5 settembre 2012

Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste

John Coltrane

Tutte le interviste e le conversazioni di Coltrane, collocate nella giusta cornice storica e commentate criticamente. L’autobiografia che Coltrane non riuscì mai a scrivere nel nuovo volume della collana EDT/Siena Jazz curato da Chris De Vito, scrittore e musicologo americano. Il libro è stato proclamato “Libro del jazz dell’anno dalla BBC”. In libreria dal 6 settembre 2012.

 

John Coltrane è uno dei giganti del jazz. Come tutti i sassofonisti della sua generazione crebbe sotto l’influenza di Charlie Parker, ma cominciò prestissimo a manifestare l’esigenza di un nuovo sound, qualcosa di precedentemente inaudito, provocatorio e rivoluzionario. La strada che scelse era ardua quanto rischiosa dal punto di vista commerciale, ma Coltrane insistette con coraggio e oggi, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, i suoi dischi continuano a essere ascoltati con ammirazione e devozione da migliaia di persone in tutto il mondo.

Data la sua personalità tormentata e poco incline alla pubblicità, di Coltrane si conoscevano finora poche dichiarazioni e interviste. Il musicologo e critico americano Chris De Vito ha finalmente raccolto in questo libro tutte le interviste e le conversazioni di Coltrane, collocate nella giusta cornice storica e commentate criticamente. Si tratta di un testo fondamentale per capire il personaggio Coltrane, il suo carattere, la sua visione, presentato ai lettori italiani nella traduzione di un importante studioso di jazz, Francesco Martinelli, in un nuovo capitolo della collaborazione fra EDT e Siena Jazz.

Ogni singolo articolo, ogni nota di copertina che contenesse un suo commento, tutte le dichiarazioni fatte da Coltrane nel corso della sua carriera sono qui raccolti e ordinati cronologicamente, partendo dai primi, finora sconosciuti pezzi pubblicati su di lui nei primi anni Cinquanta, fino alle interviste della maturità. Il Coltrane che emerge da questi documenti, in buona parte sconosciuti in Italia, è molto diverso dalla sua musica vulcanica: gentile, riflessivo, critico severo di se stesso ma molto raramente degli altri.

 

 

Coltrane secondo Coltrane

Tutte le interviste

Coltrane secondo Coltrane
  • AutoreAA.VV.
  • Collana EDT/Siena Jazz | Musica
  • ISBN 978-88-6040-912-6
  • Pagine 368
  • Data uscita 06-09-2012
  • Prezzo 20.00€ 17.00€
  • Disponibilità Disponibile

Quella che si può ascoltare fra queste pagine è la voce di John Coltrane. Non quella travolgente e vulcanica della sua musica, ma quella gentile, controllata e non meno ispiratrice della sua conversazione: le sue idee, i progetti, le opinioni sulla musica e la vita, i ricordi personali. Sono qui raccolte tutte le interviste conosciute di Coltrane, insieme ad articoli, ricordi e note di copertina, nel tentativo di presentare la personalità di un grande maestro del jazz attraverso le sue stesse parole. Molte di queste interviste, ordinate cronologicamente e introdotte da brevi note critiche, sono inedite o trascritte nuovamente dai nastri originali, e per la prima volta è possibile anche leggere un’accurata selezione degli scritti personali e della corrispondenza di Coltrane. Completano la raccolta una descrizione di prima mano della sua giovinezza nei ricordi dell’amico d’infanzia Franklin Browe, e un ritratto del Coltrane studente di musica a Filadelfia negli anni Quaranta. Per quanto eterogenea e apparentemente frammentaria, questa pluralità di fonti si ricompone, pagina dopo pagina, in un’opera di rara immediatezza e vitalità, che ci aiuta a decifrare l’enigma della musica di Coltrane come pochi altri testi. Coltrane non scrisse mai un’autobiografia: questo è il libro che le si avvicina di più.

