26 ottobre 2015

In Indocina con Norman Lewis

dragone

Un capolavoro della letteratura di viaggio di tutti i tempi. La descrizione del tramonto dell’Indocina e la fine del mondo coloniale in pagine di indimenticabile intensità.

Non esito a definire Norman Lewis uno dei più grandi scrittori, non di un particolare decennio, ma del nostro secolo - Graham Greene

Nel gennaio del 1950 Norman Lewis parte alla volta di Saigon per documentare il crollo del dominio coloniale francese in Indocina e quello che percepisce come il tramonto di un intero mondo di costumi, tradizioni e usanze.

Con l’eleganza e la sottile ironia che spingeranno Graham Greene a definirlo uno dei più grandi scrittori del Novecento, Lewis descrive i suoi incontri con personaggi dal fascino irripetibile: signori della guerra appassionati di fiori, il comandante delle truppe francesi che si abbandona all’oppio in una elegante fumeria di Phnom Pehn, l’ultimo imperatore del Vietnam, Bao Dai, a cui ci si presentava strisciando, o il re di Cambogia Sihanouk.

Quello che descrive è un mondo in cui “c’era una maniera giusta per fare ogni cosa, un protocollo garbato ma convincente, pieno di sottili allusioni e di sfumature nei gesti e nelle parole che sfuggivano al barbaro straniero”: un mondo che era già alla fine, e al quale l’intervento americano nel Vietnam darà il definitivo colpo di grazia.

Il dragone apparente per numerosi critici è non solo un esempio di magistrale eleganza letteraria, ma uno dei migliori libri di viaggio mai scritti. La sensazione di essere il testimone di un momento fatale della storia permea ogni pagina e rende irripetibile ogni descrizione. Norman Lewis non si fa intimidire da questo senso di fatalità, e compone quello che può essere considerato il suo vero capolavoro.

 

Un dragone apparente

Viaggi in Cambogia, Laos e Vietnam

Un dragone apparente
  • AutoreNorman Lewis
  • Collana La Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-5922-523-2
  • Pagine 392
  • Data uscita 05-11-2015
  • Prezzo 22.00€
  • Disponibilità Disponibile

Norman Lewis aveva il dono di intuire dove le cose importanti della storia stavano per accadere, e di farsi trovare lì per testimoniarle. Nel 1949 questo luogo era l’Indocina, e in Un dragone apparente, da molti considerato il più bel libro dedicato alla regione mai scritto e uno dei capolavori della letteratura di viaggio, Lewis racconta in maniera magistrale una civiltà sull’orlo del baratro, stretta fra l’imminente crollo del colonialismo e le tensioni che porteranno alla devastante guerra del Vietnam.

Con uno stile inimitabile, leggermente ironico ma per nulla distaccato, Lewis restituisce al lettore una Saigon in cui la Francia coloniale si intrecciava con l’antichissima cultura orientale, in un equilibrio precario quanto affascinante. Si addentra poi nella foresta pluviale per documentare le popolazioni indigene sopravvissute all’abbraccio ambiguo dell'Occidente: i moï, i meo, i rhadé, i thai neri e i loro sconosciuti villaggi, le longhouse di vita in comune e le città nascoste. E ancora: Cholon, Vientiane, Luang Prabang, Phnom Penh e le rovine di Angkor Vat. Incontra imperatori e schiavi, brutali proprietari di piantagioni e sensibili ufficiali francesi, persino il papa del caodaismo, il culto che annovera fra i santi Victor Hugo. Su tutto incombe l’ombra lunga del Viet-Minh, invisibile e minaccioso come la tigre nella foresta, combattente per l’indipendenza mentre l’œuvre civilisatrice della Francia prende a sfumare nella tragedia di un mondo al tramonto.

vietnam

Nel 1949 un sipario sollevato per la prima volta poco più di cinquant’anni prima in Cina veniva di nuovo calato per un cambiamento di scena. Gli impiegati negli uffici delle compagnie aeree e di navigazione di tutto il mondo si videro arrivare pile di dépliant con l’ordine di timbrare la parola ‘sospeso’ sui nomi di luoghi come Shanghai, Canton, Kunming. In seguito avrebbero usato il timbro ‘cessazione del servizio’.

