23 marzo 2011

Diario d’acqua. Viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna

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Il perfetto compagno per una vigorosa nuotata in poltrona…
e un magnifico sguardo sul mondo Telegraph Weekend

Camminare o andare in bicicletta non sono gli unici modi per entrare in contatto con la natura. Con Diario d’acqua. Viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna Roger Deakin indica una nuova strada o, meglio, una via d’acqua. Quella che può essere percorsa se, letteralmente, ci si spoglia dei panni della civiltà e ci si cala nel più liquido degli elementi per nuotare.

Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1999, Diario d’acqua è il primo dei volumi dedicati da Deakin alla propria personalissima interpretazione del “New Nature Writing”. Una forma letteraria che riprende i grandi temi introdotti nel XIX secolo da Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson e che propone un ritorno alla natura attraverso il recupero delle corrispondenze tra l’uomo e il mondo che lo circonda.

Nel successivo Nel cuore della foresta (EDT 2008) l’attenzione sarà tutta per i boschi e il legno (come sarebbe piaciuto al suo maestro Thoreau). In Un anno a Walnut Tree (apparso postumo nel 2007 e pubblicato da EDT nel 2009), invece, Deakin consegna alle pagine del proprio journal le impressioni di un anno trascorso nella grande casa colonica che dà il titolo al libro. In questo libro d’esordio – che EDT pubblica per la prima volta in italiano – Deakin sceglie di concentrarsi sull’acqua. Quell’acqua che, come dicono gli abitanti delle isole scozzesi, non divide ma unisce i territori e le persone.

Il tema è universale e, nello stesso tempo, vicinissimo alla sensibilità dell’ambiente in cui l’autore si muove. Il libro diventa così l’apologia di una flânerie vissuta tra canali, laghi o tratti di costa, con lo sguardo sempre vigile e la bracciata sciolta. Un modo di essere, e di viaggiare, che si trasforma nella metafora di un ritorno all’origine, a quell’acqua che, insegna la fisiologia, è l’elemento principale del nostro corpo.

Come sempre nei libri di Deakin, intorno al motivo che dà origine all’ispirazione orbita un cosmo sterminato di riferimenti. Con la stessa passione e rispetto con cui il grande Leibniz riconosceva nel più piccolo degli insetti l’opera del Creatore, l’autore di Diario d’acqua tesse una rete di rimandi che sembra non voler lasciar nulla per strada. Animali, piante, ambienti, stili e forme di vita sono tutti ricompresi, senza trascurare figure chiave della letteratura come George Orwell.

Le pagine dedicate al grande maestro sono rivelatrici del modo di procedere di Deakin. Se Lord Byron aveva l’abitudine di spostarsi a nuoto per i canali di Venezia, da un party all’altro, Orwell – si legge in Diario d’acqua – trova un rifugio e un approdo sull’isola scozzese di Jura nell’aprile del 1946. In questo ambiente selvaggio, cerca conforto per la perdita della moglie Eileen, morta nell’inverno precedente, e inizia a scrivere il profetico 1984.

Nelle acque del Golfo di Corryvreckan, che separano l’isola di Jura da quella di Scarba, lo attende l’incontro con il limite e con ciò che non può essere affrontato. Qui, infatti, turbina senza sosta un vortice insuperabile, classificato dalla Royal Navy come “non navigabile”. Mentre Orwell si avvicina in barca, il motore fuori bordo viene sradicato dalla forza delle acque. Il naufragio sembra inevitabile, ma la forza ai remi dei compagni salva la vita dei temerari viaggiatori. L’episodio non contiene solo una buona dose di adrenalina, ma diventa una chiave di lettura per il capolavoro in gestazione. Con le parole di Deakin:

Il gorgo e il golfo erano la quintessenza della selvaggia Jura e di tutto quel che lo stato di polizia aveva abolito nel “1984″ di Orwell, ben conscio che ciò che è selvaggio nutre la libertà di pensiero e di azione. Quando Winston e Julia vanno in campagna e fanno l’amore nell’apparente solitudine di una radura tra i frassini, osano a malapena parlare, perché sanno che negli alberi sono nascosti dei microfoni. Come Orwell ha dimostrato, decidendo di venire a Jura per scrivere il suo ultimo romanzo, i gorghi e i luoghi selvaggi sono indissolubilmente legati alla nostra capacità creativa.

