21 febbraio 2012

Gustav Mahler. La vita, le opere

Gustav Mahler

L’itinerario creativo, la vita e il pensiero di Gustav Mahler

Primo ad apparire in Italia tra i libri di Henry-Louis de La Grange, questo volume traduce l’edizione francese Fayard del 2007, uno degli esiti della complessa e straordinaria ricerca realizzata dall’autore sulla vita di Gustav Mahler.

A partire dal 1952, de La Grange colleziona infatti tutte le possibili testimonianze e fonti su Gustav Mahler, e attraverso quest’instancabile attività di documentazione e scavo dà alla luce una delle più vaste biografie mai scritte, pubblicata dapprima in francese (1979-84), e poi gradatamente ampliata e aggiornata nell’edizione inglese in quattro volumi (1995-2012).

Il presente libro nasce dal desiderio di rendere disponibili i frutti di quest’opera straordinaria in uno strumento più maneggevole e compatto. In un percorso scandito dalle successive tappe biografiche, con l’aiuto di centinaia di documenti e testimonianze, il lettore entra senza mediazioni in contatto con i drammi e le battaglie personali di Mahler, l’incomprensione della critica e il crescente amore del pubblico per le sue composizioni, la violenta conflittualità da cui il suo lavoro d’artista moderno sarà incessantemente circondato. L’equilibrio con cui sono esposte le diverse fasi della vita e del percorso creativo permette di cogliere il profondo legame che sussiste fra la sua attività di direttore d’orchestra, la vita privata e l’attività di compositore, mentre una sezione specifica è dedicata all’analisi delle opere.

Dall’indagine parallela di questi diversi aspetti nasce una figura a tutto tondo, molto lontana dalle caratterizzazioni postume, contraddistinta da una radicale visione etica del lavoro artistico, da una vitalità pressoché inesauribile e da un lancinante amore per l’essere umano e per l’universo naturale in cui è immerso.

 


Gustav Mahler

La vita, le opere

Gustav Mahler
  • AutoreHenry-Louis De la Grange
  • Collana Contrappunti | Musica
  • ISBN 978-88-7063-493-8
  • Pagine 496
  • Data uscita 12-01-2012
  • Prezzo 29.00€
  • Disponibilità Disponibile

La musica di Mahler è al tempo stesso la più personale e una delle più universali che si possano immaginare: nessun compositore prima di lui aveva osato trasfondere nell'opera sinfonica con tanta intensità la propria esperienza biografica e spirituale, e nessuno era riuscito, così facendo, a spingere con altrettanta forza l'ascoltatore di fronte ai più profondi interrogativi sulla condizione umana. È anche alla luce di questo ambiguo rapporto fra vita e opera che la ricerca condotta per quasi sessant'anni da Henry-Louis de La Grange acquista il suo ineguagliabile valore. A partire dal 1952, de La Grange colleziona infatti tutte le possibili testimonianze e fonti su Gustav Mahler, e attraverso quest'instancabile attività di documentazione e scavo dà alla luce una delle più vaste biografie mai scritte, pubblicata dapprima in francese (1979-84), e poi gradatamente ampliata e aggiornata nell'edizione inglese in quattro volumi (1995-2012).

Il presente libro nasce dal desiderio di rendere disponibili i frutti di quest'opera straordinaria in uno strumento più maneggevole e compatto. In comune con il suo "fratello maggiore" ha il pregio di registrare con costanza gli avvenimenti dell'intero arco biografico mahleriano, non cercando di provare una tesi preconfezionata o di affermare un ritratto ideale, ma lasciando che l'individualità e il percorso artistico del compositore sorgano quasi naturalmente dalla conoscenza dei fatti e dei documenti, pagina dopo pagina. Vi si ritrova il racconto di un musicista che partendo da una piccola cittadina boema diventerà il celebrato direttore del Metropolitan Theatre e della New York Philharmonic dopo avere animato, in un decennio all'Opera di Vienna, una delle più gloriose stagioni che la storia del teatro musicale ricordi. In un percorso scandito dalle successive tappe biografiche, con l'aiuto di centinaia di documenti e testimonianze, il lettore entra senza mediazioni in contatto con i drammi e le battaglie personali di Mahler, l'incomprensione della critica e il crescente amore del pubblico per le sue composizioni, la violenta conflittualità da cui il suo lavoro d'artista moderno sarà incessantemente circondato.