Se aveste voluto andare in Cina era troppo tardi. Vi sareste dovuti accontentare di leggere dei libri ed era tutto quello che della vecchia impenitente Cina avreste potuto conoscere. In quel momento i tecnici di sala erano indaffarati nel cambio di scena, e il lavoro avrebbe preso un mucchio di tempo. Quando il sipario si sarebbe di nuovo alzato avrebbe mostrato uno spettacolo irriconoscibile sia per un vecchio esperto di cose cinesi sia per Marco Polo. E venuto questo giorno, avreste avuto la sensazione che i viaggiatori curiosi si trovassero confinati dentro visite confezionate dallo stato, ad ammirare le meraviglie della ricostruzione – la fenice di cemento.

Adesso che la Cina era entrata nel fuoco della trasformazione, sembrava che l’esperienza di un viaggio in Estremo Oriente, per chi teneva a farla, non potesse più essere rinviata con tanta tranquillità. Che cosa restava ancora? Quale sarebbe stato il prossimo paese a intraprendere il processo di cambiamento che dilagava così rapidamente in tutta l’Asia? E quale paese vedere prima che abbandonasse la sua forma attuale? Pensai che la risposta fosse l’Indocina, resa ancor più interessante perché, al confronto con gli altri paesi dell’Estremo Oriente, su di essa era stato scritto molto poco. A metà gennaio del 1950, per non correre il rischio di ulteriori ritardi, mi imbarcai a Parigi su un volo Air France diretto a Saigon.

La mattina del quarto giorno la luce dell’alba si stendeva sui nostri volti mentre l’aereo scendeva attraversando i cieli della Cocincina. I passeggeri, irrequieti ai loro posti, non erano né svegli né addormentati, mentre il sorriso addestrato della hostess dava l’impressione di essere un po’ tirato. Riducendo i giri dei motori, l’aeroplano scendeva di quota da altezze ben oltre quelle alpine in una planata senza tremori, accomodandosi nell’aria nuova, mattutina, delle pianure come una libellula sulla superficie di un calmo specchio d’acqua.

Quando i primi raggi di sole penetrarono attraverso la foschia magenta che copriva l’orizzonte, il disegno in bianco dell’album aperto sotto di noi ricevette una mano di verde. Adesso vi erano tracciate linee con mano leggera. Una matita che disegnava gialle le strade e azzurri i canali. Un colonnello della Legione Straniera si era svegliato inquieto, lottando con muscoli facciali intorpiditi e ancora immobili per riguadagnare l’espressione rilassata di cameratismo, propria di un uomo dedito al servizio della violenza. Cominciò a interessarsi a qualcosa che vedeva in basso, svegliò un amico, sfregarono il finestrino e si misero a scrutare giù. Stavamo sorvolando una strada che sembrava avere stranamente delle tacche a intervalli regolari.

Le “torri di difesa” mormorò il colonnello sorridendo con un garbato apprezzamento. Alcuni minuti ed ecco un altro momento di interesse mentre passavamo sopra quella scacchiera diafana di campi e fossi. Giù nell’abisso, irreali nella loro lontananza, si vedevano alcune capanne addossate l’una all’altra dove si incrociavano le linee di quelle strade disegnate col righello. Dalle capanne saliva arricciandosi verso di noi uno sbuffo d’incenso. Per essere visto così bene da questa altezza doveva essere un’enorme fluttuante nuvola di fumo. Dei puntini erano disposti in cerchio nei campi gialli intorno al villaggio. “Une opération” commentò il colonnello, e mentre parlava sembrava che in qualche modo fosse psichicamente collegato con quello che accadeva là sotto.

L’autorità rifluiva in quella figura stanca per il viaggio; pervaso di questa essenza sacerdotale egli dominava sul resto dei passeggeri. Sotto i nostri occhi violenza veniva fatta, ma ne eravamo staccati quasi come dalla storia. Come il tempo, anche lo spazio anestetizza l’immaginazione. Come si poteva capire, un bombardiere è un bell’aiuto se si deve uccidere senza rimorsi. Era un’introduzione altamente simbolica al Sud-est asiatico.

Il dragone apparente, Norman Lewis © EDT 2015

Traduzione dall’inglese di Marco Sartori