Zweig e l’ansia dell’ignoto

In questo estratto dalla Prefazione di Gabriella Rovagnati emerge il particolare e personalissimo approccio esistenziale e letterario che per lunghi anni portò Stefan Zweig a tenere sempre acceso il desiderio di scoprire il mondo e raccontarlo. Nella convinzione, per citare le sue parole, che “Il viaggio deve essere sperpero, rinuncia all’ordine per il caso, al quotidiano per lo straordinario.”

L’esperienza del viaggio accompagnò Zweig fin dalla prima infanzia, poiché proveniva da una famiglia abbiente e cosmopolita (sua madre era nata e cresciuta ad Ancona), che non solo si recava in vacanza in esclusivi luoghi di villeggiatura, ma – nella miglior tradizione della buona borghesia – concepiva il viaggio anche come momento fondamentale di formazione.

Infatti, dopo la maturità Zweig ebbe in regalo dalla famiglia un lungo soggiorno a Parigi, luogo a cui rimase particolarmente legato per il resto della vita. “La città dell’eterna giovinezza”, come poi definì la capitale francese nelle sue memorie, continuò ad affascinarlo anche quando da romantica calamita per artisti e flâneur si trasformò in una convulsa metropoli tentacolare. Lo dimostra qui il brano che mette in contrasto la frenesia chiassosa della Parigi degli anni ’20 con la solitaria, imponente ieraticità della Cattedrale di Chartres, due luoghi non molto lontani l’uno dall’altro da un punto di vista geografico, ma spiritualmente e storicamente distantissimi. Della predilezione di Zweig per la Francia fra i paesi europei rendono ragione diversi altri pezzi di questo volume. Questa sua preferenza si spiega anche con il fatto che Zweig conosceva molto bene il francese, si era laureato all’Università di Vienna nel 1904 con una tesi su Hyppolite Taine e, anche da traduttore, si era dedicato soprattutto alla versione di poeti francesi o francofoni, come Verlaine e Rimbaud o il belga Émile Verhaeren.

Ma di là delle sue conoscenze linguistiche, Zweig faceva parte di quella cerchia di fortunati benestanti che fin dall’inizio del Novecento poterono permettersi viaggi anche oltre i confini dell’Europa: in India, nel Nord d’Africa e in America. Il suo bisogno di viaggiare, tuttavia, non era suscitato soltanto dal desiderio di conoscere paesi e genti sempre nuovi e diversi, ma anche dalla profonda inquietudine che caratterizzò l’intera vita di questo scrittore, sempre attratto da quanto esulava dalla cosiddetta normalità. Zweig sentiva la necessità di lasciare di tanto in tanto il proprio focolare domestico, di allontanarsi dal suo ambiente familiare, dal suo Heim, per sperimentare altrove l’inusuale, per affrontare una realtà un-heim-lich, ossia per dirla con Freud (di cui lo scrittore era incondizionato ammiratore), sempre in qualche misura ‘perturbante’. Non a caso molti dei racconti di Zweig – che negli anni ’20 e ’30 diventò un maestro di questo genere letterario breve, acclamato a livello mondiale – si svolgono in un hotel, luogo ‘altro’, dove si spezza la catena dell’abitudinarietà e dove anche i personaggi fittizi scoprono inimmaginate dimensioni della propria personalità. E così capita che a Cadenabbia sul Lago di Como un’insospettabile signore attempato si metta a scrivere lettere anonime a una ragazzina facendola innamorare (Novelletta estiva), o che una vedova dai costumi ineccepibili finisca per avere un’avventura di una notte con un giocatore d’azzardo a Monte Carlo (Ventiquattr’ore nella vita di una donna).

Non meraviglia affatto che nell’opera di Zweig gli alberghi ritornino con tanta assiduità, perché la loro frequentazione era parte integrante della vita dello scrittore. Alcuni di questi hotel finirono anzi col diventare per lui veri e propri punti di riferimento, come si deduce anche dal Necrologio per un hotel, presente in questa antologia, dedicato allo Schwert di Zurigo che nel 1918 venne chiuso per avere una diversa destinazione d’uso.

Dalla Prefazione di Gabriella Rovagnati © EDT 2016