9 ottobre 2013

Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz

Storie poco standard

Le storie di dodici grandi canzoni entrate a far parte dei cosiddetti “standard”: il patrimonio melodico e armonico comune ai jazzisti di tutto il mondo. In libreria dal 3 ottobre 2013.

Il nuovo titolo della collana Risonanze, Storie poco standard. Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e il jazz di Luca Bragalini, mostra come il jazz abbia saputo essere onnivoro e quanto tortuose e sorprendenti siano le strade che portano una melodia a diventare un classico. Tutto questo con una leggerezza che fa dimenticare la ricchezza dei contenuti e dei rimandi storici.

 

Per introdurre alla lettura, proponiamo un estratto della Prefazione di Paolo Fresu.

Gli standard sono, più di qualsiasi altra opera, espressioni di creatività in perenne movimento come quel Novecento che rappresentano, eppure resistono ai repentini cambiamenti della società mutando pelle. Scavare in alcuni, ricostruendone la Storia, è dunque non solo un’operazione ardua ma offre l’opportunità di leggere la storia da una diversa angolazione, ponendo così la canzone in un luogo altro, ancora da esplorare.

Per questo, nonostante il proliferare di testi e di saggi sul jazz, la nuova opera editoriale di Luca Bragalini assume un significato importante occupando uno spazio vuoto. Attraverso dodici brani il racconto del Novecento si fa avvincente ed emozionante, come fossero dodici film o altrettanti quadri.

L’autore vi scava all’interno grazie a un’indagine accurata e, con l’ausilio di una scrupolosa lente critica, è in grado di ingrandire ogni singola nota o parola ricollocandola nel contesto storico e sociale dell’America a cavallo tra le due guerre mondiali. E se è vero che ogni grande canzone si rivolge a tutti in modo indistinto, anche questo testo può essere letto non solo dai musicisti e dagli amanti del jazz, ma anche da coloro che apprezzano la musica e l’universale racconto che questa veicola.

Si narra di un grande sassofonista che, nel bel mezzo di un assolo, smise improvvisamente di suonare. Gli chiesero cosa fosse successo. «Ho dimenticato le parole della canzone » rispose. «Come fai a emozionarti e a emozionare se non conosci la storia che racconti?». Storie poco standard è anch’esso un racconto fatto di suoni e parole. Di lunghi assolo e di gustosi aneddoti. Ricco di particolari e di storie appassionanti che ne fanno un toccante omaggio alla grande musica popolare. Grande musica dalla quale, ancora oggi, attingiamo tutti a piene mani.

 

Luca Bragalini su Odeon TV

Intervista all’autore di Storie poco standard - 15 ottobre 2013

Storie poco standard

Le avventure di 12 grandi canzoni tra Broadway e jazz

Storie poco standard
  • AutoreLuca Bragalini
  • Collana Musica | Risonanze
  • ISBN 978-88-5920-383-4
  • Pagine 224
  • Data uscita 10-10-2013
  • Prezzo 12.50€
  • Disponibilità Disponibile

America, primi decenni del Novecento. Mentre a New York una nuova generazione di compositori nutre l’industria del musical di raffinate melodie, il jazz lancia i suoi primi vagiti a New Orleans. Mancando di un proprio repertorio, questo nuovo genere si indebita nei confronti di Broadway e i due mondi finiscono per attraversare a braccetto gran parte del Novecento. Col passare degli anni le attenzioni del jazz si concentrano su un più o meno ristretto repertorio di canzoni: nasce il concetto di “standard”. Detta così può sembrare una vicenda lineare, ma quella che Luca Bragalini ci racconta è tutta un’altra storia. Seguendo le avventurose traversie di dodici meravigliose canzoni, dalla culla fino ai giorni nostri, si scoprirà che nulla è scontato nel mondo del jazz.

Si attraverseranno vicende che coinvolgono tanto George Bernard Shaw quanto Janis Joplin, Walt Disney come Jacques Prévert, i giganti del jazz e le star del pop, timidi parolieri e smargiassi produttori di Hollywood, song che sono diventate inni nazionali e musical che hanno dato il nome a grandi catene d’alberghi. Una tredicesima storia, la malinconica favola di una superba e fragilissima canzone che standard non divenne mai, più suggerimenti d’ascolto e un piccolo glossario completano un libro veramente poco standard, che nasconde sotto un velo di ironia scoperte sorprendenti e spesso inedite, che fa rifl ettere e diverte, a rotta di collo sulle strade tortuose del successo e della creatività.

Luca Bragalini | foto Pino Ninfa

Luca Bragalini | foto Pino Ninfa

Un gustoso medley in cui si alternano testi scritti ad hoc ed interpretazioni epocali selezionate per accompagnare la lettura di Storie poco standard.

