2 aprile 2010

Europa selvaggia. I Balcani nello sguardo dei viaggiatori occidentali

Il ponte di Mostar

Scritto dall’antropologo sloveno Božidar Jezernik, il libro racconta i Balcani attraverso le testimonianze di chi visitò quei luoghi tra il XVI e il XX secolo partendo dalla “civile” Europa dell’ovest. Come spesso avviene quando un racconto è condotto con pluralità di voci, le pagine di Jezernik finiscono per rivelare preziosi indizi anche sull’identità dei molteplici narratori.

Ben presto il lettore si accorge che ciò che ha sotto gli occhi è una sorpendente e inattesa immagine allo specchio dell’Occidente, con i suoi pregiudizi e idiosincrasie, ma anche con la propria voglia di esplorare e conoscere.

Balcani remoti, mitici e calati in un’atmosfera a tratti grottesca: i paesi che il lettore incontra sono la terra dei satiri descritta dai viaggiatori del Seicento e quella degli “uomini con la coda” raccontata dai cronisti del primo Novecento forse troppo imbevuti di teorie etnocentriche.

Le pagine di Jezernik restituiscono l’immagine di una regione arcana e selvaggia, dai confini indefiniti e pronta a riservare sorprese a ogni pagina, a ogni curva o scarto di una narrazione condotta, appunto, attraverso un rigoroso e appassionante dialogo con le fonti.

 

Un’epopea corale
I ricchissimi riferimenti dell’autore includono citazioni di naturalisti, geografi, storici e pionieri delle scienze sociali come Karl Baedeker, William Gladstone e Paulina Irby, passando per Lord Byron, Rebecca West e Julia Kristeva. Ogni capitolo, inoltre, è dedicato all’approfondimento di un tema dal valore simbolico, eletto da Jezernik a emblema dell’incontro-confronto tra Balcani e Occidente. La scelta di tali temi è quanto mai avvincente e “saporita”: si va dallo stare a tavola, alla vita sessuale, alla giustizia (con riferimenti alle efferate pene capitali per le quali i Balcani erano celebri anche in anni non così lontani).

Connubio tra analisi antropologica e talento narrativo, il libro avvince come un’epopea, ma offre anche un efficace spunto per riflettere sulle modalità mai scontate con le quali si attua l’incontro tra culture diverse e sul ruolo ancora vitale della narrativa di viaggio.

 

Attualità del libro
Che cosa c’è di attuale in racconti ed episodi che spesso riguardano avvenimenti lontanissimi? Che cosa può ancora insegnare la ricca ricognizione condotta da Jezernik? Moltissimo. Oltre al piacere della lettura, l’aspetto più coinvolgente di un viaggio attraverso oltre mille testimoninaze di prima mano distribuite su cinque secoli è la scoperta di un fenomeno valido per lo studioso di scienze sociali (in primo luogo l’antropologia), ma anche per il viaggiatore attento, curioso e disposto a mettere in discussione i propri pregiudizi.

L’autore, infatti, mostra come l’osservazione di altri popoli possa trasformarsi in uno specchio capace di rivelare moltissimo della cultura e dell’identità di chi osserva. In modo più esplicito, è come se Jezernik volesse dirci: “Per conoscere fino in fondo voi stessi e il paese da cui provenite, mettetevi in viaggio”.

In conclusione, quindi, Europa selvaggia non è soltanto un gustoso inventario di aneddoti e testimonianze, ma è prima di tutto un invito a riflettere sulle dinamiche che si creano nell’incontro tra culture diverse.

Un invito che, più che mai in questi anni di stretto contatto e di scambio tra Balcani e Occidente, assume i tratti di un avvertimento perché sottolinea i pericoli della demonizzazione del culturalmente “diverso”, della cancellazione della memoria storica e della diffidenza verso l’integrazione tra le civiltà.

Per prepararsi alla lettura può essere utile ricordare il sarcastico “Odio i viaggiatori” con cui Claude Lévi-Strauss inizia il suo capolavoro Tristi tropici. Un odio, naturalmente, non per chi viaggia, ma per chi impone a realtà “altre da sé” le categorie della propria cultura, deformando tutto con gli “occhiali” dell’etnocentrismo.

