26 settembre 2016

Quel paesaggio lontano

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Dalla penna di un grande scrittore e viaggiatore, suggestive pagine di viaggio per buona parte inedite in italiano.

Autore di enorme successo per tutti gli anni Venti e Trenta, romanziere celebrato in tutto il mondo, poeta, critico, giornalista, librettista, intellettuale cosmopolita e raffinatissimo, Stefan Zweig non smise mai di viaggiare, lungo l’intero corso della sua vita. Prima per piacere e per il suo lavoro giornalistico e letterario, poi, con il crollo della civiltà europea e l’avvento del nazismo, in una fuga senza pace che lo portò a spostare la propria residenza dapprima a Londra, poi negli Stati Uniti, quindi sempre più a Sud, fino al Brasile, dove infine si toglierà la vita insieme alla sua seconda moglie.

Quel paesaggio lontano, che prende il titolo da una poesia del 1924, raccoglie le pagine più belle dedicate al viaggio da Zweig tra il 1902 e il 1940, in larghissima parte inedite in italiano: racconti brevi, corrispondenze per i giornali con cui collaborava, poesie, pagine piene d’atmosfera. Dai viaggi in Provenza e in Italia, alle peregrinazioni europee, alla Londra fra le due guerre, fino a un toccante ricordo della Vienna asburgica, scritto a poca distanza dal suo capolavoro estremo, Il mondo di ieri. Un libro pieno di intelligenza ed entusiasmo, di delicatezza e di struggente nostalgia per un mondo scomparso.

Stefan Zweig (Vienna 1881 – Petrópolis 1942) è uno dei più importanti e apprezzati scrittori europei del Novecento. Fra le sue opere più note, Il mondo di ieri (1941), al tempo stesso autobiografia e testamento spirituale, i racconti Bruciante segreto (1911), Lettera di una sconosciuta (1922), La novella degli scacchi (1941), le “miniature storiche” Momenti fatali (1927) e le biografie di personaggi storici come Balzac (1920), Dostoevskij (1920), Maria Antonietta (1931).

Quel paesaggio lontano

Pagine di viaggio e di libertà

Quel paesaggio lontano
  • AutoreStefan Zweig
  • Collana La Piccola Biblioteca di Ulisse | Varia
  • ISBN 978-88-5922-601-7
  • Pagine 280
  • Data uscita 29-09-2016
  • Prezzo 14.90€ 12.67€
  • Disponibilità Disponibile

Il bisogno di viaggiare, la ricerca di quello straniamento, di quel momentaneo uscire da sé che il soggiorno in una camera d’albergo sconosciuta o la visione di un paesaggio inaspettato possono causare, fu una delle vere costanti della vita di Stefan Zweig. Già a partire dal 1902, prima della laurea in filosofia e della pubblicazione dei primi racconti, un ventunenne Zweig invia le sue cronache di viaggio a un giornale illustrato di Stoccarda: negli anni a venire continuerà a descrivere e documentare per quotidiani, riviste o piccoli libretti i suoi viaggi in paesi anche remoti come gli Stati Uniti, l’India o la Russia.

Rampollo di una famiglia viennese agiata e cosmopolita, scrittore di grande eleganza e torrenziale facilità, pacifista convinto e incrollabilmente fiducioso nell’appartenenza alla grande patria europea, Zweig continuerà infatti a viaggiare senza sosta fino ai suoi ultimi giorni, dapprima per diletto e formazione, via via per esigenza artistica e nevrotica, infine sospinto dai venti della storia. Diventa nel frattempo uno scrittore di inaudito successo per l’epoca, maestro riconosciuto della forma breve, della novella, della biografia letteraria e della cronaca di mondo.

Le sue pagine di viaggio si rivelano così il luogo migliore per osservare il lento maturare di una scrittura che da fiammeggiante e salottiera si fa gradualmente più asciutta, venandosi di inquietudine e, col tempo, di un’angoscia e di una amara nostalgia per la catastrofe a cui il suo “mondo di ieri” era andato furiosamente incontro.

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In questo estratto dalla Prefazione di Gabriella Rovagnati emerge il particolare e personalissimo approccio esistenziale e letterario che per lunghi anni portò Stefan Zweig a tenere sempre acceso il desiderio di scoprire il mondo e raccontarlo. Nella convinzione, per citare le sue parole, che “Il viaggio deve essere sperpero, rinuncia all’ordine per il caso, al quotidiano per lo straordinario.”

L’esperienza del viaggio accompagnò Zweig fin dalla prima infanzia, poiché proveniva da una famiglia abbiente e cosmopolita (sua madre era nata e cresciuta ad Ancona), che non solo si recava in vacanza in esclusivi luoghi di villeggiatura, ma – nella miglior tradizione della buona borghesia – concepiva il viaggio anche come momento fondamentale di formazione.