Luca Bragalini, musicologo e docente di Storia e analisi del jazz al Conservatorio de L’Aquila, ci introduce alla fruizione delle storie che compongono il suo libro, dedicate alle 12 canzoni entrate nello standard del jazz, ma anche a una superba e fragilissima song esclusa. Si parte con un omaggio alla Official State Song della Georgia e si approda alla “canzone del secolo” del Mago di Oz; ma è solo un inzio: nei prossimi giorni arricchiremo questo jazzeggiante mix di parole e suoni con altri testi e altri ascolti.

 

BONUS TRACK “Nothing to Lose”: AAA Nicola Pisano cercasi
Qui ci occuperemo di una magnifica canzone intitolata “Nothing to Lose”; song che non è diventata uno standard. Di questo mancato encomio tenteremo di rintracciare le ragioni: magari il musical o il film dove è stata inserita non ebbero successo… o l’interprete non è stato abbastanza incisivo o sufficientemente famoso… o forse il testo era troppo debole… o la song è stata composta oltre la fine degli anni Sessanta (deadline che nessuno standard ha varcato)… o il compositore era lontano dal jazz… o non godeva del favore del pubblico… o forse è scivolato proprio su questa canzone… In marcia quindi, sulle tracce del bizzoso Fato.

 

“Autumn Leaves o del Guinness mancato”
In bilico tra Europa dell’Est e Francia, tra Parigi e New York, tra il balletto e il cinema d’autore di Marcel Carné, tra i versi di Jacques Prévert e le lyrics di Johnny Mercer. E’ la storia di “Les feuilles mortes”. che nel suo snodarsi ha raccolto sulla strada una strampalata combriccola composta da un poeta francese (Prévert), da un compositore ungherese (Kosma), da un chansonnier di origini italiane (Montand), da un paroliere statunitense del vecchio Sud (Mercer) e da un cantante afroamericano dell’Alabama (Cole) e da una copiosa messe di musicisti di jazz. Questa è il loro racconto, questa è la vicenda di “Autumn Leaves”.

 

“Ev’ry Time We Say Goodbye o del debito fiammingo”
Cole Porter scrisse una dozzina di motivi per Seven Lively Arts e seguì tutte le prove recandosi in teatro sorretto da due bastoni (un incidente a cavallo di qualche anno prima gli sarebbe costato trentasette operazioni alla gamba destra, sino all’amputazione nel 1958). Le song che a fatica compose erano nondimeno tutte trascurabili; tutte tranne una, che fu la meno considerata; anzi Dolores Gray, che avrebbe dovuto interpretarla, trovò addirittura insignificante quella semplice melodia caparbiamente incaponita su poche note. Si trattava di splendida perla opaca, si trattava di “Ev’ry Time We Say Goodbye”.

 

“How Long Has This Been Going On o della stipula del contratto”
Lei è una commessa in una libreria; lui un affermato fotografo di moda che dopo averle messo a soqquadro il negozio ribaltandolo in un set per i suoi scatti, azzarda un bacio. Lei è anche una ventisettenne di impareggiabile avvenenza (Audrey Hepburn); lui uno smilzo dalla calvizie incipiente prossimo ai sessanta (Fred Astaire). L’effusione del maturo mingherlino avrebbe potuto far cadere innamorata quella dea solo in un musical; e siccome è lì che i due si trovano, non solo la giovane si prenderà una cotta ma si servirà anche di una song dei fratelli Gershwin per descriverne gli effetti, cantando “How Long Has This Been Going On”…

 

“Georgia on My Mind o dello stato dei ricordi”
Chi varca i confini della Georgia è salutato da «We’re Glad Georgia’s on Your Mind». Che gli amministratori dello Stato abbiano scelto di parafrasare un verso di “Georgia on My Mind” per ricavarne un cartello stradale non deve suscitare stupore, dal momento che il 24 aprile del 1979 proprio l’Assemblea Generale della Georgia decretò la song ‘canzone ufficiale dello Stato’. Ciò avvenne a seguito di un concerto di Ray Charles. Quando Brother Ray conobbe “Georgia”, questa aveva già compiuto i trent’anni. Era nata assai lontano da quello Stato che l’avrebbe eletta a inno… On the road quindi, ci aspetteranno 80 anni di storia americana in sella ad una canzone!

 

“Nature Boy o dell’hippie in sinagoga” 
Una eccentrica figura di santone raggiunge Nat King Cole in camerino e gli consegna un manoscritto: è una canzone dal testo assai bizzarro, lontano da Broadway; anche la musica meditabonda e melanconica, è estranea a quel mondo. Cole comunque la esegue dal vivo. Il pubblico ne è sedotto. Pochi mesi, dopo nel 1947, la registra con il titolo di “Nature Boy”… inizia allora una gimcana di omaggi tra jazz e pop che ha condotto la song sino a L’intrepido di Amelio. Mettiamoci in viaggio, il pellegrinaggio ci porterà dai proto hippie della California degli anni ’40 fino ai musical post moderni di Baz Luhrmann.