Diario d’acqua

Viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna

Diario d’acqua
  • AutoreRoger Deakin
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-6040-604-0
  • Pagine 408
  • Data uscita 17-03-2011
  • Prezzo 20.00€
  • Disponibilità Disponibile

"Il bello del nuoto in sé e per sé è che tutto si concentra nel 'qui e ora': non una briciola della sua intensità ed essenza può fuggire nel passato o nel futuro. Il nuotatore si accontenta di lasciarsi trasportare sul suo percorso traboccante di misteri, dubbi e incertezze. È una foglia nel ruscello, finalmente libero dalle insulse preoccupazioni della vita."

Il punto di vista della rana

Un estratto da Diario d’acqua, il viaggio meraviglioso e catartico di Roger Deakin attraverso l’elemento acquatico del proprio Paese in uscita nella collana “La Biblioteca di Ulisse”. Un’immersione nel paesaggio, nella natura e nella memoria, condotto tenendo costantemente il punto di osservazione a fior d’acqua. Un nuovo testo di superba qualità letteraria dall’autore di Nel cuore della foresta, per non dimenticare di che cosa siamo fatti. E da dove nasciamo.

La pioggia tiepida scrosciava dalla grondaia in uno di quei famosi acquazzoni estivi mentre io attraversavo di corsa il prato dietro casa, nel Suffolk, per rifugiarmi nel fossato. Nuotando a rana, avanti e indietro, per i 30 metri di acqua verde e trasparente, procedevo lentamente, con gli occhi a fior d’acqua. Dalla mia visuale da rana la pioggia nel fossato era magnifica. La pioggia calma l’acqua, la rinfresca, fa affondare tutto il polline galleggiante, i bombi morti e qualsiasi altra cosa sospesa. Ogni goccia esplodeva in un’effimera, guizzante fontanella che si trasformava in bolla e scoppiava.

I momenti migliori erano quando il temporale si intensificava, sommergendo il canto degli uccelli, e sull’acqua si alzava una bruma, come se lo stesso fossato andasse incontro al cielo calante. Poi la pioggia diminuiva e il riflesso del cielo pullulava di minuti ballerini: spiritelli che guizzavano sulle punte, come spilli scintillanti sulla superficie. Piovevano folletti d’acqua. Proprio al culmine di questo rovescio, nell’estate del 1996, cominciò a prender forma l’idea di una lunga nuotata attraverso la Gran Bretagna. Volevo seguire la pioggia nel suo errare attraverso la nostra terra per raggiungere il mare, liberarmi dalla frustrazione di una vita passata a far vasche, a tornare eternamente sui miei passi come una tigre in gabbia. Iniziavo a sognare specchi d’acqua segreti, un viaggio di scoperta in ciò che William Morris, nel titolo di uno dei suoi romanzi, chiama Le acque delle meravigliose isole.

Ero ispirato dal classico racconto di John Cheever, Il nuotatore, il cui protagonista, Ned Merrill, dopo un party a Long Island decide di percorrere i 13 chilometri che lo separano da casa nuotando attraverso la serie delle piscine dei vicini. Una frase in particolare si stagliava dal racconto e metteva in moto la mia fantasia: “Era come se vedesse, con gli occhi di un cartografo, quella scia di piscine, quel ruscello semi-sotterraneo che si snodava attraverso la contea”.

Vivevo solo, triste per la fine di un lungo amore e, come scrittore e regista freelance, ero abbastanza libero di mettermi in viaggio quando volevo. Anche mio figlio Rufus era partito all’avventura in Australia, dove faceva surf e lavorava nei ristoranti di Byron Bay, e mi mancava. Almeno nell’acqua avrei potuto raggiungerlo spiritualmente. Come nell’eterno ciclo della pioggia, il mio punto di partenza e di arrivo sarebbe stato il fossato dietro casa; sarei partito in primavera e avrei nuotato per tutto l’anno. Avrei tenuto un diario delle impressioni e degli eventi.

