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[dall’introduzione di Roberto Mussapi] Ma misi me per l’alto mare aperto”. Il verso con cui l’Ulisse di Dante inizia la sua ultima, definitiva avventura, può essere l’emblema di tutta la letteratura che sul viaggio ha la sua radice e il suo fondamento.
L’archetipo, più ancora che il prototipo, è
naturalmente l’Odissea. Ma per comprendere il senso profondo della
letteratura di viaggio, dalla grande epopea di mare di Stevenson,
Melville, Conrad agli esiti successivi, non possiamo eludere il nodo
del navigatore di Itaca, tanto nella sostanza del poema di Omero
quanto nella vicenda dell’Ulisse dantesco.
Il senso ultimo del viaggio è un ritorno, l’impresa finale si profila a Ulisse come ritorno a Itaca, alla piccola isola petrosa e povera da cui è partito, alla moglie, al figlio, al vecchio padre: ritorno al mondo d’origine. L’Ulisse di Dante non si appaga di questo ritorno, e quindi si rimette in mare con i compagni come lui invecchiati, per un’altra partenza, salpa nuovamente: ma anche in questo caso non vuole fuggire, sottrarsi alla realtà, ma raggiungerne un’altra, ulteriore perché precedente. Ulisse cerca un definitivo ritorno, e infatti doppia le Colonne d’Ercole, la soglia vietata, l’accesso all’Oceano che porta a Occidente. Sappiamo che doppiando quella soglia, entrando nell’Atlantico, Cristoforo Colombo incontrerà un continente sconosciuto, che sarà battezzato America. Ma il suo scopo era doppiare il pianeta per mare, ritornare a Oriente, all’Oro dell’India, al mitico luogo dove sorgono il sole e le civiltà. Passando da Occidente, tornare all’origine in senso contrario a quello di Marco Polo. Compie ciò che Dante aveva presentito nel suo Ulisse. Per avvicinarsi al senso profondo della letteratura di viaggio è necessario iniziare dai due momenti in cui più luminosamente si definisce: l’incessante spinta verso un orizzonte ulteriore – la spinta dell’Ulisse di Dante – e il suo antecedente: la scoperta del ritorno come conquista ultima dell’orizzonte.
Nello stesso tempo il viaggio è essenzialmente uscita di sé al fine di un ritorno, ma modificati, iniziati da ciò che sta al di fuori di noi: l’Isola del Tesoro è lontana, ma il giovane Jim Hawkins, approdato a quelle rive malariche, sconfitti i pirati ammutinati, trovato il tesoro, farà ritorno alla cittadina portuale da cui era salpato, modificato dall’esperienza del viaggio, dalla conquista. Dall’Odissea in poi nasce quindi una grande letteratura di viaggio, per la semplice ragione che l’esperienza letteraria stessa è un viaggio, un’uscita di sé con ritorno, e un accesso al luogo d’immaginazione e memoria degli altri. Anche la follia è un’uscita di sé, ma, per quanto ci risulta, senza ritorno. Non esiste invece scrittore che salpi senza tornare, senza cioè aver consegnato al lettore, alla comunità da cui era partito, un resoconto della sua avventura, un diario di bordo che amplifica la conoscenza del mondo dei terrestri impauriti dall’esperienza del viaggio, ma desiderosi di conoscere che cosa accade oltre l’orizzonte. L’unico a salvarsi dalla disperata avventura contro Moby Dick, l’unico a non perire tra le fauci del mostro marino e le onde oceaniche, è Ismaele, il narratore, colui che è salvato perché deve tornare, deve raccontare, deve rivelare. Tornando a una prospettiva più generale, il viaggio in letteratura è più di un genere, è piuttosto un nervo, un cardine dell’esperienza letteraria stessa. Che ha costruito una ricca tradizione nella narrativa, non nella poesia. Credo la ragione sia approssimabile: la poesia è in se stessa un viaggio assoluto, azzera spesso la questione della distanza geografica. Spesso, non sempre.
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