24 giugno 2010

Enigmatico Giappone

Torii di Miyajima

“Una affascinante e ben documentata analisi
della cultura e della società del Giappone”
The Independent

Perché il Giappone ci affascina così tanto? E, ancora, da che cosa nasce la nostra difficoltà a capirlo e a decifrare il suo particolarissimo modo di affrontare le sfide della post-modernità? Enigmatico Giappone, scritto dal professore emerito di antropologia del King’s College di Cambridge Alan Macfarlane, aiuta a trovare qualche risposta a queste e a molte altre domande sulla società giapponese.

Frutto di una scrittura brillante e volutamente non sistematica, questo libro non ha il sapore di un testo accademico, ma di un informato, divertito e intrigante pamphlet sull’anima giapponese.

Come tutti i libri di viaggio che si rispettino, Enigmatico Giappone nasce da uno shock culturale. All’inizio degli anni Novanta, Alan Macfarlane (professore emerito del King’s College di Cambridge) è invitato da un’università del Sol Levante in qualità di Visitor Professor. Il suo primo impatto con la realtà di quel paese è spiazzante, per non dire traumatico. Nella sua mente prende subito forma un quadro in cui a bellissime opere d’arte e a cifre culturali dal valore universale si affiancano immagini di conformismo esasperato, crimine organizzato, inquinamento e pornografia violenta.

Con il passare del tempo, e con la presa di confidenza con il nuovo stile di vita, però, si fa strada la percezione di una diversità, o meglio di una alterità profonda e radicale. Non è un caso se la metafora che Macfarlane utilizza per spiegare questa sensazione è quella offerta dal mondo creato da Lewis Carroll in Alice attraverso lo specchio (dal famoso ‘sequel’ di Alice nel paese delle meraviglie): un mondo nel quale gli oggetti hanno un’apparenza familiare ma nel quale tutto si comporta in maniera bizzarra, profondamente diversa, quasi “al rovescio”, provocando nella giovane protagonista sensazioni simili a quelle vissute da un occidentale nei suoi primi viaggi in Giappone.

Questo nuovo libro della collana Biblioteca di Ulisse è proprio il tentativo di raccontare la diversità (o, meglio, l’alterità) della società e della cultura giapponese, e di spiegarne le radici e la persistenza all’interno di un mondo fortemente inserito nella cultura moderna. Nel corso dei suoi prolungati soggiorni, Macfarlane comincia a dialogare con la società giapponese, mettendo alla prova i propri pregiudizi e offrendo al lettore delle chiavi di accesso a questa cultura al di là della semplice impressione di bizzarrìa. Ne nasce un libro sorprendente, una sorta di guida al ‘mondo’ giapponese: il linguaggio, il rapporto con il corpo e il lavoro, la sessualità, l’arte e la cultura, la spiritualità. Un compagno di viaggio ideale per chiunque non voglia fermarsi alle apparenze, e sappia quale arricchimento senza paragoni possa offrire la comprensione di una cultura profondamente diversa.

Enigmatico Giappone

Enigmatico Giappone
  • AutoreAlan Macfarlane
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-6040-669-9
  • Pagine 312
  • Data uscita 24-06-2010
  • Prezzo 20.00€ 17.00€
  • Disponibilità Disponibile

Alan Macfarlane è professore emerito Antropologia al King's College di Cambridge,
dopo avere insegnato per 34 anni al Dipartimento di Antropologia sociale della Cambridge University. Ha lavorato come storico e antropologo in Inghilterra, Nepal, Cina e Giappone e si è specializzato nello studio comparativo sulla natura e le origini del mondo moderno. È autore di 16 libri, in parte scientifici in parte divulgativi, fra cui il fortunato Letters to Lily on how the world works (Profile, 2001). Negli ultimi anni si è interessato in maniera crescente agli aspetti visuali e tecnologici della comunicazione, partecipando a grandi progetti di divulgazione culturale basati sulla digitalizzazione degli archivi.