 Alias, 7 ottobre 2012

 

 

 

 

 

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Per introdurre il lettore alla raccolta delle interviste di Coltrane abbiamo selezionato un piccolo gruppo di registrazioni (con video ove possibile) che rappresentano punti di svolta nella sua breve ma intensa carriera, e di cui si tratta nel volume. Data la struttura del libro, gli argomenti vengono spesso affrontati da vari punti di vista, ma le collaborazioni con Gillespie, Miles e Monk e il lavoro come leader negli ultimi anni di vita sono certamente centrali nell’esperienza coltraniana.

Ogni brano è commentato da estratti del libro fatta eccezione per So What, incluso per la straordinaria importanza musicale e visiva, per il quale il commento è stato redatto per l’occasione da Francesco Martinelli, curatore della edizione italiana del libro, che ha anche selezionato video e citazioni per questa pagina che non ha pretese di completezza ma vuol solo stimolare alla lettura dell’opera.

 

 

We Love to Boogie

primo assolo registrato, con Dizzy Gillespie, 1951

John Coltrane, che prima di incidere con Miles Davis era praticamente uno sconosciuto anche per gli appassonati di jazz, ha suonato con Gillespie in big band e in sestetto tra il 1949 e 1951, e considerava quest’esperienza centrale nella sua formazione.

«A parte i sassofonisti, per quanto riguarda le influenze musicali credo che Dizzy Gillespie e Bird furono i primi a suggerirmi l’idea dell’esplorazione musicale. È stato grazie al loro lavoro che ho iniziato a imparare le strutture musicali e gli aspetti più teorici della musica. [...] Sono entrato nella big band di Dizzy nel 1949. Sono rimasto con lui dopo lo scioglimento della band per suonare nel piccolo gruppo che organizzò in seguito. [...] Ho sempre avuto il problema irrisolto della comunicazione con i miei ascoltatori. A questo riguardo, suppongo sia inutile dirti quanto ammiri Dizzy Gillespie.»

Dalle pp. 53-54 & 109, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste | EDT 2012 | A cura di Chris DeVito | Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli

 

Little Melonae

prime incisioni con Miles Davis, 1955

Tra il 1955 e il 1960 Coltrane incide con Miles Davis una serie di dischi che sono considerati ancora oggi fondamentali per la creazione del jazz moderno.

 

«È stato Miles che mi ha ispirato il desiderio di essere un musicista migliore. Mi ha dato alcuni dei momenti più ascoltabili che abbia mai avuto in musica, e mi ha anche insegnato ad apprezzare la semplicità. Mi ha influenzato musicalmente da molti punti di vista. Una volta quando ascoltavo i suoi dischi volevo suonare il sax tenore come lui suonava la tromba. Ma quando sono entrato nel suo gruppo ho capito che non avrei mai suonato come lui, e credo che questo mi abbia spinto ad andare nella direzione opposta.»

 

Dalle pp. 99-100, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste | EDT 2012 | A cura di Chris DeVito | Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli

 

Ruby, My Dear

nel quartetto di Thelonious Monk, 1957

In una pausa del lavoro con Miles Davis Coltrane entra nel quartetto di Monk nel 1957 e questa collaborazione è tra gli eventi che daranno in quell’anno alla sua musica una nuova direzione.

«Naturalmente, ero estremamente felice quando ho saputo che avrei suonato con Monk nell’estate del 1957. Avevo sempre desiderato suonare con lui, e si trattava di un’opportunità unica: mi ricordo che abbiamo provato insieme per quattro o cinque mesi prima di iniziare al Five Spot, andavamo anche a casa della baronessa Nica de Koenigswarter; stavamo lì tutta la notte, Monk mi spiegava al piano una frase o due, ascoltavamo dischi, e il whisky scorreva a fiumi. [...] Dovevo sempre stare all’erta con Monk, perché se non stavi attento a quello che succedeva poteva capitare di sentirsi cadere di colpo come entrare nella tromba quando l’ascensore non c’è.»

Dalle pp. 114 & 284, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste | EDT 2012 | A cura di Chris DeVito | Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli
So What

da The Sound of Miles Davis, Speciale TV, 1959

Tra i pochi documenti visivi della carriera di Coltrane si trova lo speciale TV dedicato a Miles Davis in cui il gruppo del trombettista esegue i brani del disco più celebre della formazione, “Kind of Blue”. Tra le altre cose il video permette di apprezzare la differenza di atteggiamento, portamento e abbigliamento tra i due. L’incisione di So What è diversa da quella del disco e comprende un arrangiamento di Gil Evans. 

