15 maggio 2018

Fra talento, tenacia e ribellione: la storia di Rudolf Nureyev

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“Ha un talento smisurato, ma è un indomabile ribelle.
È ambizioso, irriverente, affascinante.
non gli manca il coraggio e la fatica non lo spaventa.
Sa di essere il migliore e lo dimostrerà al mondo intero
“. 

URSS, Repubblica di Baschiria, città di Ufa, anno 1951. Un ragazzo di 13 anni lotta contro tutto e tutti per inseguire il proprio sogno. Lotta contro un ambiente ottuso, contro una società che soffoca la libertà, i desideri, la gioia di vivere. Il suo nome è Rudolf, detto Rudi; Nureyev il cognome. Il giovane Rudi ha le idee chiare e presto si rende conto che per ottenere quello che vuole ha una sola possibilità: partire, lasciare la provincia e raggiungere una grande città – Mosca, Leningrado, e più lontano ancora.
Il sogno di Rudi è danzare, ma per farlo deve affrontare l’ostilità del padre, frequentare una scuola che non gli interessa, difendersi dai compagni che lo sbeffeggiano, esercitarsi in un freddo capanno nel bosco. Di tutto ciò però non gli importa, il suo desiderio gli dà una forza che lo rende impermeabile a quello che lo circonda. Con ostinazione, passo dopo passo Rudi riesce a perfezionarsi e a farsi notare da un’insegnante di danza che intuisce le sue grandi doti e lo prepara per l’audizione presso la prestigiosa Accademia Vaganova di Leningrado. Rudi viene ammesso e a 17 anni comincia per lui una nuova vita: è solo, non ha un soldo, ma è finalmente libero di dedicarsi esclusivamente alla danza.  Prima il Kirov, poi il Bol’šoj, quindi Vienna e in ne Parigi lo accolgono in un crescendo di popolarità e ammirazione per la tecnica impeccabile e uno stile unico. Rudi ha le idee chiare, vuole rivoluzionare il mondo della danza. E la rivoluzione ci sarà, prima di tutto nella sua vita: a Parigi, a 23 anni, deciderà che è giunto il momento di scegliere – rinunciare al proprio paese, alla propria famiglia per seguire quel sogno che nel 1951, a Ufa, il piccolo Rudi aveva promesso a se stesso che si sarebbe realizzato. A qualunque costo.

Françoise Dargent è una giornalista francese che ha avuto la fortuna di conoscere personalmente quello che probabilmente è stato il più grande ballerino di tutti i tempi: la biografia, che racconta gli anni in cui un ragazzino di provincia si è forgiato nella tempra e nelle qualità fino a diventare Rudolf Nureyev, ha una componente romanzata molto importante, ma non nei fatti e nelle persone che lo hanno accompagnato – o ostacolato – attraverso un percorso irto di insidie ma ricco di frutti da raccogliere. Nureyev ne esce come qualcosa di ben diverso da un grande predestinato dal talento sconfinato: tutto il sudore, la fatica e perché no, l’astuzia oltre all’impegno di un ragazzo all’inseguimento di un obiettivo emergono chiaramente dal racconto. E con loro, il motore che spinge Rudolf: da un lato la voglia di primeggiare, di esserci, di esibirsi; dall’altra, però, il culto del bello e la capacità di vederlo e sublimarlo.

La storia di uno dei protagonisti più importanti del panorama artistico del Novecento, un innovatore che ha rivoluzionato il ruolo maschile nel balletto e la concezione stessa di danza classica: l’adolescenza e la gioventù di un grande artista raccontata con passione, accuratezza e colpi di scena.

 

Françoise Dargent è critica letteraria per «Le Figaro». All’attività giornalistica affianca la passione per la narrativa, che l’ha portata ad avvicinarsi alla scrittura e ad affermarsi in breve tempo come autrice di libri per ragazzi.

 


La scelta di Rudi

La scelta di Rudi

Anni ’50, estrema periferia dell’Unione Sovietica: il giovanissimo Rudolf muove i primi passi nel mondo della danza di nascosto dal padre e tra mille difficoltà. Il grande talento e una determinazione fuori dal comune lo porteranno prima a Leningrado e poi a Parigi, dove troverà la definitiva consacrazione. Françoise Dargent racconta gli anni dell'adolescente Rudolf Nureyev in un'avvincente storia di passione e libertà.

Brrr, oggi nel capanno si congela. Come se non bastasse è rimasto solo un mozzicone di candela, duro come un sasso. Sarà meglio non sprecare i fiammiferi. Ho i piedi fradici nelle vecchie scarpe di mio padre. Per fortuna sono rimasti un po’ di rami e di foglie secche. Accenderò il fuoco nel camino per fare asciugare la giacca. È il momento di cominciare il mio riscaldamento. Faccio sempre la stessa cosa, gli stessi movimenti. Sono così abituato a ripeterli che ormai non penso neppure più a quello che sto facendo. Conto dentro di me. Conto fino a sessanta per ogni allungamento. Seduto, in piedi, disteso, non mi fermo mai. Gambe tese, piedi in flex, demi-pointes; demi-pliés, grands pliés. Quando sono caldo, inizio a saltare. Da Mme Udeltsova c’è la musica, ma a me non serve. Mi concentro sull’esecuzione dei movimenti.