I VIDEO DELLA SERATA

Riccardo Chailly presenta il volume “Gustav Mahler” di Henry-Louis de La Grange (EDT 2012). Milano, Teatro alla Scala, Ridotto dei Palchi “Arturo Toscanini”, 31 gennaio 2012 - Guarda il video

 

Henry-Louis De La Grange racconta del suo rapporto con Alma Mahler in occasione della presentazione del suo libro “Gustav Mahler”. Milano, Teatro alla Scala, Ridotto dei Palchi “Arturo Toscanini”, 31 gennaio 2012 - Guarda il video

Henry-Louis de La Grange

Un ritratto di Henry-Louis de La Grange, tratto dalla postfazione al volume “Gustav Mahler. La vita, le opere”. Di Gastón Fournier-Facio.

Viene da chiedersi perché de La Grange abbia deciso di scrivere una tale sterminata biografia, e come gli sia stato possibile votare l’intera esistenza alla ricerca su un solo compositore. Forse la risposta sta nel fatto che Mahler, a differenza di molti altri musicisti, ebbe innumerevoli talenti, vivendo quindi tre vite diverse: una come compositore, l’altra come direttore d’orchestra e la terza come organizzatore e programmatore di alcuni tra i più importanti teatri d’opera del suo tempo. In ciascuna di queste attività s’impegnò con energia e passione.
«Mi sono dedicato a questo lavoro in modo preciso e meticoloso, secondo un approccio che è in piena sintonia con il mio carattere: sono alquanto caparbio, caratteristica forse ereditata dai miei antenati scozzesi. Inoltre, come ho già segnalato, sono stato sempre piuttosto incline all’eccesso. È quindi possibile che Mahler abbia pensato a una persona come me quando affermò: “Mi piacciono solo coloro che esagerano. Quelli che non lo fanno mi interessano assai meno”.

Mahler non fu soltanto un musicista, ma anche un intellettuale, un lettore appassionato, un pensatore, un filosofo, un “ricercatore di Dio”, un “compositore metafisico”. Schönberg lo defi nì “un santo”; e qualcosa di sacro c’era senz’altro in lui. Sia come uomo sia come musicista, rifiutò sempre di adattarsi ai gusti dei suoi contemporanei, perseguendo obiettivi elevati e disprezzando il dilettantismo e la mediocrità in ogni forma. Come compositore non ebbe mai paura di puntare all’impossibile, guardando verso l’aldilà, verso l’eterno e l’universale.

Il che conferisce alla sua musica una dimensione di trascendenza raggiunta da pochi». La fanatica passione di de La Grange per la verità dei fatti e per l’accumulazione di tutti i documenti originali disponibili, lo ha portato a identifi carsi con il mondo di The Aspern Papers, il romanzo di Henry James divenuto non a caso uno tra i suoi libri preferiti. «Ricordo ancora il momento in cui da Vienna ricevetti i primi pacchi di documenti. Rammento l’eccitazione provata nell’aprirli e nell’esaminarli con curiosità febbrile. Attraverso la raccolta ossessiva di materiali sulla vita di Mahler, credo di essere arrivato ad averne una conoscenza molto più precisa e completa di quanto lui stesso ne potesse avere».

Punto focale del suo lavoro capace di scandagliare ogni minimo dettaglio e di ricominciare continuamente daccapo, è stata la stesura della cronologia quotidiana della vita del compositore, che de La Grange non ha mai smesso di correggere e arricchire di nuove informazioni. È infatti convinto che tale cronologia rappresenti la chiave del suo intero edificio biografico, di cui rivendica l’assoluta necessità anche in base alla constatazione che Mahler non datò quasi mai la propria corrispondenza. «Mi ha molto ispirato una massima che mio padre usava dirmi quand’ero bambino, e che divenne per me una regola di comportamento: “Quando nel venire al mondo si ha ricevuto troppo, si hanno più doveri che diritti”.

Per molto tempo mi sono sentito in colpa per non aver dovuto lottare per guadagnarmi la vita, e per giustificare una tale fortuna ho voluto dedicare tutte le mie forze e il mio tempo a una “causa”. Questo modo di operare mi ha difeso dal rischio del dilettantismo che poteva minacciare una natura come la mia, fortemente attratta da una gamma molto eterogenea di interessi.