Ancora più utile, però, è tenere a mente ciò che qualcuno ha scritto vicino al ponte di Mostar, costruito in epoca ottomana, distrutto dai bombardamenti croato-bosniaci del 1993 e recentemente ricostruito con tenacia animata dalla speranza: “Don’t forget”, non dimentichiamo.

Europa selvaggia

I Balcani nello sguardo dei viaggiatori occidentali

Europa selvaggia
  • AutoreBozidar Jezernik
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-6040-498-5
  • Pagine 432
  • Data uscita 29-04-2010
  • Prezzo 21.00€
  • Disponibilità Disponibile

Europa selvaggia decostruisce a sangue freddo, mettendole spesso in ridicolo, sia le mitologie balcaniche sia gli stereotipi scientifici e quelli della letteratura di viaggio europei. E proprio perciò ci permette di confrontarci con una nuova immagine di questa parte dell'Europa così mal compresa.

Drago Jancar

“Balcani”, il nome del pregiudizio

Se i termini geografici sono per convenzione neutrali, i Balcani sono stati una chiara eccezione alla regola. Il termine “balcanico”, oltre a indicare una catena montuosa bulgara, ha finito per voler dire molto di più, e ha assunto una evidente connotazione ideologica, accompagnata da significati impliciti negativi e da pregiudizi: ripugnanza, passivià, sessismo, omertà, incoerenza, opportunismo, indolenza, superstizione, pigrizia.

Erano popoli indegni di fiducia e caratterizzati da una burocrazia corrotta e fin troppo solerte. Anche nelle stesse lingue della regione la parola Balkan divenne presto sinonimo di sottosviluppo e mancanza di civiltà, tanto che all’inizio del xix secolo una conversazione fra un abitante della penisola balcanica e un occidentale iniziava spesso così: “Vostra Eccellenza non se la passerà molto bene nel nostro paese. D’altronde voi non vi trovate nel mondo cristiano: cosa si può fare tra questi animali di Turchi?”.

I Balcani finirono così per evocare non solo un territorio specifico, ma un’idea di caos localizzato, di balcanizzazione, di lotte selvagge e di metodi primitivi per risolverle. Il reverendo Robert Walsh sottolineò che nell’Europa occidentale “l’umanità ha mitigato anche i costumi della guerra”, ma non così nella regione balcanica, mentre “i Greci, perfino nel periodo più raffinato della loro storia avevano perpetrato le peggiori efferatezze sia al loro interno che contro gli stranieri, e sempre avevano temuto e subito rappresaglie di simile crudeltà”. Non c’è da meravigliarsi se le persone miti e ben educate ritenessero scortese pronunciare la parola “Balcani” in presenza di un pacifista.

 

La bevanda del diavolo

Per adattarsi ai mutevoli gusti dei lettori, la storia del caffè è stata scritta e riscritta piu` volte. Troviamo le prime testimonianze sull’interesse europeo per la bevanda in un capitolo sugli usi e costumi della città di Aleppo, scritto dal medico e botanico tedesco Leonard Rauwolf nel 1571.
In questo testo viene descritto il chaube, “nero quasi come l’inchiostro e molto buono contro le malattie, principalmente quelle dello stomaco”. Nonostante la raccomandazione, gli occidentali non si entusiasmarono immediatamente alla bevanda, e all’inizio del XVII secolo, Lord Bacon descriveva le caffetterie turche e quello che vi si beveva come qualcosa di esotico. I viaggiatori occidentali del XVII secolo, che riferivano e raccontavano essenzialmente ogni cosa bizzarra incontrata, fornirono anche molte informazioni su quanto la bevanda fosse popolare e apprezzata in Oriente, ma non mancarono di descriverla come estremamente repellente. Sir Thomas Herbert, ad esempio, che assaggiò per la prima volta il caffè nel corso del suo viaggio in Persia del 1620, lo descrisse come “una bevanda fatta nel Lago dello Stige, nera, densa e amara”. Non c’è quindi da meravigliarsi se in Inghilterra incontrò in un primo momento violente opposizioni e venne accusata di essere “una bevanda infernale”, “un veleno dell’inferno” o “un veleno che Dio fece nero per accordarsi con il colore del diavolo”.

