22 marzo 2012

London Calling. La controcultura a Londra dal ’45 a oggi

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Quale magica alchimia ha fatto di Londra una delle città più influenti della scena musicale, artistica e culturale dal 1945 a oggi? E, ancora, quale energia creativa ha reso possibile la trasformazione della capitale di un impero in cilindro e bombetta a polo magnetico della controcultura? Ma soprattutto: perché molte delle cose che oggi ci catturano e con le quali ci siamo formati sono nate a Londra?

Il libro di Barry Miles risponde a queste domande, ma – come è stato scritto sul Sunday Times – è in primo luogo “una lettera d’amore a un’epoca che l’autore ha compreso come nessun altro, a un club di cui conosce la parola d’ordine”.

Il rapporto tra la cultura ufficiale e ciò che siamo abituati a definire “underground” è uno dei fili conduttori seguiti da Miles. Sotto il segno delle prime parole pronunciate in radio da quella che sarebbe diventata la BBC, ovvero “London calling”, “Londra sta chiamando”, il racconto prende le mosse dal cosiddetto VE Day, il Giorno della Vittoria in Europa contro i nazisti.

Si procede quasi in sordina, andando in giro per il sottobosco di artisti, pub, librerie, alcolizzati e ruffiani, spogliarelliste e maîtresse della città ancora segnata dalle bombe tedesche. Da un club all’altro, tra una bevuta e l’altra, a poco a poco il microcosmo si popola di grandi figure intorno alle quali orbitano personaggi quasi dimenticati ma fondamentali per dare materia e colore al contesto.

Nella prima parte giganteggiano i nomi di Francis Bacon e Lucien Freud, icone della pittura inglese che Miles racconta senza un briciolo di timore reverenziale, proprio come si è soliti fare con vecchi amici. Ci sono però anche la vita e certamente le opere di “tossici” geniali come Alex Trocchi o di ex eatoniani raffinati e decadenti come il mercante d’arte Robert Fraser, che negli anni d’oro della Swinging London fu l’art-director della copertina dell’LP Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles e fu arrestato in compagnia di Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones per possesso di droga.

 

Naturalmente, non mancano celebri expat come William Burroughs, Allen Ginsberg e Bob Dylan, che all’inizio dei Sessanta esportavano a Soho e Fitzrovia le loro visioni lisergiche tra reading poetici stralunati e graffianti ballate.

Barry Miles racconta queste e altre avventure, comprese quelle che lo hanno visto protagonista. Un esempio su tutti: fu lui a fondare la libreria Indica di St James’s, quella in cui John Lennon e Yoko Ono si incontrarono per la prima volta.

Il racconto scorre impetuoso come il Tamigi in piena, tra flussi e reflussi, portando con sé stimoli e materiali che è impossibile circoscrivere, compresa l’esplosione del punk (e dei Clash, la cui musica vibra nel titolo stesso del libro) e il giro di vite dell’era thatcheriana. Approda agli inizi del nuovo Millennio, senza esaurire né bruciare le proprie energie. Proprio come la Londra di oggi, nella quale, ricorda l’autore, è ancora possibile ritrovare tutte le memorabili tracce degli ultimi decenni. Senza nostalgia o cadute malinconiche, perché non ne hanno di certo i vecchi hippy che si incontrano tuttora a Notting Hill o i punk che calpestano con sprezzo l’asfalto di King’s Road.

L’indice analitico e la suddivisione in capitoli creano un ordine nel flusso aneddotico e nei lunghi decenni coperti dal libro. Fanno di London Calling un testo che può essere gustato seguendo l’ispirazione, l’estro e i propri gusti, frugando tra i personaggi, i generi artistici, i suoni, le parole, i tentativi, i fallimenti, gli happening e i brucianti successi di 50 anni di chiamate piene di risposte.

 

> Leggi il PDF dell’Introduzione di Barry Miles

 

London Calling

La controcultura a Londra dal '45 a oggi

London Calling
  • AutoreBarry Miles
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-6040-794-8
  • Pagine 544
  • Data uscita 29-03-2012
  • Prezzo 23.00€ 19.55€
  • Disponibilità Disponibile