Ancor prima di scoprire Mahler, mi hanno sempre affascinato gli individui coraggiosi, audaci e proiettati verso il superamento dei limiti imposti loro dall’epoca in cui vivevano e dal loro specifi co linguaggio espressivo. Amo i creatori che scelgono di rischiare e di sorprendere con l’arte dell’inatteso. Mahler mi attirava, oltre che per le sue ambiguità, per i suoi contrasti tra sublime e grottesco, dolore e ironia – ironia che a volte pervadeva anche certi passaggi trionfali. Inoltre ero sedotto dalla sua peculiare capacità di creare immagini, in grado di formarsi e disfarsi senza sosta grazie al suo metodo della variazione continua, molto ben individuato da Adorno: una serie di varianti grazie alle quali, secondo me, Mahler ha portato l’infi nito all’interno della musica».

È importante notare che, pur essendo uno dei massimi biografi di tutti i tempi, de La Grange non ha mai voluto “spiegare” la musica di Mahler attraverso la sua vita. Sulla base di quanto aveva appreso da Nadia Boulanger, è infatti persuaso che la creazione musicale sia un mistero sfuggente all’analisi. Ma allo stesso tempo: «[...] sono arrivato presto alla convinzione che, nel caso di Mahler, l’uomo e l’opera sono inseparabili; lo stesso compositore lo ha riconosciuto dichiarando: “La mia musica è sempre vita vissuta”. Sia l’uomo sia l’artista mi sono apparsi esemplari: Mahler non mi ha mai deluso. Per questo so che, fi nché sarà in vita, non lo lascerò mai. Io credo che la principale grandezza di Mahler, in quanto uomo, fosse il suo atteggiamento sacerdotale, votato totalmente al servizio della musica. E io, all’età di vent’anni, ho sposato il medesimo culto.

Riconosco di aver amato, rispettato e ammirato l’uomo dopo aver cominciato a conoscerlo. In compenso non ho mai voluto difenderlo a priori e a scapito della verità. Tutto quello che, nella sua personalità o nel suo comportamento, può apparire criticabile, tutto ciò che gli è stato rimproverato in vita o dopo la morte, si trova all’interno dei miei libri. Ho sempre voluto che il mio ritratto fosse il più completo, somigliante e umano possibile. Sono partito per una crociata sia contro gli interpreti che ignorano le esplicite volontà di Mahler, sia contro le deformazioni della realtà compiute dai posteri, per esempio dimostrando l’infondatezza delle leggende riguardanti il “cattivo stato di salute” del compositore o il carattere “morboso” della sua personalità e della sua musica. Mi sono battuto contro quella prospettiva ingiusta e falsante, e purtroppo assai diffusa, che ha voluto vedere le sue ultime sinfonie come le opere di un moribondo. Ho sempre condotto con ardore la mia battaglia in nome della verità». Mahler è stato descritto spesso come un uomo afflitto da nevrosi, termine definito dall’Oxford Dictionary “una malattia mentale che causa la depressione”. «Ma io mi chiedo come sarebbe stato possibile, per un uomo sofferente di nevrosi, portare avanti per ben dieci anni un lavoro complesso e impegnativo come quello della direzione dell’Opera di Vienna, in mezzo a tutti i confl itti e gli intrighi che alimentano la routine quotidiana di un grande teatro, per non parlare di un’opera di corte come quella viennese.

Mahler fu invece un solido uomo di azione, che non aveva certo il tempo di tuffarsi, nel mezzo di una stagione operistica, nel cosiddetto Weltschmerz, il “dolore universale” segnalato dal romanticismo. Soltanto quando componeva, durante le vacanze estive, lasciava che penetrasse nella sua coscienza quel sentimento di “sofferta umanità” che avrebbe ispirato parte della sua musica più grande (certo non tutta). Lo psicoanalista austriaco Erwin Ringel pensava che la forza di Mahler derivasse dalla sua capacità di essere sempre future conscious (consapevole del futuro). E pur avendo un’eccezionale “coscienza della morte”, acquisita in gioventù, quando perse fratelli e sorelle, non smise mai di fare progetti per l’avvenire».

Quando si domanda a de La Grange se s’identifichi con Mahler dopo tanti anni di convivenza, di solito risponde così: «Non sono ebreo né boemo né austriaco, e soprattutto non sono un genio. D’altra parte so di essermi in qualche modo identificato con Mahler, nel senso che, realizzando in modo tanto approfondito uno studio sulla sua vita e sul suo lavoro, ho provato il dolore delle sue ferite, ho condiviso le sue battaglie, ho odiato i suoi nemici e amato i suoi difensori e amici. È una fortuna che io sia stato estraneo al suo milieu, alla sua terra e alle sue radici razziali. Senza questa distanza, sono certo che in molti avrebbero denunciato la parzialità del mio impegno verso un “fratello di razza”!