 

Guide turistiche

[Verso la metà del XIX secolo] il Montenegro era descritto come “un oceano pietrificato, con le onde che si alzavano letteralmente come delle montagne”; montagne aspre, aride, ritte in segno di sfida, rocciose e desolate: un paese di case in nuda pietra. [...] I montenegrini vivevano in grande povertà e in evidente stato di bisogno, ma i visitatori stranieri ne ammiravano solo l’orgoglio e la dignità; almeno erano liberi, o così erano descritti dalle guide turistiche…

Costoro [i Montenegrini] sono in genere estremamente poveri. Le loro capanne con il tetto in paglia assomigliano a stalle anzicheÅL ad abitazioni di esseri umani. Gli uomini sono però di aspetto molto dignitoso, e portano con sé un notevole arsenale; le donne sono spesso belle ma presto il loro gradevole aspetto sfiorisce percheÅL compiono lavori maschili. In alcune zone il viaggiatore incontra una società omerica, dove gli unici obiettivi sono la guerra e la poesia, dove l’eroe siede in presenza del menestrello cieco che celebra le sue gesta in battaglia o la sua ultima ceta, o spedizione pirata, pizzicando le corde della sua guzla.*

* K. Baedeker, Austria, including Hungary, Transylvania, Dalmatia and Bosnia

 

Il ponte di Mostar

Tutti gli autori concordano con la tradizione che fa risalire la costruzione al regno di Solimano, tradizione del resto confermata dalle due iscrizioni “indubitabilmente Turche, anche se difficili da decifrare”. Come al solito però i pregiudizi non erano facili da superare e le iscrizioni furono credute un semplice riferimento ai lavori di restauro di epoca ottomana, e non alla costruzione del ponte.

Alcuni accusarono addirittura gli ottomani di aver deliberatamente cancellato le originali iscrizioni romane sostituendole con quelle turche, per nascondere i veri autori del ponte. [...] Con il declino dell’Impero Ottomano cambiò anche la percezione del suo grado di civiltà e della sua cultura; a metà del xix secolo veniva considerato “ancora la stessa monarchia Orientale del Trecento”; nella seconda metà del xix secolo era ormai assodato che i turchi “erano semplicemente dei barbari asiatici in Europa”.

Aumentando i dubbi sulle loro capacità nel campo della cultura e dell’architettura, si giunse in particolare a chiedersi se fossero in grado di costruire ponti. Qualcuno scrisse che durante il lungo periodo in cui erano stati al potere non erano riusciti a superare un certo stadio costruttivo, e che le moschee di Istanbul (tranne i minareti) erano comunque “sempre copie di Santa Sofia, con qualche leggera variazione, senza alcuna pretesa di originalità. La maggioranza dei ponti in pietra venne dunque considerata “opera di antichi Romani o Greci dell’Impero Bizantino, o perfino Bulgari”. All’inizio del xx secolo si era già convinti che i “Turchi non sanno costruire una strada, o un ponte”.

 

Uomini con la coda

Chi voleva addentrarsi nei Balcani non trovava solo donne con le dita sporche di unto, ma anche strani esseri. I più zelanti furono in grado di scovare uomini con la coda perfino nel XX secolo: una delle cronache più dettagliate proviene da Philip Thornton, che negli anni ’30 incontrò molti personaggi interessanti e usanze conosciute in Occidente solo attraverso i libri.

