12 maggio 2015

Finestre sul mondo: 50 scrittori per 50 vedute

Orhan_Pamuk

Che cosa vedono gli scrittori quando lavorano? Quale paesaggio li accompagna durante la scrittura? Ma soprattutto cosa cercano i loro occhi in quel paesaggio?

 

«Sono trascorsi dieci anni dal giorno in cui mi sono fermato di fronte alla mia finestra nell’Upper West Side e ho notato qualcosa. Ho provato qualcosa: un insopprimibile desiderio di portare via con me quella vista. Erano sette anni che, giorno dopo giorno, guardavo fuori dalla finestra assimilando quella particolare composizione degli edifici, e adesso io e mia mo- glie stavamo per traslocare. Senza che me ne fossi reso conto, quella vista era diventata l’immagine più familiare della città. Era diventata mia. E non l’avrei mai più vista.»

Il giovane architetto e disegnatore Matteo Pericoli, collaboratore dei più prestigiosi periodici in Italia e nei paesi anglosassoni (dal «New York Times» alla «Stampa»), lo ha domandato a cinquanta famosissimi scrittori di tutto il mondo e raccogliendone le singole testimonianze, ha realizzando attraverso il disegno la loro personale “vista dalla finestra”. Ne è nato il libro Finestre sul mondo. 50 scrittori, 50 vedute, pubblicato con grande successo lo scorso anno negli Stati Uniti e ora in prima edizione italiana per la casa editrice EDT, dal 14 maggio in libreria.

Dalle cupole della Istanbul di Orhan Pamuk alla cangiante New Delhi di Rana Dasgupta, dal patio sudafricano di Nadine Gordimer al giardino milanese di Tim Parks, 50 sguardi sul rapporto tra interiorità e visione.

Matteo Pericoli è nato a Milano dove si è laureato alla Facoltà di Architettura del Politecnico. Dal 1995 al 2008 ha vissuto a New York, lavorando come architetto, disegnatore e insegnante, e collaborando con lo studio Richard Meier & Partners. Suoi lavori sono stati pubblicati con regolarità su alcuni dei più prestigiosi periodici americani e internazionali, dal «New York Times» al «Paris Review Daily», dall’«Observer» a «La Stampa». Ha pubblicato numerosi volumi fra cui Manhattan Unfurled (Random House 2001), The City Out My Window: 63 Views on New York (Simon & Schuster 2009) e London Unfurled (Picador 2011). È autore di diversi libri illustrati per ragazzi. Da alcuni anni vive con sua moglie e la loro figlia a Torino dove ha creato il Laboratorio di Architettura Letteraria. 

Finestre sul mondo

50 scrittori, 50 vedute

Finestre sul mondo

Che cosa vedono gli scrittori quando lavorano? Quale paesaggio li accompagna durante la scrittura? E come questo paesaggio quotidiano influenza la loro scrittura?
Matteo Pericoli, collaboratore dei più prestigiosi periodici in Italia e nei paesi anglosassoni (dal «New York Times» alla «Stampa»), lo ha domandato a 50 scrittori di tutto il mondo, dopo avere ritratto il paesaggio che essi vedono dalle loro finestre.
Dal Sudafrica di Nadine Gordimer all’India di Rana Dasgupta, dalla Istanbul di Orhan Pamuk alla Milano di Tim Parks: 50 profondi e illuminanti sguardi sul rapporto tra interiorità e visione, per ricordarci che ciò che guardiamo anche distrattamente ogni giorno è strettamente intrecciato alla nostra coscienza e alla nostra immaginazione.

Una finestra e la sua vista rappresentano per me una sorta di ‘tasto di reset’. Un istante, come il battito delle ciglia, in cui permetto al cervello e ai miei pensieri di rallentare e vagabondare, liberi da parole, all’esterno, attraverso il vetro, senza alcun obbligo di analizzare né, per così dire, di riportare il tutto al mio io cosciente. Gli occhi si limitano a contemplare, senza davvero vederlo, un paesaggio che, grazie alla sua inconsapevole familiarità, mi permette un momento di distrazione: i soliti tetti, le ben note modanature, il cortile lì accanto, una collina lontana. Osservo passivamente attraverso la lastra di vetro, che è un punto di contatto e insieme di separazione tra me e il mondo.