Alan Macfarlane

In Giappone (anche in Giappone) non bisogna mai fermarsi alla superficie delle cose. Bellezza e verità si trovano oltre lo shock e lo spaesamento iniziali. Parola di Alan Macfarlane, professore emerito di antropologia del King’s College di Cambridge. Gli abbiamo rivolto qualche domanda per introdurci alla lettura del suo libro Enigmatico Giappone, il nuovo volume della Biblioteca di Ulisse.

Professor Macfarlane, qual è stato il suo primo impatto con il Giappone?

Ricordo che mia moglie ed io arrivammo al Narita Airport di Tokyo e da lì proseguimmo dritti per la città di Sapporo, nell’isola settentrionale di Hokaido. A parte qualche piccola differenza, ci sembrò di trovarci in città dell’Occidente e questo aspetto fu piuttosto deludente. Fu solo a poco a poco che potei capire che sotto la superficie si celava un mondo totalmente sconosciuto e per nulla familiare. In altre parole, lo shock dell’estraneità non fu immediato, ma iniziò qualche giorno dopo il nostro arrivo.

Il titolo originale del suo libro fa riferimento a Alice attraverso lo specchio, il sequel che Lewis Carroll scrisse sull’onda del successo di Alice nel paese delle meraviglie. Che significato ha questa citazione per la sua indagine antropologica?

I significati sono in realtà numerosi. Nell’immaginario occidentale il Giappone è spesso considerato un paese bizzarro, capace di capovolgere i riferimenti più consueti, non molto diverso dal mondo che Alice incontra dietro lo specchio. All’inizio Alice s’imbatte in qualcosa di quasi familiare, un qualcosa che però diventa sempre più curioso mano a mano che il suo viaggio procede. Così è accaduto a me in Giappone. Come Alice, del resto, ero pieno di certezze sui miei valori occidentali e su quelli della middle class britannica dalla quale provengo. E, ancora come Alice, sono stato costretto a rivedere i miei principi, ad andare all’essenza delle cose e a pormi domande su tutto.

Il suo studio è il frutto di una lunga ricerca e di una altrettanto lunga frequentazione della società giapponese. In altre parole, e per richiamare il titolo italiano del libro, in che cosa consiste il vero “enigma” del Giappone?

In Giappone niente di ciò che si trova sotto la superficie dell’apparenza ha similitudini con l’Occidente. Per fare qualche esempio e dare dei nomi all’enigma, posso citare: la lingua, il concetto dell’individuo, il particolare assetto economico, le leggi, gli straordinari risultati raggiunti in campo artistico.

La cosa più sorprendente ed enigmatica, però, è che il Giappone sia allo stesso tempo il paese con la società più ritualistica del mondo e quello in cui manca un ordinamento religioso, almeno nel senso occidentale del termine.

Tokyo: per molti viaggiatori occidentali questa metropoli è la sintesi degli eccessi del Giappone. Si tratta davvero di un luogo così estremo o questa città sa essere anche sorprendentemente accogliente e ospitale?

Tokyo, come tutto in Giappone, è la sintesi degli opposti. Tokyo è bizzarra, eccessiva e sterminata – ma anche intima, piccola e familiare. Da molti punti di vista la si può considerare sicura, pulita, efficiente e ospitale. Senza dimenticare, però, che assomiglia a un gigante seduto su un mondo invisibile, dall’insospettabile profondità e capace di sorprendere e spiazzare da un momento all’altro. Un posto meraviglioso da esplorare, quindi.

Torniamo al tema del confronto tra culture. Si può parlare di un differente modo di essere individualisti in Giappone rispetto all’Occidente?

Certamente. I giapponesi sono senza dubbio i più orientati alla vita in gruppo e alle relazioni interpersonali tra tutti gli abitanti delle grandi civiltà industrializzate. Riescono a essere sia una folla solitaria sia individui profondamente in relazione gli uni con gli altri.