 

“Over the Rainbow
o dell’adeguata destinazione”

Ultimo scorcio dell’Ottocento, Stati Uniti. Un omone ben piantato, baffoni e riga in mezzo, fa di tutto per campare, ma fallisce ogni volta. Poi scrive un libro per bambini: Il mago di Oz. Sarà il più venduto dell’anno 1900 e uno dei capolavori della letteratura per l’infanzia. Quattro decenni dopo la MGM compra i diritti e ne fa un musical: uno dei più alti del genere; la musica poi è squisita e sul set convince tutti, fatta eccezione per una canzone, quella che Dorothy (Judy Garland) intona nel cortile della sua grigia fattoria del Kansas, una song che a contrasto racconta di un arcobaleno. Solo alla fine viene salvata, ma senza convinzione. “Over the Rainbow”, avrebbe vinto l’Oscar, sarebbe passata alla storia come «la più bella canzone del secolo». Uno standard jazz, ma non solo…

 

“Liza o del minstrel rovesciato”
La storia di “Liza (All the Clouds’ll Roll Away)”, song che i maestri della tastiera d’avorio, da Art Tatum a Chick Corea, hanno elevato a pagina pianistica di raffinitissimo virtuosismo. Per tutti questi jazzisti “Liza” era infatti sofisticata, elegante, chic. Ma la sua estrazione, per la verità, non era affatto aristocratica; il suo testo mezzo sgrammaticato e capace di abbozzare solo semplici sentimenti nella cornice dello stagionato Sud, ci condurrà infatti a scoprire uno sconcertante segreto…  

 

 

“I’ve Grown Accustomed to Her Face
o del Pigmalione dissimulato”

…Lerner & Loewe trovarono stimolante la proposta di trasformare Il Pygmalion di Shaw in un musical, ma dall’altro mostrarono il medesimo scetticismo che aveva fatto gettare la spugna alle più illustri firme di Broadway: Rodgers & Hammerstein, Dietz & Schwartz, Cole Porter, non avevano infatti trovato la via per portare sul palco un dramma che non avrebbe offerto la possibilità di scrivere love song. Come può il misogino e burbero professor Higgins intonare una canzone d’amore? Il paroliere Alan Jay Lerner, osservando la moglie portare il vassoio del tè, ebbe l’illuminazione…

 

“White Christmas
o del trionfo della contraddizione”

Ciak. Parte il playback di “White Christmas” e Bing Crosby attacca. Tutto sembra funzionare senza intoppi, a conferma che mai decisione fu più sensata di quella di allontanare Irving Berlin e la sua contagiosa ansia dal set. Tuttavia, mentre i rulli di pellicola vorticano, al direttore musicale cade l’occhio sullo sfondo, alcuni oggetti che paiono essere stati spostati. Fa il giro da dietro le quinte e vi trova nascosto un uomo accovacciato. Non avrebbe potuto essere diversamente: Berlin non avrebbe mai lasciato quel set! Quel film era una sua idea ma soprattutto erano più di trent’anni che il songwriter cercava di scrivere la canzone definitiva sul Natale…

 

Over the Rainbow, scritta da Harold Arlen su testo di E.Y. Harburg, è una delle canzoni più famose del mondo, per molti la più bella di sempre. Eppure rischiò di essere scartata dalla produzione de Il Mago di Oz, il film del 1939 che l’avrebbe resa immortale nell’interpretazione di Judy Garland. Una delle storie poco standard di Luca Bragalini, che si intitola proprio “Over the Rainbow o dell’adeguata destinazione” è ispirata a quel sottile snodo che, nella lavorazione del film, segnò il destino del brano.

Durante la tribolata lavorazione del film, nel reparto musica filò via tutto liscio, senza intoppi. Gli unici problemi li creò una canzone che pareva non convincesse nessuno, al punto che quasi tutti erano dell’idea di cassarla. Arlen ne era dispiaciuto. Il compositore aveva sudato sette camicie per quella song («Avevo scritto tutte le canzoni tranne quella per Judy in Kansas. Era diventata una ossessione»), gli pareva persino che da quella impasse fosse uscito solo per intervento divino («È come se il Buon Dio mi avesse detto: eccola, smetti di preoccuparti, ora!»). Col petto gonfio, Arlen si reca da Harburg sventolando la sofferta creazione, una melodia che la Musa gli aveva dettato la sera prima direttamente per strada (il compositore si stava recando al cinema proprio per distogliere i pensieri da quell’angoscioso stallo creativo). Eppure persino il suo lyricist ebbe di che eccepire.

