18 maggio 2018

Il giorno in cui Marx si tagliò la barba

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La scaletta della nave era ripida e bagnata. Afferrò la fune attaccata alla parete come un corrimano. Dalla barca sotto lo osservava il marinaio. Davanti a lui scese ballonzolante l’uomo con i suoi bagagli, li accatastò rapido nella barca ondeggiante, poi gli afferrò la mano e gli offrì sostegno quando arrivò il momento del passo critico dall’ultimo gradino alla barca.

Il 18 febbraio 1882 Karl Marx si imbarca sul piroscafo Said e lascia l’Europa per la prima volta nella sua vita. Ad attenderlo sulla banchina del porto di Algeri c’è Albert Fermé, un ex militante degli anni della Comune di Parigi. Ma ad Algeri Marx penserà poco alla lotta politica. Il dolore per la recente morte di sua moglie Jenny è ancora lancinante, e il clima mediterraneo, raccomandatogli dai medici, non ha avuto l’effetto sperato sulla sua pleurite.

Seguendo un inedito impulso, Marx si lascia fotografare un’ultima volta, prima di sedersi sulla poltrona di un barbiere e rinunciare alla sua iconica barba e alla capigliatura leonina. Un gesto simbolico, probabile segno di una profonda riflessione in corso. La sua maggiore preoccupazione ora è il benessere delle figlie, e mentre entra in contatto con una cultura e con un paesaggio radicalmente nuovi, approfitta del soggiorno per tracciare un bilancio della sua vita di uomo, di filosofo e di rivoluzionario.

È così che, prendendo spunto da un episodio poco conosciuto della vita di Marx e completandolo con una profonda conoscenza dell’epistolario, degli scritti e dei documenti sulla vita del grande pensatore, Uwe Wittstock costruisce una narrazione sorprendente ed elegante, nella quale la descrizione del soggiorno algerino del rivoluzionario tedesco si alterna alla presentazione retrospettiva della sua intera biografia e dell’evoluzione della sua riflessione politica. Un modo inedito di accostare la vita e l’opera di un uomo il cui pensiero non smette di sorprendere per la sua forza e la sua lucidità, a duecento anni dalla nascita.

“Un rivoluzionario con le guance rasate, in viaggio per l’ultima volta”.

 

“Seguì con lo sguardo le piccole barche dei pescatori a cui bastavano pochi colpi di remi per gettare le reti. I paesaggi non avevano mai avuto un ruolo importante nella sua vita: aveva usato la testa per cose molto più urgenti. Adesso però, all’improvviso, aveva tempo, molto tempo, e quella vista, l’aria, il giardino producevano in lui un misto di emozioni così piacevole da fargli male.”

Karl Marx dal barbiere

La vita e l'ultimo viaggio di un rivoluzionario tedesco

Karl Marx dal barbiere

Il 18 febbraio 1882 Karl Marx si imbarca sul piroscafo Said e lascia l’Europa per la prima volta nella sua vita. Ad attenderlo sulla banchina del porto di Algeri c’è Albert Fermé, un ex militante degli anni della Comune di Parigi. Il dolore per la recente morte di sua moglie Jenny è ancora lancinante, e il clima mediterraneo, raccomandatogli dai medici, non ha avuto l’effetto sperato sulla sua pleurite. Seguendo un inedito impulso, Marx si lascia fotografare un’ultima volta, prima di sedersi sulla poltrona di un barbiere e rinunciare alla sua iconica barba e alla capigliatura leonina. Un gesto simbolico, probabile segno di una profonda riflessione in corso…
È così che, prendendo spunto da un episodio poco conosciuto della vita di Marx e completandolo con una profonda conoscenza dell’epistolario, degli scritti e dei documenti sulla vita del grande pensatore, Uwe Wittstock costruisce una narrazione sorprendente ed elegante, un modo inedito di accostare la vita e l’opera di un uomo il cui pensiero non smette di sorprendere per la sua forza e la sua lucidità, a duecento anni dalla nascita.