Qual è il peggiore errore che un viaggiatore occidentale potrebbe commettere in Giappone?

Piccole cose, facili da evitare: camminare nelle case con le scarpe, gettare i rifiuti nel posto sbagliato, baciarsi in pubblico e poco altro. I giapponesi, però, sono molto gentili e terranno per sé il proprio disgusto. L’errore peggiore, tuttavia, sarebbe non capire quale straordinaria civiltà si celi sotto la superficie moderna e a volte un po’ anonima delle cose.

High-tech, Toyota Production System, efficienza: certo, il Giappone non è solo questo. Quali sono le sue armi di seduzione? In altre parole, perché non dovrebbe mancare tra le esperienze di un viaggiatore occidentale?

Il Giappone possiede la più importante tradizione di arte e artigianato del mondo. Custodisce tracce straordinarie di antiche culture siberiane (shamanismo, teatro Nō, poesia meravigliosa) mescolate con gli apporti della modernità. Kyoto e Nara sono città da sogno e anche il cibo è eccellente. In più, proprio come sull’isola della Tempesta di Shakespeare, qui tutto sembra incantato e in perenne trasformazione. Le occasioni per essere sedotti non mancano, quindi.

 

a cura di Paolo Giuseppe Alessio

Enigmatico Giappone

L’apprendimento del giapponese scritto richiede più tempo e sforzo di qualsiasi altra lingua al mondo.

Gli studiosi sostengono che per padroneggiare la lingua occorrono da dodici a trent’anni, e di certo a scuola sono necessarie molte lezioni affinché i bambini imparino i due o tremila caratteri cinesi e i due alfabeti fonetici giapponesi, indispensabili per potersi considerare persone istruite. Sotto molti aspetti, una perfetta conoscenza della lingua parlata e scritta è un’arte elevata come la cerimonia del tè, la calligrafia o la meditazione Zen.

Eppure, dopo questo immenso sforzo di apprendimento, la lingua è relegata a una forma parziale di comunicazione. Secondo l’antropologo Chie Nakane, “per i giapponesi l’essenza del piacere della conversazione non risiede nella discussione (un gioco di logica) bensì nello scambio di emozioni”. Non si comunica solo con la voce, ma con tutto il corpo, inclusi occhi, sorriso, capelli, gestualità e abbigliamento. Lo scopo è di usare la lingua per ottenere una perfetta comunicazione con il minimo numero di segni, come nella piccola forma poetica degli haiku. Kenichi Nakamura sostiene che la poesia collaborativa nota come renga era la forma più elevata di comunicazione, il più intenso scambio emozionale e una sorta di unione estatica o empatica. L’ideale è il silenzio. Tutto il linguaggio, recita una massima giapponese, è una barriera a uno scambio reale e profondo. Nel silenzio si può leggere qualsiasi cosa gli altri desiderano, così come una persona può leggere ciò che desidera nel vuoto di un sacrario o nella meditazione Zen. Gli individualisti inglesi, talvolta ritenuti anche loro discreti e riservati, in parte lo capiranno, dato che siedono spesso in un silenzio conviviale. I giapponesi portano tutto questo all’estremo.

I giapponesi ascoltano le pause, i silenzi tra le parole, ciò che è taciuto piuttosto che ciò che è detto. “Noi giapponesi parliamo con voce trattenuta, ed ellitticamente. Soprattutto curiamo le pause, così importanti nelle nostre canzoni”, scrive Tanizaki. Il silenzio è più grande dove ciò che si vuol comunicare è più profondo. Scrive Herbert Passin, “nella più intima delle relazioni non si rendono necessarie aff ermazioni esplicite: ciò che serve è la comprensione senza parole; accenni o frammenti di frasi possono servire da suggerimento, anche se degli estranei potrebbero trovarli del tutto incomprensibili”. Secondo Inazo Nitobe, “il discorso, presso noi giapponesi, è molto spesso, come lo defi niscono i francesi, “l’arte di dissimulare il pensiero”". Hearn, a sua volta, si era sentito dire: “noi giapponesi pensiamo di esprimere meglio i nostri sentimenti con il silenzio”. Questo è certamente vero in alcune situazioni, ma viene equilibrato dal fatto che chiunque, viaggiando in Giappone, vedrà gente che chiacchiera amabilmente e stabilisce e mantiene contatti con la comunicazione verbale.