Il mio primo ricordo di vere nuotate risale alle vacanze con i nonni nel Kenilworth, quando venivo svegliato all’albeggiare da un’improvvisa pioggia di ghiaia lanciata contro la fi nestra della mia camera da letto da zio Laddie, un campione locale di nuoto che aveva la chiave della piscina all’aperto. Io e i miei cugini siamo cresciuti imbevuti dei mitici racconti delle sue imprese – le gare, i tuffi dal trampolino, le nuotate in mare aperto -, perciò consideravamo un onore poter nuotare con lui. Ben prima che arrivassero i bagnini aprivamo la cancellata di legno e facevamo ondeggiare e scintillare le linee nere e dritte rifrante dal fondo della verde piscina.

In genere l’acqua era gelata ma la magia di essere lì per primi è quel che mi è rimasto più impresso. “Era tutta per noi!”, esclamavamo poi a colazione. Del resto, il fatto che fosse per noi gratuita rendeva la nostra comunione con l’acqua tanto più deliziosa. È stato il mio primo assaggio di nuoto non ufficiale. Più ci pensavo, più l’idea del viaggio a nuoto mi ossessionava. Nei miei sogni l’acqua diventava una presenza sempre più esclusiva. Il nuoto e il sogno si facevano indistinguibili. Mi andavo a mano a mano convincendo che seguendo l’acqua, scorrendo con lei, sarei riuscito a penetrare sotto la superfi cie delle cose, a imparare qualcosa di nuovo. Forse anche su me stesso.

Nell’acqua tutte le possibilità sembravano estendersi infi nitamente. Libero dalla tirannia della gravità e dal peso dell’atmosfera, mi trovavo nella condizione di meraviglia descritta dal poeta australiano Les Murray quando dice: “Mi interessa solo tutto”. Cominciavo a vivere l’impresa come una sorta di ricerca spirituale medievale. Nel racconto La Spada nella roccia, quando Merlino, come parte dell’educazione del futuro re Artù, lo trasforma in un pesce, T. H. White osserva: “Poteva fare quel che gli uomini hanno sempre desiderato, cioè volare. Praticamente non c’è differenza tra volare nell’acqua e volare nell’aria… era come nei sogni della gente”. Nuotando senti il corpo per quel che è, soprattutto acqua, e il corpo stesso prende a muoversi con essa.

Non c’è da stupirsi se proviamo tanta simpatia per le balene arenate sulla spiaggia; noi stessi siamo stati spiaggiati alla nascita. Nuotare vuol dire rivivere l’esperienza prenatale: entrando in acqua ti trovi immerso in un mondo intensamente intimo, come se rientrassi nel grembo materno. Queste acque amniotiche, assolutamente sicure, sono al tempo stesso terrifi canti perché durante la nascita potrebbe succedere di tutto e vieni assalito da ogni sorta di forze ignote su cui non hai alcun controllo. Forse questo spiega l’ansia che può aff errare qualsiasi nuotatore nell’acqua alta. L’immagine di un tuffo di testa dal trampolino nel vuoto richiama tutte le contraddizioni della nascita. Il nuotatore prova il terrore e la felicità del nascere.

 

Roger Deakin

Roger Deakin nacque nel 1943 in Inghilterra, a Watford, nell’Hertfordshire. Dopo gli studi di letteratura e un periodo di lavoro come copywriter a Londra, nel 1968 acquistò una fattoria nel Suffolk, la Walnut Tree Farm. I terreni della fattoria, immersi nella foresta, comprendevano uno stagno dove quasi quotidianamente si tuffava per nuotare e un ricovero per gli animali nel quale prese l’abitudine di andare a scrivere. La grande passione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita era già nata.

