Mescolare i colori

Il jazz è contaminazione e mescolanza di colori. Ce lo dice Stefano Zenni, in questo estratto dalle pagine iniziali di Che razza di musica.

Il complesso rapporto tra “bianchi” e “neri” ha influenzato e plasmato l’idea stessa di jazz, e condiziona le possibili narrazioni della sua storia. Secondo la vulgata, ancora oggi argomentata con forza da personaggi rilevanti come Wynton Marsalis e Nicholas Payton, le grandi innovazioni del jazz, i cambiamenti di linguaggio più profondi e durevoli, sono stati opera di musicisti africano americani. In quest’affermazione c’è una verità, ma non è completa.

Il jazz è stato creato dai musicisti africano americani: ma pensare che abbia preso forma in un vuoto culturale e sociale è quanto meno un’ingenuità. I musicisti neri statunitensi, per quanto oppressi e segregati, hanno operato in costante contatto e scambio con il mondo nel quale vivevano, e a New Orleans questi scambi erano più fitti che altrove. Il jazz ha preso gradualmente forma da un intreccio di forze e in ussi che, guidato dagli africano americani, ha coinvolto persone, comunità e culture diverse, compresi anglosassoni, francesi, ispanici, italiani, ebrei, creoli. Da quel momento, il jazz è diventato una musica di tutti. E tutti le hanno donato qualcosa, una qualche qualità che all’inizio non possedeva.

In molti momenti della storia, gli africano americani sono stati protagonisti di innovazioni fondamentali; in altri momenti idee fresche sono giunte da artisti dal colore della pelle diverso. E negli ultimi quarant’anni il jazz si è trasformato con il contributo di artisti creativi di mezzo mondo.

 

© EDT 2016, Stefano Zenni, Che razza di musica