Esecuzione è una parola che mio padre usa spesso quando parla della guerra, in particolare dell’“esecuzione dei crucchi” di cui lui e la sua compagnia s’incaricavano volentieri. Vale a dire che li freddavano senza pietà. A me, l’idea di ammazzare le persone come bestie fa orrore. Lui dice che non sono un vero uomo e che non avrei resistito neanche un paio d’ore sotto gli spari; scommetto che gli dispiace che non sia andato al fronte a farmi massacrare. Io comunque continuo a preferire l’esecuzione dei miei movimenti. Hop, hop, due, quattro, sei, dieci, senza fermarmi. Più aumenta il ritmo e più il mio battito accelera.

«Piano, non correre», dice Mme Udeltsova lamentandosi perché anticipo la musica. «Se non rispetti le battute, non entrerai mai in una compagnia di ballo. Lì non accettano i cani sciolti». Ma lo vedo che è fiera di me, perché mi spingo sempre un po’ più in là di quel che mi chiede. Soprattutto da quando ho compiuto tredici anni. Sono cresciuto di colpo e la mia massa muscolare è raddoppiata. «Sei ancora un po’ basso per essere un ballerino, ma puoi sfruttare la tua energia. Se sarai più scattante e se i tuoi salti saranno più ampi, la gente si dimenticherà della tua altezza. Bisogna saper trasformare i difetti in punti di forza. Nessuno è perfetto», mi ha detto Mme Udeltsova.

È un’ex étoile finita in questo buco sperduto per non so quale ragione. Sento i suoi sospiri sconsolati di fronte ai miseri risultati di alcune sue allieve. Ma si guarda bene dal dirlo alle madri, che sperano che le figlie non diventino delle grasse massaie infagottate in un grembiule, come loro. Vogliono sognare. E Mme Udeltsova deve pur vivere, perciò fa quel che può. Secondo me anzi è fin troppo gentile con quelle ragazze, che non si impegnano per niente. Con me, invece, è tutt’altro che tenera. La prima volta che mi ha visto, mi ha sbattuto fuori perché credeva fossi venuto a spiare le ragazze che si cambiavano negli spogliatoi. Sì, come no! Come se mia madre e le mie sorelle non mi bastassero! Mi hanno sempre trattato come il bambolotto di casa e, quando si sono accorte che ero cresciuto, era ormai troppo tardi. Avevo già visto tutto quel che c’era da vedere. In realtà erano le lezioni a interessarmi. Osservavo e memorizzavo i movimenti e gli enchaînements per poterli replicare nel capanno. Quando finalmente sono riuscito a spiegarlo a Mme Udeltsova, lei non credeva alle sue orecchie. «Fammi vedere che cos’hai imparato». Le ho mostrato tutto ciò che avevo appreso, compresi i sauts de chat e le pirouettes. Lei mi ha lasciato fare senza dire nulla, poi ha aggiunto: «Ora fammi vedere che cos’hai imparato alla Casa dei Pionieri, mostrami come te la cavi con le danze folcloristiche». A quel punto mi sono lasciato andare senza più pensare a nulla. L’avevo fatto tante di quelle volte che ormai mi bastava canticchiare mentalmente la melodia perché i movimenti venissero da sé. Devo aver ballato per almeno dieci minuti. Mi sono ritrovato a due passi da Mme Udeltsova, della quale mi ero quasi dimenticato. Per poco non sono caduto tra le sue braccia, e sono finito in ginocchio ai suoi piedi. Il cuore mi batteva all’impazzata. È passato un minuto prima che dicesse qualcosa. «Non è l’energia che ti manca! Sei bravo a saltare, ma salti come una ballerina. Gli enchaînements che hai visto sono pensati per delle ragazze. È arrivato il momento che tu impari come danzano i maschi. Hai le carte in regola per farcela. Non ho mai visto delle cosce così alla tua età».

Non so perché, ma sono arrossito. Era la prima volta che una donna mi faceva un complimento. O almeno io l’ho interpretato così, anche se non ho potuto trattenermi dal dire: «Mio padre dice che la danza è roba da finocchi». «Tuo padre si sbaglia. La danza è un’arte complessa e riservata ai più talentuosi. Gli uomini hanno sempre desiderato diventare ballerini. In Francia, Luigi XIV era un danzatore eccezionale. Questo non gli ha impedito di diventare il sovrano più potente dei suoi tempi. Io ho ballato per un uomo di nome Djagilev, uno straordinario coreografo. Quando ha presentato i suoi spettacoli ha ricevuto solo fischi. Gliene hanno dette di tutti i colori. Lui ha resistito, ha perseverato, e ora è considerato un grandissimo artista. Chi dice che è da finocchi non capisce nulla. Io ho conosciuto solo artisti. E anche tu potrai diventare un artista, se lo vorrai». Ero sbalordito. Nessuno mi aveva mai parlato in quel modo. Artista. Quella parola conteneva una promessa mille volte più allettante di “medico” o “ingegnere”, che mio padre mi ripeteva fino allo sfinimento. Ho guardato Mme Udeltsova e le ho detto: «Voglio essere un artista e voglio diventare il più grande di sempre, può contare su di me». Lei ha sospirato e ha risposto: «Nel frattempo, va’ alla sbarra e chiudi il becco».

È stato così che ho cominciato a imparare sul serio come si danza. E vi dirò la verità: non è stato per niente facile. E non solo per colpa di mio padre.

[Tratto da La scelta di Rudi, di Françoise Dargent]