Il paroliere dapprima la esamina con circospezione. Poi aggrottando le sopracciglia: «Questa melodia la potrebbe cantare Nelson Eddy, non una ragazzina di undici anni del Kansas! ». Insomma per il lyricist si trattava «più di un audace tema sinfonico che di una filastrocca infantile». E questo per Harburg era un bel problema. Egli, come Hammerstein, detestava le «stop-plot songs» (come con spregio le aveva definite), ossia le canzoni svincolate dalla trama e incoerenti con la psicologia del personaggio. Al contrario il lyricist era intenzionato a scrivere «scene e non semplici canzoni», e aveva realizzato il suo proposito con tutte le song de Il mago di Oz: quest’ultima invenzione di Arlen non doveva fare eccezione. Tuttavia Harburg è conscio di avere per le mani una canzone senza eguali e allora si precipita a chiedere il parere di un suo vecchio compagno di scuola, il quale sui testi delle song ne sapeva una più del diavolo dal momento che si chiamava Ira Gershwin. L’autore di “But not For Me” suggerisce di salvare quella canzone a ogni costo; secondo lui una semplificazione dell’armonia e i versi adatti sarebbero stati sufficienti ad avvicinarla al personaggio del plot.

Harburg dunque si mette al lavoro per trovare le parole che la giovane protagonista della storia avrebbe potuto cantare.

Le prime due pagine del libro di Baum immergono la piccola Dorothy in uno scenario di completa desolazione; sconsolato panorama magistralmente restituito da uno squallore mono-cromatico che avvolge luoghi e persone. Il termine ‘gray’ drammaticamente reiterato senza mai un sinonimo (che ne avrebbe indebolito l’effetto), non ci lascia dubbi: tutto, lì intorno è grigio. Grigia è la prateria del Kansas, grigia la terra arata, grigio il sole, grigia la casa, grigio il cielo, grigi gli occhi e le labbra della zia Em, grigio lo zio Henry.

Non a caso la prima parte del film sarà virata seppia (destinando lo sfavillante technicolor per l’ingresso di Dorothy nei luoghi fiabeschi).

Proprio interrogando le pagine di Baum, Harburg ha l’illuminazione: gli unici colori che Dorothy avrebbe potuto vedere in quel brullo scorcio sarebbero stati quelli dell’arcobaleno. E scegliendo con cura le parole che una bimba avrebbe potuto cantare per esprimere le suggestioni di quell’incanto, il paroliere scrive “Over the Rainbow”. [...]

 

spaziatore

Il team è rappacificato: la musica e il testo di “Over the Rainbow” hanno trovato la loro collocazione nel plot di The Wizard of Oz, uno dei primi musical integrated nella storia del genere (quasi un lustro prima di Oklahoma, considerato il capostipite).

Ma i guai per la song non sono ancora finiti.

Alcuni della produzione sono convinti che la canzone rallenti il racconto; altri ancora adducono strampalate giustificazioni come quella che ritiene «disdicevole per una star della MGM esibirsi nel cortile di una fattoria!». Freed allora fa la voce grossa e, con insospettabile autorevolezza per un produttore al suo primo incarico, salva la canzone.

“Over the Rainbow” avrebbe vinto l’Oscar, sarebbe passata alla storia come uno dei più gloriosi evergreen di sempre («la più bella canzone del secolo» secondo la Recording Industry Association of America) e dagli anni Settanta sarebbe diventata l’inno della comunità gay americana, non a caso contraddistinta da una bandiera arcobaleno. L’elezione di Judy Garland a icona di quel movimento, i cui sostenitori erano chiamati «friend of Dorothy», non lascia dubbi su quale versione della canzone era stata designata.

Nel mentre il jazz aveva proclamato “Over the Rainbow” uno standard, l’unico tra le canzoni scritte per The Wizard of Oz, e lo aveva fatto senza la necessità di alcun distacco storico: il disco di Judy Garland è dell’ottobre del 1938 e già l’anno seguente si hanno cinque letture jazzistiche, quelle delle orchestre di Larry Clinton, Glenn Miller, Artie Shaw, Bob Crosby e quella per piano solo di Art Tatum. Quest’ultimo sarebbe ritornato sul discorso più volte ma questa prima prova, tra musica contemporanea (si ascolti l’introduzione) e jazz (la riarmonizzazione dell’inciso), rimarrà insuperata.

Sulla scorta di Tatum molti campioni degli ottantotto tasti avrebbero riverito “Over the Rainbow: Bud Powell (1951), Erroll Garner (1955), André Previn (1960), Earl Hines (1974), Mary Lou Williams (1978), Keith Jarrett (1995) ed Enrico Pieranunzi (1996), tra i tanti. Alcune di queste interpretazioni sono virtuosistiche, altre più intime e meditative. A questa seconda categoria appartiene quella delicatissima di Previn.

… Continua!

Dal racconto “Over the rainbow o dell’adeguata destinazione”

da Storie poco standard di Luca Bragalini

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