E così, quel giorno del 2004, ho finalmente prestato attenzione alla vista dalla mia finestra. Ho provato a fotografarla, ma ho capito quasi subito che le foto non funzionavano. Non riuscivano infatti a restituire la mia vista, ma soltanto quello che c’era fuori dalla finestra. E così l’ho disegnata, con tanto di telaio, su un grande foglio di carta da pacchi marrone con matite e pastelli a olio, e per la prima volta ho notato la quantità di cose che non sapevo di aver osservato per tutto quel tempo. Dove si nascondevano nel mio cervello?

Da allora ho trascorso anni a disegnare viste dalle finestre. Tra il 2004 e il 2008, mentre lavoravo a un libro su New York, mi sono accorto che spesso gli scrittori si trovano in una situa- zione simile alla mia: inchiodati per ore alla scrivania, c’è chi si mette accanto a una finestra per osservarne il più possibile la vista, e chi invece sceglie deliberatamente di proteggersi da essa. Quando poi ho chiesto agli scrittori di descrivere la propria vista è accaduta una cosa straordinaria: tutti gli elementi che ero riuscito a cogliere nei miei disegni venivano integrati (o forse persino accresciuti) dalle loro parole.

È questo il semplice presupposto della rubrica intitolata Windows on the World , iniziata nel 2010 sul «New York Times» e proseguita sul «Paris Review Daily»: disegni di viste dalle finestre appartenenti a scrittori di tutto il mondo accompagnati dai loro testi: linee e parole unite da un punto di vista fisico. I cinquanta disegni di questo libro (alcuni dei quali inediti) offrono una sorta di punto panoramico, un ‘invito’, si potrebbe dire, un luogo dove soffermarsi a riflettere durante un viaggio intorno al mondo in cinquanta tappe.

(Dal primo capitolo di Finestre sul mondo, testo di Matteo Pericoli)

Ho conosciuto Matteo Pericoli nel 2001, dieci giorni dopo gli attentati, dieci giorni dopo la mutilazione di uno degli skyline più belli del mondo. Allora abitava nell’Upper West Side, sulla 102esima strada tra Riverside e West End Avenue, in una piccola casa dove sono nati i suoi lavori su Manhattan, primo tra tutti il meraviglioso disegno a cui stava lavorando, l’intero profilo dell’isola con le due torri ancora al loro posto. Un ultimo omaggio alla città che era stata e che meritava di essere ricordata.

Dopo avermi spiegato, con timidezza ma anche orgoglio, il suo metodo paziente e certosino, un metodo che mi spinse a immaginare Matteo come la reincarnazione un millennio dopo di un monaco amanuense, mi portò di fronte alla finestra della camera da letto, quella in cui disegnava.

La vista era anonima ma bellissima: puntava verso nord e si vedeva il grande campanile gotico della chiesa che sta accan- to alla Columbia University, la Riverside Church, e due canyon di palazzi alti. Mi spiegò che quel panorama era la sua parte di città, uno spicchio esclusivamente suo, che nessun altro avrebbe potuto reclamare. Mi aprì gli occhi e mi resi conto in quel momento che per me New York era un cortile con la neve, chiuso in mezzo a quattro palazzine di mattoni rossi e segnato dalle scale anti-incendio. Un’immagine che mi si era impressa negli occhi e nella memoria all’alba del mio primo giorno invernale a Manhattan. Ho ricercato un sacco di volte quella sensazione ma non l’ho mai più ritrovata e nemmeno quel minuscolo appartamento preso in affitto per una sola settimana so più dov’è.

Se anche avessi una foto di quel cortile innevato oggi non mi restituirebbe di certo quella malinconica emozione, perché le foto ti mostrano quello che c’era non quello che tu hai visto, perché ognuno posa gli occhi su qualcosa che gli è caro. È per questo che Matteo Pericoli disegnò su un grande rotolone di carta da pacchi quella finestra con il campanile più alto d’America, per non perderlo mai, così quando è tornato in Italia si è portato via la sua vista e la potrà rivedere ogni giorno della sua vita.

(Dall’introduzione di Mario Calabresi)