 

Naima

dal vivo in Europa, 1965

La tenera “Naima” – un nome arabo – prende il nome della moglie di John. «La melodia è costruita», osserva Coltrane, «su accordi sospesi su una nota di pedale in mi bemolle per l’esterno. Mentre l’interno, il bridge, vede gli accordi sospesi su un pedale in si bemolle». [I musicisti di jazz, parlando della classica struttura AABA della canzone, sovente definiscono il primo tema A l’“esterno” del brano, e il secondo tema B l’“interno” o, con apparente contraddizione, “bridge” (ponte) o “channel” (canale), N.d.C.] Qui si dimostra ancora l’immaginazione melodica tutt’altro che ordinaria del Coltrane compositore, e la profonda forza emotiva di tutta la sua opera, come autore e come strumentista. C’è un “grido” – non necessariamente di disperazione – nella musica dei migliori musicisti di jazz. Rappresenta un uomo che è in contatto con i propri sentimenti più profondi, e che è capace di esprimerli, e certamente Coltrane ha questo “grido”. [...] «Quella che io considero la mia migliore composizione è “Naima”» (l’ultima frase da un’intervista di Coltrane con Michel Delorme e Jean Clouzet).

Dalle pp. 42-3 & 183, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste | EDT 2012 | A cura di Chris DeVito | Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli

 

Ogunde

dall’ultimo concerto registrato, 1967

Dai ricordi inediti di Babatunde Olatunji pubblicati in appendice al volume.

Il 23 aprile 1967 l’Olatunji Center of Afrikan Culture, Inc. presentò John Coltrane e il suo quintetto in “The Roots of Africa” per due performance ininterrotte dalle 16.00 alle 18.00 e dalle 18.00 alle 20.00. Il concerto, che fu ben pubblicizzato e reclamizzato con annunci sui giornali e sulle radio, portò centinaia di persone sia nere sia bianche da tutte le aree della città. La grande affluenza per tutti e due gli spettacoli provò che Trane era ancora ammirato e rispettato da quelli del settore. Dimostrò che malgrado tutte le voci era in ottimo spirito e in gran forma, ancora padrone del suo strumento, ancora determinato a non lasciare che l’ostentazione di immoralità collettiva, l’ingiustizia, i pregiudizi e la disonestà da parte di molti personaggi del mondo commerciale della musica distruggessero il suo impegno, e quello di altri, verso il bene e la ricerca della verità. Questa filosofia di vita Coltrane l’ha messa in pratica nei suoi rapporti con coloro che hanno camminato e lavorato insieme a lui.

Dalle pp. 277-8, Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste | EDT 2012 | A cura di Chris DeVito | Edizione italiana e traduzione dall’inglese a cura di Francesco Martinelli

Coltrane parla con Chico Hamilton nel retropalco al Newport Jazz Festival, 3 luglio 1961.

Il quartetto di John Coltrane – con McCoy Tyner al pianoforte, Elvin Jones alla batteria, e Reggie Workman e Art Davis entrambi al basso – si esibì nel giugno del 1961 all’Abart’s Internationale di Washington D.C. Tony Gieske, giornalista del Washington Post, intervisto Trane nella sua stanza d’albergo nel corso dell’ingaggio. Ecco il testo dell’articolo che ne segui, apparso sul “The Washington Post” il 25 giugno 1961.

 

Quando ho parlato di John Coltrane in modo entusiastico la scorsa domenica in un articolo dal tono quasi isterico, chiamandolo il nuovo re eccetera, sapevo bene che off rivo il fianco ai “Fascisti Estetici”, ma pensavo valesse la pena cercare di spingere la gente ad andare a sentirlo mentre era veramente ispirato. Un Fascista Estetico è una persona che obbedisce alla legge di un führer musicale, che può essere Beethoven o Charlie Parker, non importa quanto possa essere vuoto e inutile l’esito finale. Il Fascista Estetico, per esempio, scrive una lettera alla NBC per ringraziarla di aver trasmesso il Fidelio, un’opera di un cattivo gusto a livello trascendentale. E scrive perché gli è stato detto che Beethoven è un “genio” e che l’opera è una “forma d’arte elevata” e che in questo modo si porterà la “Cultura” alle “Masse”.

