben vivo nonostante le preghiere di Miami, e ai lati i due ernesti defunti: lo yankee Hemingway profeta dell'ego maschio e l'argentino Guevara, esploratore di rivoluzioni, anche nelle scuole dove in divisa e in perfetto ordine i bambini seguono le lezioni (ho cercato di acquistare dei libri, ma sembrano merce alquanto rara e quindi carissima), per cui sembra che l'istruzione si basi su testi e persone che appartengono al passato.

In certi giorni la continua ricerca di identità nel nostro continente stanca e se ci si può allontanare si possono poi guardare le cose da un altro punto di vista.

Potevo essermi preparata all'impatto dei luoghi, alle forme differenti e ai colori intensi di questo paese, ma non sarei riuscita ad immaginare una popolazione chiusa in una scatola.
Alcuni funzionari governativi ci hanno esposto la loro attività nei settori che sembrano essere i fiori all'occhiello della loro politica da anni; tutto appare in perfetto ordine e sotto controllo, il sistema ideologico è integrale ("noi vogliamo formare un uomo che pensa e che sente!....") ma i risultati non reggono nessuna "traversata": oltre il confronto con l'America Latina, per cui Castro appare dono illuminato, è tangibile l'incapacità di un adattamento e la pretesa di farcela a qualsiasi prezzo.

Letizia Carducci

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