Infatti, dopo la maturità Zweig ebbe in regalo dalla famiglia un lungo soggiorno a Parigi, luogo a cui rimase particolarmente legato per il resto della vita. “La città dell’eterna giovinezza”, come poi definì la capitale francese nelle sue memorie, continuò ad affascinarlo anche quando da romantica calamita per artisti e flâneur si trasformò in una convulsa metropoli tentacolare. Lo dimostra qui il brano che mette in contrasto la frenesia chiassosa della Parigi degli anni ’20 con la solitaria, imponente ieraticità della Cattedrale di Chartres, due luoghi non molto lontani l’uno dall’altro da un punto di vista geografico, ma spiritualmente e storicamente distantissimi. Della predilezione di Zweig per la Francia fra i paesi europei rendono ragione diversi altri pezzi di questo volume. Questa sua preferenza si spiega anche con il fatto che Zweig conosceva molto bene il francese, si era laureato all’Università di Vienna nel 1904 con una tesi su Hyppolite Taine e, anche da traduttore, si era dedicato soprattutto alla versione di poeti francesi o francofoni, come Verlaine e Rimbaud o il belga Émile Verhaeren.

Ma di là delle sue conoscenze linguistiche, Zweig faceva parte di quella cerchia di fortunati benestanti che fin dall’inizio del Novecento poterono permettersi viaggi anche oltre i confini dell’Europa: in India, nel Nord d’Africa e in America. Il suo bisogno di viaggiare, tuttavia, non era suscitato soltanto dal desiderio di conoscere paesi e genti sempre nuovi e diversi, ma anche dalla profonda inquietudine che caratterizzò l’intera vita di questo scrittore, sempre attratto da quanto esulava dalla cosiddetta normalità. Zweig sentiva la necessità di lasciare di tanto in tanto il proprio focolare domestico, di allontanarsi dal suo ambiente familiare, dal suo Heim, per sperimentare altrove l’inusuale, per affrontare una realtà un-heim-lich, ossia per dirla con Freud (di cui lo scrittore era incondizionato ammiratore), sempre in qualche misura ‘perturbante’. Non a caso molti dei racconti di Zweig – che negli anni ’20 e ’30 diventò un maestro di questo genere letterario breve, acclamato a livello mondiale – si svolgono in un hotel, luogo ‘altro’, dove si spezza la catena dell’abitudinarietà e dove anche i personaggi fittizi scoprono inimmaginate dimensioni della propria personalità. E così capita che a Cadenabbia sul Lago di Como un’insospettabile signore attempato si metta a scrivere lettere anonime a una ragazzina facendola innamorare (Novelletta estiva), o che una vedova dai costumi ineccepibili finisca per avere un’avventura di una notte con un giocatore d’azzardo a Monte Carlo (Ventiquattr’ore nella vita di una donna).

Non meraviglia affatto che nell’opera di Zweig gli alberghi ritornino con tanta assiduità, perché la loro frequentazione era parte integrante della vita dello scrittore. Alcuni di questi hotel finirono anzi col diventare per lui veri e propri punti di riferimento, come si deduce anche dal Necrologio per un hotel, presente in questa antologia, dedicato allo Schwert di Zurigo che nel 1918 venne chiuso per avere una diversa destinazione d’uso.

Dalla Prefazione di Gabriella Rovagnati © EDT 2016

 

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Come in un meraviglioso e attentissimo zoom fotografico, in questo capitolo dedicato ad Arles lo sguardo di Stefan Zweig ci porta alla scoperta di Arles. Un luogo quasi insignificante al primo approccio, ma che sotto la lente di ingrandimento dell’autore diventa una Wunderkammer, una camera della meraviglie abitate da poeti come Mistral o Dante, grandi re come Carlo V, e da donne bellissime.

In realtà Arles è una vera città provinciale, piccola, impervia, con stradine strette e in salita, di una pulizia non proprio eccessiva: una di quelle cose che viste dal vagone del treno sembrano assai graziose – un giocattolo in lontananza, variopinto e piacevole –, ma che poi da vicino perdono tutto il loro fascino. Anche da un punto di vista economico la città è poco importante: la si voleva tagliar fuori già allora, quando si costruì la rete ferroviaria attraverso la Provenza, ma un certo numero di poeti francesi ci si mise di mezzo e ottenne il collegamento, per contribuire a dar valore agli enormi tesori storici riuniti in questa piccola città. E Frédéric Mistral, il noto poeta cui si deve la riscoperta della poesia provenzale, citato spesso da che è stato insignito del Premio Nobel, ha fondato qui a sue spese un museo nazionale, il Museon Arlaten, che in certo senso dovrà diventare un centro di ricerca sulla cultura provenzale.

L’attrattività maggiore di questa cittadina è stata tuttavia suscitata dai poeti che hanno cantato le lodi delle loro donne: Mistral, Daudet e il compositore Bizet hanno rivelato al mondo la grazia delle arlesiane. E non meno di un tempo, all’epoca della sua fioritura come Arelate, oggi Arles è nota per questo aspetto in tutto il mondo.