Il Fascista Estetico arriva persino a far finta di aver molto apprezzato il Fidelio, dopo che critici capaci di esprimere un alto livello di estasi meglio di me l’avranno convinto della sua importanza. Più di frequente se ne sta seduto con compiacenza fino alla fine di quello squallido vuoto, chiedendosi soddisfatto che cosa ci sarà mai di buono come dicono. Non si chiede piuttosto se quella è la verità.

Ora, io non ho detto bugie nel mio articolo. Se fai tuoi questo tipo di riferimenti – re, eroi e simili – è proprio ciò che Coltrane è al sassofono tenore in questo momento. Raccontandolo in giro si attraggono un sacco di Fascisti Estetici che, per così dire, entrano pur senza aver pagato alcuna quota, e quindi sollevano l’indignazione dei membri regolari del club, che invece lavorano duro. (Nel jazz, il Fascista Estetico viene chiamato “hippy”.) Coltrane è un re solo in modo metaforico, allora, e quando ci ho parlato per un paio d’ore da Woodner me ne sono accorto dal fatto che ha trascorso i primi cinque o dieci minuti a farsi le unghie dei piedi, roba da brividi, re o no.

Anche se si era appena alzato e vestito, re Coltrane aveva già tirato fuori il suo sassofono, un Selmer francese, e giocherellava con l’ancia. In una pila ben ordinata sul tavolino c’erano alcune copie della rivista «Negro Digest», The Universe and Dr. Einstein, Guide to the Plantes e Astronomy Made Simple.

 

«E allora che cos’è questa roba turca?», ho esordito.

«Quale roba turca?».

«Questa cosa che circola all’infi nito sugli accordi, giusto uno o due accordi, o magari solo una tonalità, che ripeti sempre, come un ostinato, senza smettere mai. Come faceva Ahmad Jamal. Com’è cominciata? Sembra che lo facciano tutti ora».

«Oh, quello. Già. Anche Miles [Davis] lo faceva. Ci ha fatto su un paio di pezzi. Lo usiamo un sacco. Ma è soltanto uno dei filoni».

«E quali sono gli altri?»

«Beh, Ornette [Coleman] ha questo ritmo “allargato”. Non suonano in quattro. È sottinteso, e questo bassista, come si chiama…».

«Charlie Haden».

«Già. Beh, fa dei tagli, e delle cose che non sono proprio sul tempo».

«Che cosa ci senti nella roba di Ornette? Ci senti tonalità, note… che cosa?»

«Beh, ci sento delle tonalità, certo. Qualche volta una, e qualche volta lui si sposta in un’altra. Ma non lo so, ogni volta che ci parlo, ha delle idee differenti. Si muove molto rapidamente. Non credo che usi gli accordi. Almeno non nel modo in cui userei io un accordo».

«Come mai parlano tanto di come tu usi gli accordi per fare queste “cortine di suono”? Io non sento alcuna cortina. Sento un sacco di note che vanno molto velocemente».

«Cortine di suono. Beh, questo è capitato quando mi sono stancato di certe modulazioni. Come quando vuoi tornare al do, e devi andare sul re e sul sol e alla fine sul do. Ci giocherellavo al pianoforte e ho trovato un altro modo di fare la stessa cosa. Ma bisogna passare per un sacco di altri posti molto velocemente, ed è per questo che sembravano come cortine di suono. Qualche volta io stesso non riuscivo a sentire le note fino a quando non ascoltavo il disco.

«Pensavo di mettermi a cercare un modo di farlo solo con poche note, orizzontalmente, ma non ne ho ancora avuto il tempo con il mio nuovo gruppo».

Re Coltrane, che si è messo le scarpe e ora cammina su e giù per la stanza, è andato in bagno a lavarsi i denti. E io ho pensato che era meglio salutarlo e lasciarlo solo a riflettere su come tornare al do, orizzontalmente.