“Eravamo anti-sistema in tutto e per tutto, nella musica e nell’arte. Volevamo distruggere qualsiasi cosa avesse regole prestabilite, tutto quel che c’era di asfissiante, tutte le certezze. Eravamo decisi a infrangere tutte le regole in tutti i modi possibili”. La Londra di Barry Miles è quella della cultura underground che nasce fra le macerie della Seconda guerra mondiale ed esplode nel corso degli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi sul West End e su Soho, le zone in cui era confluita un’eterogenea popolazione di personaggi creativi e fuori dalle righe, intolleranti nei confronti delle costrizioni della cultura e del costume ufficiale: scrittori, poeti, registi, musicisti, artisti, pubblicitari, architetti, stilisti, e una miriade di più anonimi personaggi decisi a fare della propria vita un’arte. È la storia di una rivoluzione culturale determinata a ottenere una “totale confusione dei sensi”, che si sviluppa fra le vie di una metropoli artisticamente onnivora, fatta di locali, librerie, club, pub, teatri, piazze, vicoli, scantinati, case occupate o case borghesi. Una storia di sconvolgente energia vitale e al tempo stesso autodistruttiva, raccontata sul filo di quell’ironia che solo un testimone diretto può comunicare.
Mettere in fila i nomi che si incontrano fra queste pagine fa tremare l’idea stessa di ‘controcultura’, poiché vi si ritrova molta della creatività che animerà per ibridazione la cultura ufficiale del Novecento:
Dylan Thomas, Francis Bacon, i Situazionisti, il cool jazz, il rock ’n’ roll, Mary Quant, Kingsley Amis, J.G. Ballard, i Rolling Stones, i Beatles, William Burroughs, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Allen Ginsberg, Pete Townshend, Yoko Ono, Derek Jarman, David Hockney, i Clash, i Police, Gilbert & George, Vivienne Westwood, i Sex Pistols, Boy George, Charles Saatchi, Lucian Freud, Damien Hirst e moltissimi altri. Un libro-mondo brulicante di storie e di personaggi, il ritratto più preciso e divertente mai scritto sull’avventura gloriosa e infame di un’epoca oggi entrata nella leggenda.

Metà dei Settanta, la Swinging London è ormai un ricordo e sulla scena fa irruzione il Punk. Sconcerto, irritazione, fastidio di alcune case discografiche, ma soprattutto una grande spinta all’emulazione da parte dei ragazzini. Attraverso le testimonianze dei protagonisti, Barry Miles restituisce il sapore di quegli anni folgoranti. Ecco un estratto del capitolo dedicato al Punk di London Calling.

Anche se i Pistols singolarmente non erano impegnati politicamente, trasmettevano un messaggio politico con il comportamento – spesso studiato ad arte – e con le canzoni, e molti altri gruppi e fan ne erano molto influenzati.

Cambiarono la vita di parecchie persone, come fece il movimento punk nel suo complesso. Malcolm McLaren:

Non davo peso al fatto che stavo gestendo un gruppo rock’n’roll. Mi ritenevo più che altro una persona estremamente preoccupata di mandare su tutte le furie quanta più gente possibile, con la speranza di creare un atteggiamento sociale in qualche modo diverso alla vita dei ragazzi. Di dar loro la possibilità di comprendere che erano importanti e offrire una modalità critica in cui potessero incanalare le proprie energie.

Perciò in tutta la Gran Bretagna c’erano ragazzini che scrivevano ‘anarchia’ sulle loro magliette e modificavano le vecchie giacche delle divise scolastiche. Gruppi musicali come gli Adverts si vantavano di prendere i vestiti usati dai negozi di beneficienza e rimaneggiarli per creare classici del punk. McLaren teneva gli occhi aperti per non lasciarsi sfuggire le nuove tendenze nate sulla strada, che avrebbe potuto copiare e commercializzare.

Il punk creò qualche perplessità nelle etichette discografiche; anche se i gruppi attiravano grandi folle, ai talent scout bastava ascoltarli suonare qualche secondo per capire che quel livello di energia non poteva essere riprodotto in studio, e che senza quell’energia la maggior parte dei gruppi non erano niente: nessuno era capace di suonare sul serio, e in studio le carenze sarebbero apparse ancor peggiori.

Per quanto concerne l’energia, poi, non ci voleva molto a riconoscere che in gran parte era indotta chimicamente: di certo non era l’energia tipica della gioventù, ma piuttosto il classico comportamento di chi aveva assunto quantità colossali di anfetamine. Lo speed era la droga d’elezione dei punk, e ce n’era parecchio. Questi erano i motivi per cui le etichette discografiche erano restie a mettere sotto contratto i gruppi; la maggior parte di loro non sarebbero mai andati in onda alla bbc, così tradizionale. Chi avrebbero dovuto scegliere e lanciare sul mercato e chi no? Da questo versante il punk certamente mise alla prova il capitalismo: in un movimento faida-te non ci sono merci.

Il lato anarchico di McLaren celebrava questo aspetto, ma lui aveva tra le mani uno dei pochi gruppi musicalmente dotati, e qualche volta Johnny Rotten rischiava perfino di tirar fuori un ricco timbro tenorile irlandese. McLaren ha detto a Paul Taylor:

Il punk rock era invendibile […] Troppo legato al fai-da-te. Non appena ottieni una forza fai-da-te, là fuori, generi altri cinquemila gruppi. Ma l’industria discografica non vuole cinquemila gruppi. Ne vuole uno solo. Un gruppo è più gestibile. È un dittatore che impone cultura, non sono cinquemila. A loro non piace l’idea socialista secondo cui possono farlo tutti.