Come ho detto: viuzze strette e sporche. Ma all’improvviso si apre un’ampia piazza, e un edificio enorme incatena lo sguardo. L’anfiteatro romano, quasi il più grande della Gallia di un tempo e che aveva posto per trentamila spettatori, si materializza con il suo anello possente, con la ricchezza delle sue facciate e l’esuberante decorazione dei suoi ornamenti. La città intera di Arles – come mostra un’incisione medievale – un tempo lo aveva accolto nella sua cerchia di mura, tanto grandiose erano allora le sue dimensioni; solo nel 1825, per amore dell’effetto artistico, si cominciò ad abbattere le casupole che erano state in gran parte edificate con le antiche pietre del teatro e a ricostruire il vecchio edificio (proprio come nella vicina Orange si è trasformato il teatro antico in un’arena moderna). Esso serve sì ancor oggi alla sua antica destinazione – nelle domeniche d’estate vi hanno luogo regolarmente tauromachie –, ma queste feste sono soltanto un misero surrogato della magnificenza che un tempo si sfoggiava qui nella cavea, almeno a giudicare dal fasto della costruzione.

Arles infatti, nel II secolo, sotto l’imperatore Costantino – di cui è pure la città natale – e sotto i suoi successori, era stata uno dei centri principali dell’Impero romano che comprendeva l’Europa intera. Contemporaneamente però, come sede arcivescovile, la città era anche stata uno dei punti nevralgici della chiesa cattolica, che a sua volta le ha lasciato in eredità monumenti preziosi. Solo a partire dalle grandi migrazioni ebbe inizio la sua decadenza, fugacemente interrotta da brevi periodi di fioritura come attraverso l’incoronazione di Carlo V, che si faceva chiamare ‘re di Arles’. Lentamente cadde in dimenticanza, e solo la parola dei poeti ha riportato in auge, se non la città stessa, almeno il suo nome.

Dell’epoca florida del periodo romano è rimasto ancora soprattutto il teatro, di cui purtroppo si sono conservati soltanto pochi resti. I suoi tesori più preziosi sono stati asportati, in particolare la famosa Venere di Arles, che nel 1683 fu offerta in dono a Luigi XIV e oggi costituisce una delle più belle sculture del Louvre. Alcuni singoli reperti sono riuniti nel Musée Lapidaire, che però può offrire in pratica godimento soltanto ad archeologi di professione.

Non meno significativi sono tuttavia i doni elargiti alla città dai pontificati del xiii e xiv secolo. In onore di san Trofimo, un missionario greco che, stando alla leggenda, fu inviato qui da Pietro stesso a convertire i galli al cristianesimo, furono costruiti una chiesa e un monastero di eccelso valore artistico. Anche qui si dipana in maniera variopinta la leggenda, stando alla quale al posto di questa chiesa ce n’era stata in precedenza un’altra, costruita dallo stesso san Trofimo, la prima chiesa dedicata alla Madre di Dio, edificata quando costei era ancora in vita. È una delle più belle cattedrali romaniche della Provenza, stupenda soprattutto grazie al portale, paragonabile per il lavoro architettonico soltanto alla chiesa di Saint-Gilles. Una piccola serie di gradini sale poi al monastero, che con i suoi freddi corridoi a volta e l’ampia testa a colonnato suscita un’impressione di enorme deferenza.

Il luogo che però fece di Arles un tempo uno dei posti più famosi al mondo sono gli Alyscamps, i Campi Elisi, che una volta erano la necropoli dell’intera cristianità. Originariamente san Trofimo fu sepolto lì, e ben presto si diffuse la leggenda dei molti miracoli e segnali che quella terra consacrata operava. A quanto si diceva, il solo contatto con essa proteggeva il defunto da qualsiasi influsso diabolico: e così ben presto in tutto l’Occidente cristiano fu sentito come un dovere devozionale quello di procurare a ogni caro estinto un posto negli Alyscamps.

Bastava lasciar scivolare lungo il Rodano la bara senza accompagnamento, con acclusa solo la debita somma di denaro perché essa fosse recapitata alla sua pia destinazione. Principi, duchi, vescovi e ricchi uomini d’affari si fecero seppellire qui, migliaia erano le tombe; Dante menziona questa necropoli nella Divina Commedia, e lo stesso fa Ariosto. Solo quando il corpo miracoloso di san Trofimo fu trasferito a Marsiglia quel cimitero perse tutta la sua importanza. Oggi non se ne è conservato che uno stretto corridoio fra alti salici, affiancato a destra e a sinistra da sepolcri in pietra: i sarcofaghi più preziosi, soprattutto quelli dei principi, furono venduti dagli arlesiani nel xvii secolo in cambio di grosse somme; un paio di navi, fatte caricare di feretri da Carlo IX, affondarono nel Rodano, il resto di quei sarcofaghi preziosi si trova a Roma al Museo Barberini. È rimasta soltanto la piccola cappella insignificante. [...]

Stefan Zweig, Quel paesaggio lontano © EDT 2016