Fra le sue avventure più bizzarre rammenta di aver visto di persona un uomo con la coda, in un caffè di Sarajevo:

Ero seduto a bere caffe` e mangiare dolci, ascoltando dei musicisti turchi che suonavano in un angolo della stanza. Notai che il Dottore [Il dottor Stanislav Mladović] continuava a guardare con attenzione ogni nuovo arrivato e sussurrò al cameriere il nome di Nazir. “Forse non potrò mostrarvi la sorpresa, Signor Thornton. Non è sempre facile far andare le cose come si vuole”. Non aveva ancora terminato di pronunciare quelle parole che balzò in piedi, attraversò la stanza e scomparve in cucina gridando: “Aspettate. L’ho visto”. Guardai Hassanović, che si limitò a scuotere la testa: non aveva idea di che cosa si trattasse. Il Dottore riapparve sulla porta e ci fece cenno di seguirlo in cucina. “Ecco qui un uomo con la coda” esclamò trionfante, mettendo affettuosamente la mano sulla spalla di un bel giovanotto albanese che non sembrava assolutamente stupito da quella stupefacente rivelazione. Ricordo di aver sentito parlare un tempo di un clan di ghegs che vivevano vicino a Peć ed erano famosi per aver prodotto uomini con la coda. Mi sembrava troppo strano poterne vedere uno e risi allo scherzo del Dottore. Ma non era uno scherzo.
“Vuole dirmi che quest’uomo ha una coda, una vera coda come un cane o un gatto?”
“Non solo ho visto ed esaminato la coda di quest’uomo, ma gli chiederò il permesso che voi la tocchiate, attraverso i vestiti”, rispose il Dottore assai infervorato.
Disse qualcosa all’albanese, il quale non obiettò a lasciarmi posare una mano in fondo alla sua spina dorsale sul punto in cui, con orrore misto a stupore, palpai una strana, dura protuberanza che cresceva dalla base della schiena e, come aveva detto il Dottore, si muoveva sotto gli abiti come fosse un dito.
“Siete convinto?”
“Sono convinto. E assolutamente affascinato”, risposi.

 

Testi tratti da
Europa selvaggia.
I Balcani nello sguardo dei viaggiatori occidentali

© EDT 2010

Intervista a Božidar Jezernik, autore di “Europa Selvaggia”, il nuovo libro della collana La Biblioteca di Ulisse.

Quali pregiudizi e fraintendimenti entrano in gioco quando si visita un altro paese? E, ancora, è possibile avere uno sguardo del tutto obiettivo e neutro quando si è in viaggio? Europa Selvaggia risponde a queste domande attraverso una ricognizione avvincente e gustosa delle cronache scritte da chi esplorò i Balcani tra XVI e XX secolo e contribuì a costruirne l’immagine di terra desolata e barbara. Per introdurre alla lettura, abbiamo intervistato l’autore, l’antropologo sloveno Božidar Jezernik. Ciò che emerge è un’illuminante e attuale analisi del gioco di specchi che talvolta si crea dall’incontro tra diverse culture.

Božidar Jezernik

Božidar Jezernik

Professor Jezernik, qual è l’obiettivo del suo libro? Perché resoconti sui Balcani scritti da viaggiatori del passato sono una lettura chiave ancora oggi?
Il viaggio è da sempre un elemento importante per la formazione degli europei, così come è uno strumento fondamentale nella costruzione della nostra visione del mondo. Il problema è che molto spesso gli autori di viaggio e i loro lettori dimenticano che gli altri paesi e popoli si trasformano con facilità in uno specchio capace di riflettere non tanto la realtà dei luoghi che si visitano quanto loro stessi, la loro civiltà e la loro cultura. Questo è un aspetto da tenere ben presente soprattutto oggi, nel nostro mondo troppo facilmente costretto sotto l’etichetta di “villaggio globale”.

Il termine “Balcani” è una parola neutra? Dalla lettura del suo libro sembra che rispecchi un determinato punto di vista.
Proprio così, lo rispecchia eccome. Il lessico geografico è neutro quando si parla, per esempio, di Appennini o Penisola Iberica. La parola Balcani rappresenta, invece, un’eccezione tristemente famosa. A meno che non la si utilizzi per indicare una precisa catena montuosa della Bulgaria, ricorrere al termine “Balcani” significa introdurre un pregiudizio ideologico, con riferimenti più o meno sotterreanei a immagini di corruzione, indolenza, inaffidabilità, cupidigia, disprezzo per le donne, propensione alla congiura e al complotto, bellicosità, pulizia etnica, indolenza, superstizione, strapotere della burocrazia e altro ancora. Nelle stesse lingue di questa regione, nelle quali fu introdotto alla fine dell’Ottocento, il termine si caricò ben presto di significati negativi, divenendo sinonimo di arretratezza e mancanza di civilizzazione.

