11 ottobre 2017

La via di Lisbona. Aspettando la libertà

La via di Lisbona dettaglio

Una città sospesa fra Europa nazista e libertà. Il racconto di quando decine di migliaia di europei in fuga dal nazismo si riversarono nella città di Lisbona in attesa di una nave verso la libertà. I viaggi avventurosi degli artisti in fuga, la sosta estenuante in una città di spie, reporter, faccendieri, giocatori d’azzardo e vita notturna.

Nel corso della Seconda guerra mondiale il porto di Lisbona, nel Portogallo neutrale del regime di Salazar, fu il luogo di destinazione di una marea di profughi provenienti da tutta Europa. Si parla di una massa di circa 100.000 persone che nel giro di un paio d’anni si riversarono nella vecchia e sonnacchiosa capitale, e che spesso furono costrette a snervanti attese di settimane, se non di mesi, prima di riuscire a trovare posto a bordo di un piroscafo, un mercantile o un aereo in partenza verso gli Stati Uniti o un altro Paese lontano dalla guerra che stava devastando l’Europa.

Ma Lisbona non fu solo la via di fuga verso la libertà per migliaia di persone. La sua posizione neutrale e la confusione che vi regnava la resero anche una via d’accesso per i molti individui che per qualsiasi motivo avevano necessità di entrare nell’Europa occupata dai nazisti: giornalisti, spie, diplomatici, capi militari e altri personaggi si muovono freneticamente nella città, donandole un’atmosfera piena di elettricità e tensione, nella quale una certa rilassatezza di costumi si unisce in quegli anni a un fascino decadente e vagamente cospiratorio.

Lisbona nella prima metà degli anni Quaranta è una città diversa da tutte le altre: la disponibilità di cibo, alcolici, sigarette, gioco d’azzardo e altri divertimenti la fanno assomigliare alle grandi capitali d’anteguerra, Parigi anzitutto; ma l’indifeso Portogallo si sente sotto perpetua minaccia di un’imminente invasione, e l’umanità in fuga dal nazismo vive in uno stato di ansia sospesa e straziante. Fra di loro molte delle più grandi personalità artistiche, musicali, politiche, letterarie dell’intera Europa, tutte in attesa di un imbarco, tutti con un viaggio pericoloso e tragico alle spalle.

Il libro di Weber ricostruisce per la prima volta in maniera completa e documentata questa storia spesso dimenticata, soffermandosi non solo sulla città di Lisbona e sulla sua incredibile atmosfera, ma raccontando anche le vicende personali di numerosi profughi più o meno illustri, e il lungo viaggio che si trovarono a dover affrontare, spesso attraverso il sud della Francia, il Marocco, la Spagna meridionale, sotto la costante minaccia di essere fermati per un qualsiasi cavillo e consegnati ai nazisti per la deportazione.

Fra le sue pagine si incontrano un gran numero di celebrità, da Alma Mahler e Franz Werfel ad Arthur Koestler, da Walter Benjamin a Man Ray, da Ian Fleming ai duchi di Windsor. Ma soprattutto si trova la storia drammatica e spesso dimenticata di un’umanità in fuga dal crollo di una civiltà, alla disperata ricerca di una chance di rinascita.

 

Ronald Weber è professore emerito di American Studies alla Notre Dame University (Indiana). È autore di numerosi libri di saggistica e narrativa, fra cui News of Paris: American Journalists in the City of Light Between the War (2007), Hemingway’s Art of Non-Fiction (2009), A Grand Way to Chronicle A War: The Lure of Paris’s Hotel Scribe in World War II (2016).

 

La via di Lisbona

In fuga dal nazismo nella città sospesa

La via di Lisbona
  • AutoreRonald Weber
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-5923-880-5
  • Pagine 504
  • Data uscita 12-10-2017
  • Prezzo 25.00€ 21.25€
  • Disponibilità Disponibile

Una città in bilico tra la sua vecchia identità e quella di una eterogenea folla giunta a piedi, in bicicletta o con mezzi di fortuna, dopo avventurosi e spesso tragici viaggi attraverso la Francia, la Spagna o il Nord Africa: ebrei, oppositori, gente che aveva perso tutto o personaggi ricchi e famosi, tutti accomunati dalla necessita? di trovare una nuova patria a rischio della vita; letterati e artisti come Antoine de Saint-Exupéry, Jean Renoir, Chagall, Duchamp, Breton, Man Ray, Alma Mahler, Franz Werfel, Arthur Koestler, Walter Benjamin, Ian Fleming e i duchi di Windsor, la collezionista Peggy Guggenheim insieme a migliaia di volti senza nome in fuga dalla deportazione.

