Un medley di letture & ascolti

Luca Bragalini | foto Pino Ninfa

Luca Bragalini | foto Pino Ninfa

Un gustoso medley in cui si alternano testi scritti ad hoc ed interpretazioni epocali selezionate per accompagnare la lettura di Storie poco standard.

Luca Bragalini, musicologo e docente di Storia e analisi del jazz al Conservatorio de L’Aquila, ci introduce alla fruizione delle storie che compongono il suo libro, dedicate alle 12 canzoni entrate nello standard del jazz, ma anche a una superba e fragilissima song esclusa. Si parte con un omaggio alla Official State Song della Georgia e si approda alla “canzone del secolo” del Mago di Oz.

 

 

“Autumn Leaves o del Guinness mancato”
In bilico tra Europa dell’Est e Francia, tra Parigi e New York, tra il balletto e il cinema d’autore di Marcel Carné, tra i versi di Jacques Prévert e le lyrics di Johnny Mercer. E’ la storia di “Les feuilles mortes”. che nel suo snodarsi ha raccolto sulla strada una strampalata combriccola composta da un poeta francese (Prévert), da un compositore ungherese (Kosma), da un chansonnier di origini italiane (Montand), da un paroliere statunitense del vecchio Sud (Mercer) e da un cantante afroamericano dell’Alabama (Cole) e da una copiosa messe di musicisti di jazz. Questa è il loro racconto, questa è la vicenda di “Autumn Leaves”.

 

“Ev’ry Time We Say Goodbye o del debito fiammingo”
Cole Porter scrisse una dozzina di motivi per Seven Lively Arts e seguì tutte le prove recandosi in teatro sorretto da due bastoni (un incidente a cavallo di qualche anno prima gli sarebbe costato trentasette operazioni alla gamba destra, sino all’amputazione nel 1958). Le song che a fatica compose erano nondimeno tutte trascurabili; tutte tranne una, che fu la meno considerata; anzi Dolores Gray, che avrebbe dovuto interpretarla, trovò addirittura insignificante quella semplice melodia caparbiamente incaponita su poche note. Si trattava di splendida perla opaca, si trattava di “Ev’ry Time We Say Goodbye”.

 

“Georgia on My Mind o dello stato dei ricordi”
Chi varca i confini della Georgia è salutato da «We’re Glad Georgia’s on Your Mind». Che gli amministratori dello Stato abbiano scelto di parafrasare un verso di “Georgia on My Mind” per ricavarne un cartello stradale non deve suscitare stupore, dal momento che il 24 aprile del 1979 proprio l’Assemblea Generale della Georgia decretò la song ‘canzone ufficiale dello Stato’. Ciò avvenne a seguito di un concerto di Ray Charles. Quando Brother Ray conobbe “Georgia”, questa aveva già compiuto i trent’anni. Era nata assai lontano da quello Stato che l’avrebbe eletta a inno… On the road quindi, ci aspetteranno 80 anni di storia americana in sella ad una canzone!

 

“Nature Boy o dell’hippie in sinagoga” 
Una eccentrica figura di santone raggiunge Nat King Cole in camerino e gli consegna un manoscritto: è una canzone dal testo assai bizzarro, lontano da Broadway; anche la musica meditabonda e melanconica, è estranea a quel mondo. Cole comunque la esegue dal vivo. Il pubblico ne è sedotto. Pochi mesi, dopo nel 1947, la registra con il titolo di “Nature Boy”… inizia allora una gimcana di omaggi tra jazz e pop che ha condotto la song sino a L’intrepido di Amelio. Mettiamoci in viaggio, il pellegrinaggio ci porterà dai proto hippie della California degli anni ’40 fino ai musical post moderni di Baz Luhrmann.

 
“Over the Rainbow
o dell’adeguata destinazione”

Ultimo scorcio dell’Ottocento, Stati Uniti. Un omone ben piantato, baffoni e riga in mezzo, fa di tutto per campare, ma fallisce ogni volta. Poi scrive un libro per bambini: Il mago di Oz. Sarà il più venduto dell’anno 1900 e uno dei capolavori della letteratura per l’infanzia. Quattro decenni dopo la MGM compra i diritti e ne fa un musical: uno dei più alti del genere; la musica poi è squisita e sul set convince tutti, fatta eccezione per una canzone, quella che Dorothy (Judy Garland) intona nel cortile della sua grigia fattoria del Kansas, una song che a contrasto racconta di un arcobaleno. Solo alla fine viene salvata, ma senza convinzione. “Over the Rainbow”, avrebbe vinto l’Oscar, sarebbe passata alla storia come «la più bella canzone del secolo». Uno standard jazz, ma non solo…

 

“I’ve Grown Accustomed to Her Face
o del Pigmalione dissimulato”

…Lerner & Loewe trovarono stimolante la proposta di trasformare Il Pygmalion di Shaw in un musical, ma dall’altro mostrarono il medesimo scetticismo che aveva fatto gettare la spugna alle più illustri firme di Broadway: Rodgers & Hammerstein, Dietz & Schwartz, Cole Porter, non avevano infatti trovato la via per portare sul palco un dramma che non avrebbe offerto la possibilità di scrivere love song. Come può il misogino e burbero professor Higgins intonare una canzone d’amore? Il paroliere Alan Jay Lerner, osservando la moglie portare il vassoio del tè, ebbe l’illuminazione…

 

“White Christmas
o del trionfo della contraddizione”

Ciak. Parte il playback di “White Christmas” e Bing Crosby attacca. Tutto sembra funzionare senza intoppi, a conferma che mai decisione fu più sensata di quella di allontanare Irving Berlin e la sua contagiosa ansia dal set. Tuttavia, mentre i rulli di pellicola vorticano, al direttore musicale cade l’occhio sullo sfondo, alcuni oggetti che paiono essere stati spostati. Fa il giro da dietro le quinte e vi trova nascosto un uomo accovacciato. Non avrebbe potuto essere diversamente: Berlin non avrebbe mai lasciato quel set! Quel film era una sua idea ma soprattutto erano più di trent’anni che il songwriter cercava di scrivere la canzone definitiva sul Natale…