Il vocabolario e l’uso selettivo dei mezzi grammaticali e sintattici permettono al discorso di agire da collante tra quasi tutte le persone e in tutte le situazioni. Essi diventano lo specchio di uno status relativo, dell’intenzione e dei desideri altrui, uno strumento per eludere le opposizioni, pronto per creare ambiguità, sfumature, un ibrido semantico. I giapponesi sembrano sapere cosa possono significare gli indizi verbali perché sanno già cosa l’altro vuol dire prima ancora che lo dica. Ciò rende i giapponesi in grado di abitare il loro mondo fortemente interconnesso, poiché per tutti il linguaggio ha una valenza relativa, ha pochi signifi cati intrinseci ma è ricco di grandi sottigliezze allorché viene interpretato da chi ascolta.

Vale la pena evidenziare ancora una volta il fatto che molte altre lingue condividono delle caratteristiche col giapponese. Anche la lingua thai ha pronomi che rifl ettono differenze sociali e molte lingue asiatiche seguono lo stesso ordine delle parole della frase giapponese. Il coreano ha formule di cortesia simili a quelle del giapponese. è quindi diffi cile defi nire con precisione le peculiarità del linguaggio quotidiano riferendoci unicamente alle caratteristiche della lingua in sé. Ciò che appare importante è il modello di comunicazione piuttosto che la struttura del linguaggio. Per certi versi, i giapponesi rappresentano l’opposto dell’ipotesi linguistica secondo cui è il linguaggio a defi nire ciò che possiamo pensare. In Giappone, in effetti, la lingua consente di pensare e dire molte cose, e i giapponesi, sempre riluttanti a gettar via qualcosa, mantengono nella loro grammatica un’enorme quantità di strumenti linguistici che usano raramente. Sono i rapporti sociali a determinare in che modo viene usato il linguaggio e come il mondo è concepito, non viceversa. In giapponese ci sono ottimi modi per distinguere tra attivo e passivo, tra colui che compie un’azione e colui che, in quanto parte passiva di un processo, subisce l’azione. La grammatica permette di dire “io faccio”, eppure, in realtà, vengono preferite le forme passive. Qualcuno dice che l’inglese è una lingua “del fare”, in cui i soggetti “fanno” determinate cose, mentre il giapponese è una lingua “del divenire”, che descrive processi e cambiamenti senza focalizzarsi su chi agisce. Una donna inglese, per esempio, può dire al suo principale: “Ho deciso di sposarmi”, mentre una donna giapponese direbbe: “La situazione ha preso una piega tale che sta per celebrarsi un matrimonio”.

Una simile modalità indiretta del discorso può avere un impatto signifi cativo quando si discute della responsabilità personale di un’azione. Dopo il 1946, quello che i giapponesi dicevano non era tanto “abbiamo scelto la democrazia” quanto “questo è divenuto il mondo della democrazia”. Come risulta dagli atti dei processi a criminali di guerra sotto accusa, molti rifi utarono di ammettere di aver avuto un ruolo attivo negli avvenimenti. Mentre i generali tedeschi riconoscevano di aver deciso di andare in guerra, molti giapponesi descrivevano l’intero processo del confl itto come il progressivo dipanarsi di un insieme di avvenimenti esterni da cui erano stati travolti e su cui avevano un controllo scarso o nullo. Essi erano convinti di essere stati “agiti” più che “agenti”.