Quando il fragore delle macchine diminuì, tirò il fiato. Ma la tenebra rimase impenetrabile. In cabina faceva freddo, del caldo dell’Africa non c’era traccia. Come già la notte precedente, aveva dormito pochissimo. Il rumore della sala macchine era infernale, e in più il vento, il beccheggio e quella tosse, sempre più insistente. Un sonno che meritasse questo nome era riuscito a trovarlo per l’ultima volta quattro giorni addietro, prima di salire sul treno per Marsiglia.

Rimase sdraiato nella sua cabina, voleva salire in coperta solo dopo che si fosse fatto giorno. Il tramestio sulla Said, i rumori dalla stiva, i passi, le grida giungevano fino a lui solo attutiti. Il piroscafo dondolava in maniera appena percettibile, erano le tre e mezza del mattino. Ma adesso non si sarebbe più addormentato. Il pensiero di sua moglie e la tosse non gli davano tregua. Poteva soltanto aspettare.

Quando dietro il suo oblò comparve la prima luce grigia del mattino, si alzò e si vestì, scegliendo, intirizzito com’era, gli abiti che aveva indossato anche in Inghilterra, compreso il suo pastrano di rinoceronte che aveva comperato per proteggersi dall’umido inverno londinese. Non appena uscì dalla cabina, gli si affollarono intorno urlando a gran voce alcuni uomini, saliti a bordo dalla terraferma, che in un francese difficilmente comprensibile gli si proponevano come facchini per il bagaglio a mano. Alcuni erano vestiti in stile arabo, altri in stile europeo, ma di tutti era evidente la povertà. Dopo che si fu deciso per uno di questi aiutanti, gli altri si voltarono senza dir parola alla ricerca di altri passeggeri che potessero aver bisogno dei loro servizi.

Sollevò lo sguardo e oltre il parapetto vide il mare di case di Algeri risalire la costa scoscesa. Lo stesso boulevard lungo la riva, l’arteria di rappresentanza della città lungo la quale erano dislocati gli edifici più sfarzosi, si trovava notevolmente più in alto della spiaggia ed era raggiungibile dal porto soltanto a mezzo di scale o di una lunga rampa. Il groviglio di case dietro era ancora avvolto in un sottile velo di nebbia. Non vi si distinguevano né cupole né torri, soltanto parallelepipedi bianchi come il gesso che si inserivano l’uno nell’altro come cubetti da costruzioni, tutti piatti; neanche un tetto aguzzo, la maggior parte era anche senza finestre, i muri interrotti solo da qualche buco con inferriata. In quella luce aurorale la parte superiore della città faceva l’effetto di una roccia calcarea, di un’enorme cava, vivacizzata dal verde di qualche palma. Algeri, la città bianca. Al di sopra si dipanava la silhouette di una possente catena montuosa. Sulle cime più alte si vedevano macchie di un bianco sporco, dove pareva esserci della neve.

Nella confusione in coperta riconobbe il tenente Macé, il comandante della Said, che aveva con sé a bordo moglie e figlio. Durante la traversata avevano avuto modo di conversare, il capitano gli era simpatico, perciò si diresse verso di lui per dirgli qualche parola di commiato. Dopodiché seguì il suo facchino verso il barcarizzo, l’apertura del parapetto a cui veniva accostata la scaletta. La Said aveva infatti un pescaggio eccessivo per poter attraccare direttamente al molo. Scialuppe a remi sciamavano attorno alla nave, caricando merci, bagagli o passeggeri e traghettandoli a riva.

La scaletta della nave era ripida e bagnata. Afferrò la fune attaccata alla parete come un corrimano. Dalla barca sotto lo osservava il marinaio. Davanti a lui scese ballonzolante l’uomo con i suoi bagagli, li accatastò rapido nella barca ondeggiante, poi gli afferrò la mano e gli offrì sostegno quando arrivò il momento del passo critico dall’ultimo gradino alla barca. In fondo tutta quella premura era ridicola, ai due uomini servirono appena due dozzine di colpi di remo e già si fermavano davanti all’ufficio della dogana; deposero a terra bagagli e passeggeri e intascarono il compenso pattuito.

Di nuovo gli venne incontro una calca di uomini urlanti e gesticolanti che si offrivano di essergli d’aiuto alla dogana e di portare su per le scale il suo bagaglio fino al boulevard, in città e al suo hotel. Ma a quale hotel?

[Uwe Wittstock, Karl Marx dal barbiere]