Il modo di pensare dei punk inoltre andava contro la mercificazione. “A noi non interessa la musica, ma il caos” dichiarò Paul Cook a Neil Spencer di «nme», un’idea per cui la gente di strutture come la BBC esitava parecchio a lasciarsi coinvolgere. John Peel, che in seguito sarebbe diventato famoso come promoter di oscuri gruppi punk, non registrò mai una delle sue famose Peel sessions con i Sex Pistols o i Clash. Per quanto riguardava i Pistols, era convinto che il gruppo avesse declinato l’offerta, mentre in realtà il suo produttore, John Walters, aveva ritenuto di non poter infliggere una band tanto indisciplinata ai raffinati tecnici della BBC. Con i Clash si era semplicemente trattato di mancanza di professionalità da parte loro. Peel annotò nel suo diario:

Effettivamente riuscirono a registrare le basi, ma poi erano così fuori di testa che non ce la fecero a fi nire, e decisero che l’attrezzatura della bbc non era abbastanza valida. Uno di quei casi in cui ti chiedi: come discutere, se c’è un tale livello di idiozia? Un atteggiamento non esattamente punk, ho pensato.

Date le circostanze, il punk rappresentava una vera e propria sfida per gli uomini del marketing, ma costoro risposero con la consueta abilità: vinili colorati, dischi di forme curiose, copertine fotografi che, singoli in edizione limitata, remix su supporto a 12 pollici; anche se ogni gruppo aveva un mercato piuttosto esiguo, si vendeva lo stesso prodotto in tante forme quante i dipartimenti commerciali riuscivano a inventarne. L’altra maniera per vendere dischi era di attirare la maggior pubblicità possibile sul gruppo in questione.

Barry Miles
dal capitolo XXVIII “Punk”
di London Calling
© EDT 2012

Il periodo ruggente di Fitzrovia, il quartiere della bohème degli anni Quaranta e Cinquanta, popolato di personaggi sgangherati e geniali, il mitico decennio della Swingin’ London, con la rivoluzione nella moda di Mary Quant, e poi la parentesi dura ed estrema dei Settanta, con l’irruzione del Punk e la ripresa, da parte dei Clash, dello slogan della BBC, quello da cui tutto è nato: “London Calling”. In questi video c’è una piccola storia di quell’epoca, anche se la ricognizione, è chiaro, potrebbe continuare all’infinito, sempre ispirati dalle parole di Barry Miles che qui proponiamo in un divertito dialogo con le immagini.

 

Il nome ‘Fitzrovia’ per designare il quartiere venne coniato appena prima della guerra da Tambimuttu, uno dei personaggi centrali del mondo letterario londinese negli anni Quaranta, un editore e curatore editoriale davvero unico, la cui rivista «Poetry London» rappresentò un magnete per gli scrittori inglesi di maggior talento dell’epoca.

Dal capitolo I - ”Una bohème molto britannica”

 

Verso la fine degli anni Cinquanta l’arte più interessante prodotta a Londra era quella dei pittori della cosiddetta School of London, un nomignolo coniato da R.B. Kitaj per designare un gruppo che comprendeva lui, Francis Bacon, Lucian Freud, Frank Auerbach e Michael Ayrton. Erano tutti grandi pittori di Londra, anche se nessuno di loro, eccetto Ayrton, vi fosse in realtà nato.

Dal capitolo VIII – “Il pop sulla tela”

 

Nell’ottobre del 1955 Mary Quant, Alexander Plunket Greene, fidanzato e in seguito marito di Mary, e Archie McNair, un ex legale passato alla fotografia, aprirono il Bazaar, un negozio di vestiti su King’s Road, a Chelsea. [...] In termini di moda, le idee di Mary Quant erano rivoluzionarie, dagli orli corti all’uso di colori brillanti andava controcorrente rispetto alla fissità delle case d’alta moda. Quant arrivò in un’epoca in cui le ragazze inglesi finivano la scuola e iniziavano a vestirsi come le loro madri.

Dal capitolo IX – The Big Beat

 

Anche se i Pistols singolarmente non erano impegnati politicamente, trasmettevano un messaggio politico con il comportamento – spesso studiato ad arte – e con le canzoni, e molti altri gruppi e fan ne erano molto infl uenzati. Cambiarono la vita di parecchie persone, come fece il movimento punk nel suo complesso.

Dal capitolo XXVIII – Punk

http://www.youtube.com/watch?v=2PCS9ITKIj8

 

Una settimana dopo intervistai i Clash per «nme» e domandai a Joe Strummer della violenza ai concerti punk. Il suo atteggiamento fu chiaramente ambiguo. Sulle prime mi disse: “Siamo antifascisti, antirazzisti, contro la violenza e per la creatività. Siamo contro l’ignoranza”, ma per tutta l’intervista giocherellò con un coltello a serramanico che, a un certo momento, mi puntò dritto in faccia, per sottolineare un punto.

Dal capitolo XXVIII – Punk