18 aprile 2018

Genio, funk, sesso ed enigma: Prince e la sua vita in musica

Prince-Italy

 

«Prince è nato. Questo è bene tenerlo presente. In una vita così piena di cose – parole scritte, canzoni cantate, strumenti suonati, concerti eseguiti – che a farle tutte sembrerebbe quasi volerci un esercito di persone o un’essenza mistica, è il caso di cominciare ricordando questo: che quelle cose sono state tutte opera di una persona sola, venuta al mondo per le vie ordinarie, non calata dall’empireo nella nostra dimensione terrena.»

Prince che crea un sound in cui tutto sembra noto ma tutto è nuovo, Prince che sessualizza la musica ma di cui non si riesce a capire il sesso, Prince rockstar riluttante e grandiosa, Prince che rende grande un nome e poi se lo cambia, Prince indifferente alle droghe ma forse dipendente dai micidiali painkillers, Prince musicista/arrangiatore/paroliere/polistrumentista dal talento incommensurabile, Prince genio delle tecnologie e in fuga da internet. Quante cose contemporaneamente è riuscito ad essere il piccolo artista di Minneapolis… nella sua carriera ha rubato parecchi cuori, su tutti quello di Ben Greenman che ne ha scritto un’appassionata ‘biografia sonora’, una riflessione a posteriori sui motivi di quella passione: qualcosa di più di una dichiarazione d’amore postuma, e qualcosa di meno – o perlomeno di diverso – rispetto a una monografia critica.

Greenman, scrittore brillante e leggendario interprete delle tendenze e dei gusti pop della scena internazionale (celebri la regolare collaborazione con il “New Yorker”, per il quale scrive di cultura pop e di musica, e per i molti libri scritti a quattro mani con musicisti importanti della scena pop-rock, fra cui Brian Wilson, Questlove, George Clinton, Gene Simmons), usa la sua conoscenza enciclopedica della musica e della discografia di Prince per analizzare a uno a uno le tante contraddizioni di questa figura enigmatica e per molti versi, anche musicali, straordinaria della scena artistica mondiale degli anni Ottanta e Novanta e di oggi, naturalmente. Il libro è articolato in quattro grandi sezioni: 1. Man. Music (la parte di introduzione generale alla vita e alla musica); 2. Meaning (cinque capitoli su Sex, Self, Others, Virtue and Sin, e Race and Politics in His Music); 3. Method. Madness (sulle contraddizioni, la grandezza, la stranezza del suo talento artistico); 4. Memory (sulla scomparsa e l’eredità).

Quello di Greenman è un testo che somiglia ad una ‘visita al museo’ di Prince, un’indagine, persino una celebrazione di un artista che non era nemmeno ad un livello irraggiungibile, come scrive lui stesso nell’introduzione, ma addirittura ignoto a quasi tutti gli altri musicisti della sua epoca. A due anni dalla morte di Prince, dunque, è il momento di riannodare i fili di una produzione maestosa, in cui capolavori incredibili si affiancano a ‘semplici’ pezzi pop di altissima fattura: forse non bastano 300 pagine a farlo, ma sono un ottimo punto di partenza. Lustratevi gli occhi, accendete le orecchie: va in scena il grande funk.

 

“Prince era, come Eddie Murphy ha definito Stevie Wonder, un genio musicale. Era anche, e questo l’ha detto di sé lui stesso, una star. Ma era anche un sacco di altre cose: un moccioso lascivo, un profeta Geremia dagli occhi languidi, un cowboy della pace, un vagheggino da jazz age, uno spiritello dei boschi, un fragoroso bricoleur funk, un pellegrino della spiritualità, un burattinaio del sesso, un marito (per due volte), un padre (una volta sola, troppo brevemente), un uomo. Per me, nell’arco di quasi tutta la mia giovinezza, è stato qualcosa da difendere con le unghie e con i denti.”

 

Purple Life

Genio, funk, sesso ed enigma nella musica di Prince

Purple Life
  • AutoreBen Greenman
  • Collana Varia | Vite straordinarie
  • ISBN 978-88-5924-631-2
  • Pagine 320
  • Data uscita 26-04-2018
  • Prezzo 25.00€
  • Disponibilità Disponibile

Nella musica che faceva Prince non aveva paragoni: lui, da solo, era un genere a parte.
Quella stessa unicità si ritrova in qualunque cosa lo riguardasse; anche nella vita prendeva sempre una direzione opposta a quella comune.
Sono tante le cose che non sappiamo della vita di Prince, di come l'abbia vissuta, del perché sia finita e dell’effetto che la sua morte potrà avere su noi tutti. Questo libro ci aiuta non tanto a risolvere questi misteri, quanto a dare loro un contesto, una vita dopo la vita di Prince. Ci aiuta a mettere in chiaro le cose che su di lui è necessario sapere. E le cose che non sapremo mai.

Alle fine delle medie Prince e André – che a quel punto aveva cominciato a farsi chiamare André Cymone – formarono una band, Grand Central, con Chazz Smith, secondo cugino di Prince, alla batteria e la sorella di André, Linda, alle tastiere. Tempo un anno, Chazz Smith fu estromesso in favore di un altro batterista, Morris Day. I Grand Central facevano le prove nel seminterrato di casa di André, che era ancora la camera da letto di Prince. La madre di Morris Day cominciò a fare da agente alla band e procurò loro qualche ingaggio nelle palestre delle scuole superiori cittadine, in centri ricreativi e in alberghi. Qualche volta venivano perfino pagati, o qualcosa del genere. In un’intervista dei tardi anni Novanta con Mel B. delle Spice Girls, Prince ha raccontato che la band veniva retribuita con barrette di cioccolato Snickers: «All’epoca i soldi passavano di mano così. La valuta era quella». I concorrenti diretti dei Grand Central erano i Flyte Tyme, un altro gruppo di adolescenti di Minneapolis. Il repertorio dei Flyte Time propendeva per artisti soul come Al Green e James Brown; i Grand Central incorporavano anche la musica di artisti rock e funk come i Mandrill, Jimi Hendrix e Santana, e perfino di cantanti pop come Carole King. Le due band si controllavano a vicenda, a dir poco; i Flyte Tyme avrebbero poi avuto Morris Day come frontman e sarebbero diventati The Time, il principale dei progetti collaterali di Prince nonché fra i suoi più degni concorrenti. Jimmy Jam, che in quegli anni era in una band chiamata Cohesion ma che poi sarebbe diventato tastierista dei Flyte Tyme, ha ricordato che una volta stavano suonando in un piccolo complesso che accompagnava il coro della scuola media. Arrivò anche Prince, che senza fare una piega s’impossessò di una chitarra e come per magia rifece l’assolo distorto di “Make Me Smile”, successo del 1970 dei Chicago. Un’impresa chitarristica fuori dal comune, ma era solo l’inizio. Jimmy sedeva alla batteria; quando si alzò, Prince prese il suo posto. «Si è seduto», ha raccontato Jimmy, «e li ha lasciati tutti muti».

[Estratto da "Purple life - genio, funk, sesso ed enigma nella musica di Prince", di Ben Greenman. Traduzione di Marco Bertoli]