Spesso mi sono sentito dire che ho contributo enormemente a far conoscere e apprezzare Mahler. Ma se lancio una sguardo retrospettivo alla mia vita, mi rendo conto di quanto io abbia ricevuto da lui e di quanto egli mi abbia arricchito».

Il cammino di un genio feroce e mite
Gustav Mahler, l’uomo e l’artista. Intervista a Riccardo Chailly a cura di Sergio Bestente

Il mio primo incontro con l’universo mahleriano risale ai primi anni ’60: ero un ragazzino, e mio padre mi aveva portato all’Auditorium del Foro Italico, lasciandomi per un paio d’ore da solo in platea. Ascoltai una prova di quella che solo poi scoprirò essere la Prima Sinfonia di Mahler, diretta da un giovanissimo Zubin Metha. Ricordo quell’ascolto come fosse ieri; presto ho voluto studiarlo, comprare le partiture, ascoltare tutte le esecuzioni che potevo, dal vivo e registrate». Parlare di Gustav Mahler in Italia oggi vuol dire inevitabilmente parlare anche di Riccardo Chailly, interprete fra i più apprezzati al mondo delle opere del compositore boemo, dal 2005 direttore dell’Opera e della prestigiosa Orchestra del Gewandhaus di Lipsia, dopo più di dieci anni passati al Royal Concertgebouw di Amsterdam. In occasione dell’attesissima pubblicazione di Gustav Mahler. La vita, le opere di Henry-Louis de La Grange, il Maestro Chailly ha accettato di raccontare a Leggìo il suo rapporto con un compositore diffi cile e amatissimo: «È stato un infi nito percorso di avvicinamento, proseguito negli anni di studio al conservatorio di Milano.

Erano anche gli anni dei primi passi della musica di Mahler in Italia: Claudio Abbado aveva voluto un “ciclo Mahler” alla Scala, ed ebbi la possibilità di assistere alle prove di grandi ospiti come Sir John Barbirolli, grandissimo mahleriano, o Leonard Bernstein con un’indimenticabile Nona, o lo stesso Abbado con una Seconda e una Sesta che ricordo ancora benissimo».

 

E LA SUA PRIMA ESPERIENZA MAHLERIANA SUL PODIO?
«Nei primi anni ’80, con l’Orchestra della Radio di Berlino [RSO]: ho cominciato con il capitolo conclusivo, cioè la Decima Sinfonia, che diressi nel completamento di Deryck Cooke. Forse fu un atto di giovanile incoscienza, ma è una sinfonia che riprendo regolarmente, e ogni volta mi convinco di più della qualità del completamento, condotto a partire dalla “particella” originale di Mahler [la partitura ridotta]. Lentamente, ho poi affrontato tutte le altre sinfonie, prima a Berlino e a Milano, negli anni in cui dirigevo l’Orchestra della RAI, e poi al Concertgebouw; infi ne, a partire dal ’95, a Lipsia, dove a maggio dell’anno scorso abbiamo organizzato un grande festival per ricordare il biennio in cui Mahler fu secondo Kapellmeister dell’Opera, invitato dal grande Arthur Nikish – che fu tra l’altro, con l’orchestra del Gewandhaus, uno dei primi interpreti di Mahler. La tradizione a Lipsia proseguì con un altro grandissimo mahleriano, Bruno Walter, primo esecutore del Canto della terra».

 

SONO DAVVERO COSÌ DIFFICILI, PER UN DIRETTORE D’ORCHESTRA, LE SINFONIE DI MAHLER?
«Fin da ragazzo ho ascoltato, come parte della collezione di mio padre, la storica Quarta incisa da Mengelberg ad Amsterdam nel 1939, e fu per me la prima esperienza di ascolto di qualcuno che era direttamente collegato alla grande tradizione mahleriana: un grandissimo interprete, capace di rappresentare compiutamente il pensiero tardoromantico e tutti i suoi eccessi. Quella del Concertgebouw è un’orchestra che ha una straordinaria dimestichezza con il linguaggio di Mahler, iniziata dal compositore stesso; ma a parte questa eccezione, ricordo bene che quando, al principio degli anni ’80, dirigevo come ospite le grandi orchestre europee, sentivo chiaramente la loro fatica a contatto con questo linguaggio. È stato un percorso lungo e faticoso, e se il problema tecnico oggi è in parte risolto, Mahler rimane un autore ostile alla facilità, che non si risolve solo con la frequentazione. Anzi, in fondo ogni volta che una sinfonia di Mahler torna sul leggio, la diffi coltà della sua realizzazione pratica si ripropone intatta».

