Tre fasi del pensiero wagneriano

Dall’Introduzione di Maurizio Giani proponiamo questo ampio estratto dedicato all’evoluzione del pensiero wagneriano e alla genesi stessa del volume “Scritti teorici e polemici”.

Gli scritti qui raccolti apparvero originariamente in volumi separati nel corso degli anni Ottanta, a cura di Francesco Gallia; costituirono allora un capitolo di rilievo nella storia, disordinata e frammentaria, delle traduzioni italiane delle Gesammelte Schriften wagneriane. Oltre a rendere finalmente accessibile al nostro pubblico, a più di centotrent’anni dalla prima edizione, quel documento autobiografico di capitale importanza che è Una comunicazione ai miei amici, Gallia ripropose Del dirigere e una organica scelta dell’ultima produzione saggistica di Richard Wagner: testi già noti in Italia, ma dispersi in antologie vecchie di decenni, e non sempre ben tradotti. Esauriti da tempo, era doveroso ripubblicarli; ma dalla riunione è nata una silloge singolarmente coerente, e per vari motivi.

Anzitutto, nel loro insieme essi documentano tre epoche decisive nell’evoluzione del pensiero di Wagner: la fase rivoluzionaria, intorno al 1850; le riflessioni sulla prassi esecutiva, sulla finalità dell’opera e sulla nozione di Musikdrama redatte tra la fine del 1869 e il 1872, allorché nasceva l’“ideale di Bayreuth” e l’impresa, grazie al sostegno del re di Baviera, prendeva concreto avvio; infine le tarde considerazioni riassuntive sulla drammaturgia musicale pubblicate nel 1879 sul periodico «Bayreuther Blätter», tre anni dopo la storica inaugurazione dei Festspiele, mentre ferveva il lavoro alla partitura del Parsifal.

Vi è poi la sovrana vis polemica dell’autore, presente qui come non mai: quel suo “scrivere parlando” per chiarire giustificarsi colpire, che alterna passione contagiosa ad attacchi velenosi o peggio meschini: nei confronti di Johannes Brahms, eletto dal partito antiwagneriano a suo rivale, Wagner sentirà persino il bisogno di rispolverare i postulati della mitologia dialettica della storia delineata negli scritti rivoluzionari di metà secolo, insaporendola con qualche spruzzo di antisemitismo. Ma in non poche altre pagine, per fortuna, i suoi eroici furori salgono a vette letterariamente eccelse, il cui valore non sfuggì a un lettore patologicamente ostile allo scriver male come Nietzsche.

Infine, dalla coabitazione di questi saggi in un unico tomo guadagna maggiore evidenza un ulteriore fattore unificante, che come un sottile fil rouge li attraversa tutti, pur nel variare delle tematiche e dei contesti: si tratta dell’insistenza con cui Wagner torna sul momento performativo, sulla realizzazione concreta dell’“opera d’arte dell’avvenire”, legata a doppio filo all’aspetto “sensualistico”, realistico-materiale, della sua estetica. Per Wagner il dramma musicale vive esclusivamente nel momento dell’attualizzazione; il postulato della compenetrazione organica delle arti – quel che va sotto il nome di Gesamtkunstwerk, la famigerata “opera d’arte totale”, o peggio, trattandosi di espressione non coniata da lui, di Wort-Ton-Drama – deve essere portato ad effetto in ogni minima sfumatura, anche negli aspetti più periferici della messinscena.

Da questo punto di vista il lungo saggio sulla direzione d’orchestra, che si occupa in modo pressoché esclusivo dell’interpretazione di brani strumentali, soprattutto beethoveniani, e parrebbe dunque estraneo al problema del rapporto tra musica e teatro, può essere letto qui in una chiave che gli conferisce un significato tutto particolare: infatti proprio la teoria del melos che Wagner vi espone, con l’intento di delucidare il contenuto poetico della moderna musica sinfonica e i mezzi atti a restituirlo in modo adeguato, si collega direttamente al nesso fondativo tra gesto musicale e gesto scenico teorizzato in Opera e dramma, un nesso dalla cui corretta interpretazione dipendono le sorti stesse dello spettacolo drammatico-musicale nel suo insieme.

Maurizio Giani in Scritti teorici e polemici, Richard Wagner © EDT 2016