Dell’antica dimora del XVI secolo era sopravvissuto ben poco, solo il fossato dominato dai noccioli e l’ampio focolare pieno di storie da raccontare, ma Roger si dedicò con pazienza a ricomporre i pezzi, e alla fine ritrovò la compiutezza dell’insieme.

Un approccio non molto diverso dal suo metodo di scrittura, che consiste nel creare un mosaico affascinante a partire da elementi narrativi solo in apparenza isolati.

Una straordinaria mitologia personale
Dal suo amore per gli elementi, simile a quello di un antico filosofo, Deakin ha saputo costruire una sorta di mitologia personale, fondata su un legame fisico e quasi primordiale con l’ambiente, su una continua immersione nella natura. Una natura (ma si potrebbe tranquillamente dire “un mondo”) che nelle pagine dei suoi libri si rivela un pantheon del tutto terreno, facile da raggiungere e familiare, popolato di animali, alberi e, naturalmente, di persone con le quali dialogare.

Diario d’acqua, nell’elemento primario
Nel 2000, Roger Deakin pubblica presso l’editore inglese Vintage Waterlog: A Swimmer’s Journey Through Britain, un diario di viaggio attraverso l’elemento acquatico del Regno Unito. Roger si immerge in ogni stagno, fiume o fossato del paese, nuota con i salmoni nei torrenti e con le anatre nei laghi, descrive le sensazioni e la carica emotiva che ne deriva. Il libro ottiene in Inghilterra un notevole successo, ma soprattutto rivela agli inglesi questo originale e affascinante personaggio. Diario d’acquqa. Viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna è la traduzione italiana dell’opera, pubblicata da EDT nel 2011.

Cominciano una serie di trasmissioni radiofoniche che, a giudicare da come se ne parla nei siti internet, lasciano un segno: “The House”, in particolare, viene registrata a Walnut Tree. Vi si racconta la vita della fattoria facendo ascoltare il vento, gli scricchiolii del legno e i passi dei topi in soffitta.

Common Ground e Nel cuore della foresta
Seguendo sue particolari strade e ricerche, Roger Deakin comincia a girare il mondo: lo ritroviamo in Kirghizistan e Kazakistan sulle tracce dell’origine del melo o nella foresta polacca alla ricerca di lontane suggestioni familari; ciò che lo affascina è l’elemento caratteristico naturale ed etnico, ciò che è radicato nella cultura e nel paesaggio locale.

All’inizio degli anni ’80, insieme ad alcuni amici fonda Common Ground, associazione di stampo ambientalista per certi versi non lontana da alcune visioni del nostro Slow Food: lo scopo è quello di promuovere la local distinctiveness. Deakin comincia a scrivere quello che si preannuncia come il suo lavoro più importante, Wildwood, dedicato al legno e alle foreste. Nel 2005 gli viene diagnosticato un tumore al cervello e, poco dopo avere completato il libro, nell’agosto 2006, muore.

Wildwood è stato pubblicato postumo, nel giugno 2007, da Hamish Hamilton, imprint di Penguin. Nel cuore della foresta è l’edizione italiana, pubblicata da EDT, del suo capolavoro.

“Nature writing giorno dopo giorno”: Un anno a Walnut Tree
L’ultimo libro di Roger Deakin, apparso anch’esso postumo nel 2008. Si tratta di una rivisitazione del genere letterario del diario condotta secondo i principi del “New Nature Writing”. Nella grande casa colonica dall’evocativo nome di Walnut Tree (albero di noce), dalla fine degli anni ’60 Deakin ha creato il proprio rifugio. E in un vecchio vagone ferroviario abbandonato nel giardino ha trovato l’ambiente ideale per consegnare alla carta le proprie riflessioni. Con pazienza, passione e la meticolisità di un artigiano, lo scrittore dà vita a poco a poco a uno stile letterario che si sta ormai diffondendo in tutto il mondo, e che viene indicato con l’espressione “New Nature Writing”. EDT pubblica il volume nel 2009.