 

DIFFICOLTÀ TECNICA, MA ANCHE INTERPRETATIVA.
«Senza dubbio. Ciò che un po’ mi spaventa dell’attuale successo planetario di Mahler – al quale sono orgoglioso di avere anche in minima parte contribuito – sono le esecuzioni un po’ “alla moda”, basate sull’effetto, senza focalizzarsi sul cuore di questa musica. Oggi ci sono eccellenti interpreti, ma questa musica richiede un lavoro profondo sullo stile e sui signifi cati: ho passato intere giornate nella biblioteca di Den Haag a studiare le partiture di Mahler annotate da Mengelberg sulle indicazioni del compositore. Certo, tutto questo studio sarebbe rimasto una gabbia, se non avessi a un certo punto trovato la forza di superarlo attraverso la mia personale visione interpretativa. Mahler detestava la “musica a programma”: nei primi anni era stato spinto a spiegare per iscritto la genesi e il signifi cato dei movimenti delle proprie sinfonie, ma presto impose la cancellazione di queste note di presentazione. Voleva che la musica parlasse da sola, che l’emozione scaturisse spontaneamente dall’ascolto. È una cosa molto importante, perché ancora oggi questa è la strada maestra, anche se la conoscenza è assolutamente vitale, e per questo sono felice che sia stata portata in Italia l’opera di un grande studioso come Henry- Louis de La Grange.

 

LEI L’HA CONOSCIUTO PERSONALMENTE?
Certo. Ho incontrato per la prima volta de La Grange nel 1989, allo Châtelet di Parigi, dopo un’esecuzione della Sesta con il Concertgebouw. Ricordo ancora l’incontro folgorante, nel mio camerino, con questo grande musicologo che già allora, per la sua autorevolezza, era considerato il biografo per eccellenza di Gustav Mahler. L’ho ritrovato nel 1995 ad Amsterdam e nel maggio scorso a Lipsia, dove abbiamo voluto celebrare Mahler e il suo rapporto con la città eseguendo tutte e dieci le sinfonie con le migliori orchestre del mondo. Io dirigevo la monumentale Ottava, e Henry-Louis venne ad abbracciarmi dopo il concerto dicendo che in quella esecuzione aveva identifi cato i suoi ideali interpretativi di quell’opera gigantesca, indefi nibile e quasi indecifrabile. Per me è stato un commento indimenticabile.

 

PERCHÉ MAHLER IN VITA FU ADORATO DAL PUBBLICO E ODIATO DALLA CRITICA?
Era un linguaggio troppo nuovo per la sua epoca, qualcosa di assolutamente inaudito. Credo che fosse inevitabile questa grande frattura tra le qualità di Mahler interprete, riconosciute mondialmente, e le qualità, discutibilissime, del suo talento di compositore – a volte del provocatore, a volte persino del “neodilettante”: si pensi a quella famosa lettera, feroce, di Toscanini dopo la lettura della partitura della Quinta. La violenza della novità del suo linguaggio ha richiesto un lento processo di acquisizione, anche da parte dei professionisti.

 

SPESSO SI TENDE A DIMENTICARE IL MAHLER UOMO DI TEATRO…
Eppure l’opera sinfonica di Mahler è un continuo gioco di specchi con le sue esperienze direttoriali e teatrali. Per esempio, Mahler confi dò alla sua amica Natalie Bauer-Lechner che per il quarto movimento della Quarta, aveva imparato molto dal Falstaff di Verdi. Era sempre sibillino in queste affermazioni. Dato che Falstaff è un’opera che ho diretto molto, mi sono preso il tempo di studiare la cosa e ho scoperto che nel Terzo atto, nella scena delle fate, si ritrovano idee timbriche e persino melodiche che Mahler fece sue: amava molto Verdi, diresse Falstaff più volte, e rimase folgorato dal mondo sonoro e dal colore verdiano.

 

UN UOMO DALLE PASSIONI FORTI, NON SEMPRE AMATO DAI MUSICISTI…
Si sa, per esempio, che l’orchestra di Lipsia più volte manifestò al sindaco che forse questo uomo, per quanto eccellente musicista, dovesse essere allontanato dall’incarico. In prova era acribico, aggressivo, esigente fi no alla nevrosi, tanto da ritrovarsi coinvolto in confl itti umani e professionali feroci con i musicisti dell’orchestra. La stessa cosa si riproporrà anche a Vienna. È noto anche il suo scontro violentissimo con l’Orchestra di Santa Cecilia, che culminò nel ritiro della sua sinfonia e nella cancellazione di un concerto. Questa fu la dicotomia che lo accompagnò tutta la vita: quella di un uomo anche dolce e affettuoso nella vita privata, un uomo appassionato e tormentato, ma con un carattere veramente impossibile nel momento in cui saliva sul podio e cominciava a fare musica.