Ma la capitale del Portogallo è anche la porta d’ingresso per i molti che compiono il percorso inverso, verso l’Europa in guerra: diplomatici, giornalisti, faccendieri, criminali, spie, doppiogiochisti, mercenari. Il miscuglio di questa umanità così diversa dona alla capitale portoghese in quei lunghi mesi un’atmosfera piena di elettricità e di tensione, nella quale una certa disinvoltura nei costumi si unisce a un fascino decadente e vagamente cospiratorio.

Weber racconta questa storia ancora troppo poco conosciuta attraverso le mille vicende di coloro che hanno avuto la ventura di viverla, con una magistrale padronanza della grande storia politica e una sensibilità rara verso il minimo e il privato.

La via di Lisbona. Dettaglio

Proponiamo un estratto dalla Prefazione del libro di Ronald Weber La via di Lisbona. Il richiamo al film Casablanca fatto dallo stesso Weber dà un tocco cinematografico alla vicenda che è alla base del libro. La ricostruzione storica condotta dall’autore, però, saprà restituirci un quando molto più completo e denso di vicende di quello che la finzione filmica lasci presagire.

La sceneggiatura di Casablanca si apre con una breve descrizione di Lisbona come uscita di sicurezza dall’Europa nazista:

“Una lunga inquadratura di un mappamondo che gira. Mentre gira, appaiono in sovraimpressione le di esuli in fuga. Durante la scena, si sente la voce fuori campo del narratore.

NARRATORE: All’inizio della Seconda guerra mondiale molti occhi dell’Europa oppressa si volsero pieni di speranza o di angoscia verso la libera America. Lisbona divenne il grande centro d’imbarco. Ma non tutti erano in grado di raggiungere direttamente Lisbona; molto spesso ai profughi rimaneva la sola alternativa di un lungo, tortuoso giro.”

Mentre una mappa mostra la tortuosa via di Lisbona nel film, il narratore illustra il percorso elencandone le principali tappe: da Parigi a Marsiglia, quindi a Orano attraverso il Mediterraneo, poi lungo la costa africana fino a Casablanca nel Marocco francese – dove «aspettano, aspettano e aspettano» – e infine Lisbona.

La via di Lisbona racconta la storia di quei profughi che, come Ilsa e Victor Laszlo in Casablanca, si rifugiarono a Lisbona durante la guerra, trasformando la tranquilla città portuale al confine del continente nell’ultima porta aperta sulla libertà, nell’Europa occupata. La maggior parte dei profughi raggiungeva il Portogallo via terra e, di conseguenza, era a Lisbona che si consumavano le loro lunghe attese, non a Casablanca. Se Lisbona o riva una via di fuga dall’Europa, allo stesso tempo costituiva pure una via per accedervi, pertanto le pagine che seguono delineano anche il usso di tutte quelle persone che per un motivo o per un altro dovettero recarsi nelle zone di guerra.

Che entrassero o uscissero, coloro che percorsero la via di Lisbona vengono descritti sullo sfondo di una città illuminata, raggiunta quando ormai le luci dell’Europa si erano spente da un pezzo – ma che, diversamente dalla Ville Lumière fra le due guerre, rappresentava ora un luogo di transito per altre destinazioni. Quella che arrivò a Lisbona durante la Seconda guerra mondiale era una tribù di passaggio, persone per cui la conoscenza della città era strettamente legata all’urgente bisogno di un pasto, di un tetto sulla testa e di un ulteriore mezzo di trasporto.

La Lisbona dei portoghesi, in un certo senso, era come se non esistesse per quei viandanti, e viceversa. Un articolo pubblicato su una rivista americana del 1941, che descriveva la migrazione dei profughi attraverso Lisbona al suo apice, affermava: «tutti i portoghesi, insieme al loro dittatore, praticamente sparirono. Dall’esterno, di portoghesi non se ne vedevano, eclissati in quel momento dallo stuolo di fuggitivi che si riversò in Portogallo dopo il crollo della Francia». Hugh Muir, un giornalista inglese che lavorava a Lisbona durante la guerra, scriveva che l’ondata di profughi, diplomatici, spie e diversi altri che investì la città «lasciò i portoghesi per lo più com’erano». A parte chi lavorava negli alberghi e nei ristoranti, e quindi non poteva evitarlo, «sembrava che la maggior parte degli abitanti non si accorgesse del trambusto arrivato da fuori».

 

Ronald Weber, La via di Lisbona. In fuga dal nazismo nella città sospesa