Terra ribelle, terra contesa

Viaggio nel ventre oscuro della Turchia. Estratto da Terra ribelle.

Era la prima volta che mi inerpicavo verso l’elevato altopiano che divide la pianura di Mus dalla ben più piccola valle, un po’ più a nord, alla quale avrei dedicato gran parte dei successivi tre anni della mia vita.

Il fianco della montagna era coperto di rocce e fili d’erba aguzzi su cui le greggi procedevano con cautela. Superammo baracche con spesse pareti fatte di massi e pietrisco. Dai tetti di terra, sorretti da tronchi di pioppo, spuntavano ciuffi d’erba verde. All’inizio le scambiai per delle stalle o dei recinti coperti. Poi vidi del fumo levarsi e mescolarsi alla foschia e al vapore emanato dall’erba, e capii che erano abitazioni, o almeno lo erano in parte. Più tardi avrei appreso che quelle case spesso celavano falsi muri interni e una stanza segreta per nascondere il bestiame durante le visite dell’ispettore delle tasse. A quel punto il pullman non poteva più proseguire a causa del fango e dovemmo scendere.

Gli armeni si riversarono fuori tutti contenti con ai piedi i loro scarponcini professionali da escursione e avanzarono nel fango tra risucchi e schiocchi. C’era un bufalo all’ingresso del villaggio, formato sempre dalle stesse baracche costruite su terrazzi aff acciati sulla pianura. Gli abitanti del villaggio uscirono a vedere, le donne dalle case e i bambini dalla semplice e solida scuola, unico edificio governativo presente. Le donne si tenevano sul ciglio della strada, con foulard sciolti, cardigan e cascanti pantaloni fantasia, un bambino in braccio sul fianco e una ruvida mano alzata per ripararsi dalla luce fioca del sole orizzontale. I bambini osservavano con aria sorniona, alcuni indossavano una sudicia divisa scolastica celeste, altri restavano attaccati alle proprie madri. Gli uomini erano pressoché assenti. Sentendosi ricchi e autorizzati, gli armeni li avvicinarono con cortesia. Dissero: Merhaba, il tradizionale saluto turco. I curdi risposero: Merhaba, e i bambini gridarono più volte: Merhaba!

Entrammo nel villaggio e gli armeni indicarono delle pietre, con iscrizioni in armeno, che erano state inglobate alle pareti delle abitazioni. In alcuni casi le pietre erano state rovesciate e la nostra guida dovette quasi mettersi a testa in giù per riuscire a leggere quello che c’era scritto. Dopo un po’ giungemmo alla prominente base di un muro in mattoni la cui sommità si era sgretolata, e dove adesso si trovava una catasta di legna. Girammo intorno al muro per raggiungere la parte retrostante, quella concava, che si trovava più in alto, e capii che un tempo era stata un’abside. Gli armeni si radunarono sul terreno rialzato rivolti verso il punto in cui doveva essere sorto l’altare, e l’uomo anziano che ci aveva raccontato del ponte di Kevork cominciò a recitare preghiere e inni imbeccando gli altri. Intorno agli armeni c’erano gli abitanti del villaggio curdo, che osservavano incuriositi, ma non come se quello fosse il primo gruppo di turisti armeni che vedevano. E poi, intorno a loro, a formare l’ultimo cerchio, si erano radunati gli otto soldati turchi con i fucili per vedere cosa stesse accadendo vicino alla catasta di legna.

Fino al 1915, lì si trovava il monastero armeno di Surb Karapet, o di San Giovanni Battista: era stato fondato verso l’inizio del IV secolo da san Gregorio Illuminatore, il sacerdote della Cappadocia che aveva portato il cristianesimo in Armenia. Secondo una tradizione, il monastero di Surb Karapet era stato il primo, la ‘chiesa madre’ dell’Armenia. Custodiva importanti reliquie, come alcune ossa appartenenti al Battista, e la biblioteca conteneva testi che erano stati tradotti e trascritti dal celebre Mesrop Mashtots, un asceta che aveva ideato l’alfabeto armeno e tradotto un enorme corpus di opere letterarie cristiane.

Il Surb Karapet che vide Lynch non faceva parte di un villaggio, ma si ergeva solitario, come una fortezza, il profilo spoglio abbellito dalle cupole di un campanile e di due cappelle. Ovunque, sotto i suoi piedi, Lynch trovò lapidi, tombe di principi e guerrieri “di cui leggiamo nelle pagine degli storici armeni”. Ma ormai, alla fine del XIX secolo, Surb Karapet giaceva evirato, incatenato. Le tribù curde avevano depredato le sue ricchezze. Edifici nuovi, progettati per ospitare una stamperia, erano rimasti vuoti per ordine del governo. Dei dodici monaci che formavano il magro organico del monastero, sei erano assenti, “uno era confinato in una prigione turca”.

Ora c’è una catasta di legna. Il grande monastero di Surb Karapet, il risultato di quindici secoli di lavoro, di ampliamenti, modifiche e restauri, è stato ridotto in macerie. Pietra nera, levigata dai secoli, incorporata nella base di una capanna; una reliquia rubata e venduta, forse a un armeno a migliaia di chilometri di distanza; un libro stracciato; una cotta data a una donna e usata per rattoppare ginocchia e gomiti consumati. E i principi e i guerrieri? Che ne è stato di loro nel 1915, dopo che il monastero fu sgombrato e i monaci furono mandati a morte e in esilio, e i poverissimi curdi vi si insediarono per rendere ufficiale la distruzione? Sono ancora lì, sotto i nostri piedi, mentre gli armeni cantano e i soldati stanno a guardare?

Alcuni ricchi occidentali stanno celebrando una cerimonia davanti a un rudere, circondati da un gruppo molto più numeroso di persone povere, musulmani – e, ancora più lontano, da soldati armati di fucile. Ci sono tre cerchi differenti in questa scena, eppure c’è qualcosa nell’espressione, o nell’atteggiamento stoico e possessivo di questa gente che è comune a tutti.

Questa terra è mia, afferma il soldato turco, politicamente mia. Sono io che comando.

Questa terra è mia, afferma la donna del villaggio curdo, che ha il marito a marcire in prigione per aver combattuto contro lo Stato turco, e che occupa questa terra nel vero senso della parola, perché ci vive.

Questa terra è mia, afferma il pellegrino al centro, e il fatto che mi sia preso la briga di venire fin qui con il mio passaporto americano, per mettermi a recitare preghiere nella mia lingua madre – questo dovrebbe rendere ovvio che non ne cedo a nessuno la proprietà morale.

E poi ci sono io, l’estraneo e il ficcanaso che si mostra devoto in mezzo agli armeni in modo che il sergente turco non chieda chi sono.

Tutti possiamo avere una proprietà. Lo dichiari in un atto, lo fai timbrare da un notaio ed è tua. Poi il mercato sale o scende, oppure ti servono soldi, così vendi la proprietà a qualcun altro. Ma la proprietà, come la intendo io qui, a Surb Karapet, nella parte più orientale della Turchia, non è tanto un termine legale quanto un sentimento. Non è semplicemente il diritto di sfruttare. È anche la responsabilità di costruire, di piantare, di riparare, di fare la guardia. Il possedere innesca sentimenti primitivi. Quando tre uomini dichiarano di possedere lo stesso pezzo di terra, come quello su cui mi trovo io ora, si ottengono tre cerchi, e i cerchi tendono a restringersi.