In questo brano tratto dal capitolo “Budapest. La Prima Sinfonia”, de La Grange racconta l’arrivo di Mahler nella capitale magiara e la ricezione della prima grande composizione sinfonica del compositore.

La stampa ungherese annuncia che Mahler dirigerà presto, alla Filarmonica di Budapest, la prima rappresentazione di un Poema sinfonico di cui è autore. Il 13 novembre la capitale ungherese ha già ascoltato tre dei suoi Lieder, i due Leander-Lieder e un Wunderhorn-Lied (Scheiden und Meiden).

Una settimana più tardi, il 19, in presenza di Fritz Löhr e di Otto, Mahler dirige una prova generale al termine della quale scrive alla Società Filarmonica: “Non ascolterò mai la mia opera eseguita così perfettamente”. Lo stesso giorno, il “Pester Lloyd” pubblica un lungo articolo di Kornél Ábrányi figlio, che senza alcun dubbio ha intervistato Mahler ed espone qui fedelmente le concezioni del compositore sulla musica “a programma”. Secondo lui, il Poema sinfonico potrebbe intitolarsi “Vita”, perché illustra l’esistenza di un individuo “che vede, sente e prova, di un individuo “che la giovinezza ha colmato di tutte le meraviglie della terra”, un individuo al quale “i primi soffi dell’autunno riprenderanno senza pietà tutto ciò che ha prima ricevuto”.

La descrizione che segue, dalle “nuvole rosa della giovinezza” alla rassegnazione dell’uomo, è probabilmente la trascrizione fedele delle parole di Mahler, che si sforza qui di consegnare ai suoi ascoltatori il primo dei “programmi” esplicativi della Prima Sinfonia.

Mercoledì 20 novembre, un pubblico molto numeroso si è riunito nella grande Vigadó (Redoutensaal) del Palazzo comunale. Se la “prima parte” del lavoro è accolta piuttosto bene, la Marcia funebre e il Finale precipitano l’uditorio nello stupore e perfi no nell’indignazione: timidi applausi e fi schi energici concludono questo concerto di cui la stampa ungherese riferirà in termini poco lusinghieri. Solo August Beer redige un lungo articolo, allo stesso tempo intelligente e obiettivo, in cui accoglie con favore il virtuosismo orchestrale di Mahler, il suo senso del colore, la sua abilità nell’arte di mescolare i timbri, tuttavia critica le “crude sonorità” scelte dal compositore, i suoi “effetti timbrici” esagerati e le sue “rudezze”, che non sono altro, dice, che peccati di gioventù.

Se il lavoro possiede tratti di evidente bellezza, è tuttavia privo di una “idea poetica fondamentale” che gli avrebbe conferito un’unità, cosa che il programma, che Beer ritiene sia stato deciso a posteriori, non riesce a fare. Da parte sua Herzfeld, del “Neues Pester Journal”, malgrado sia uno dei più cari amici di Mahler, condanna senza appello un’opera che, “a parte qualche bizzarria melodica, armonica e strumentale, non si eleva mai, nei suoi momenti migliori, al di sopra del livello più mediocre”. “Armonia di una semplicità scioccante”, “baccano assordante di dissonanze atroci”, “mostruosa assenza di gusto”: queste espressioni costellano un articolo la cui violenza, benché eccezionale, traduce il sentire comune a Budapest. Del resto, altri giornali meno importanti, tra cui la “Nemzet” o l’”Hírlap”, sono anch’essi molto critici.

La totale incomprensione della stampa e del pubblico ungheresi si può spiegare con l’ignoranza, a Budapest, dei lavori che fungono da transizione fra i primi romantici e Mahler, vale a dire Berlioz, i poemi sinfonici di Liszt e le ultime opere di Wagner. L’anno seguente, toccherà a Strauss ricevere un’accoglienza altrettanto glaciale con un poema sinfonico, tuttavia molto innocente, “Aus Italien”. Fatto sta che Mahler si ricorderà più avanti di come a Pest i suoi amici lo “evitavano con terrore” e di aver “errato [per la città] come un malato o un bandito”.