Il suo libro esplora oltre 1000 resoconti di prima mano. Quali autori hanno saputo vedere più lontano o essere più acuti nelle loro pagine?
Nella mia ricerca, in realtà, ho fatto riferimento a circa seimila volumi. In questo mare magno spicca senza dubbio il Viaggio in Dalmazia di Alberto Fortis. Pubblicato nel 1774, il libro di questo abate agostiniano è l’opera che forse ha influito maggiormente nel costruire l’immagine della sponda orientale dell’Adriatico. Quando apparve, fu recepito come una rivelazione epocale di un mondo vicino ma primitivo, intriso di una profonda e poetica bellezza fino a quel momento ignorata. Fu proprio la traduzione in italiano dell’Hasanaginica (una ballata popolare del XVII secolo, N.d.R.) condotta da Fortis a far conoscere a Goethe il valore della poesia slava meridionale e a spingerlo a cimentarsi nella traduzione in tedesco.

Perché il punto di vista dei resoconti di viaggio raccolti nel libro è spesso così soggettivo?
Le relazioni di viaggio sono per definizione testi in cui prevale la dimensione personale. In qualunque epoca si viaggi e ovunque si sia diretti lo si fa sempre portando con sé l’inevitabile bagaglio della propria cultura e dei propri pregiudizi. E, ancora, ovunque si arrivi non possiamo fare a meno che osservare le persone e i luoghi intorno a noi con gli occhi e le categorie che abbiamo ereditato dalla nostra cultura di provenienza.

Quali luoghi-simbolo dei Balcani il viaggiatore di oggi non dovrebbe perdere?
L’esperienza mi insegna che Istanbul, non a caso chiamata la “Regina delle città”, è un luogo imperdibile. Tutti i Balcani, però, sono disseminati di città che sono descritte, non a torto, come meravigliose e affascinanti dai viaggiatori del nostro tempo. I loro nomi sono a volte celebri, come Atene, Dubrovnik, Mostar o Thessaloniki, a volte meno, come Kotor, Plovdiv, Prizrend, Jajce. Di una cosa sono sicuro: chiunque abbia visitato quei luoghi potrebbe allungare di molto il mio elenco.

Quali sono i peggiori pregiudizi da evitare considerando i Balcani di oggi?
I pregiudizi non mancano, lo si è visto. Il peggiore, in ogni caso, è quello che porta a considerare gli abitanti dei Balcani bellicosi e sanguinari. Fu proprio seguendo questo modo di pensare che un viaggiatore americano arrivò ad affermare che l’origine del nazismo andrebbe ricercata nello Spettro dei Balcani. Fate un esercizio e provate a confrontare il numero di guerre combattute negli ultimi cinque secoli tra due paesi come la Gran Bretagna e la Francia e quello dei conflitti tra i popoli balcanici. Bene, vi accorgerete di quanto infondato sia il pregiudizio.

Quale romanzo consiglierebbe di mettere nello zaino insieme a Europa Selvaggia per accompagnare un viaggio attraverso i Balcani?
Per i lettori appassionati di incursioni nel passato (e nelle biblioteche), l’ormai dimenticato racconto I Morlacchi (1788) di Giustiniana de Wynne, una contessa Orsini di Rosenberg amata da Casanova a Padova: sarebbe uno spunto perfetto per l’atmosfera. Per chi sente il richiamo del mistero, difficile trovare qualcosa di meglio dell’Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie. La ballata La Guzla di Mérimée, poi, è perfetta per chi ama la letteratura fantastica (ancora una volta, però, è necessario un salto in biblioteca, N.d.R.) Infine, per un approccio più solido e concreto, nulla di meglio del Claudio Magris di Il Danubio.

A cura di Paolo Giuseppe Alessio