"Scappo di casa! (ma non troppo)": Fuga in soffitta

Bambini e ragazzi

"Scappo di casa! (ma non troppo)": Fuga in soffitta

"Quando apro gli occhi, il sole è già sorto. Per un venerdì è piuttosto insolito. Mi stiracchio per allungare i muscoli. Ho mal di schiena: l'armadio è scomodo nonostante il materassino. Attraverso la parete sento papà che si agita al piano terra. Nono posso scendere finché lui è in casa".

 

Qualche giorno prima di natale, Anouk viene a sapere che anche quest'anno la madre non rientrerà dall'isola su cui lavora come climatologa e le feste trascorreranno senza di lei. Come se non bastasse, da qualche tempo la sua migliore amica sembra averle voltato le spalle, preferendo prenderla in giro di nascosto con gli altri compagni di classe. Anouk ha 14 anni, una sorella più piccola decisamente impulsiva, un padre distratto e una madre molto assente. Quel freddo giorno di dicembre le sembra di non riuscire più a sopportare la situazione: decide così di fuggire dalla famiglia, dalla scuola, da una vita in cui non si ritrova. Scappa, ma dopo aver vagato al freddo senza sapere bene dove andare le viene un'idea geniale, e si nasconde in un luogo impensabile, più vicino di quanto chiunque potrebbe immaginare. La polizia è allertata, gli amici sono coinvolti nelle ricerche, avvisi compaiono su Facebook, volantini sui muri della città, e il padre la cerca disperato, incapace di comprendere come sia potuto accadere. Anouk si gode il suo isolamento e si organizza ingegnosamente per trascorrere la fuga nel modo più confortevole possibile, ma i giorni passano e i dubbi affiorano. Dal suo nascondiglio ascolta tutto. Scopre così una sorella complice, un padre meno distratto di quanto sembrasse, amici che si preoccupano. La soluzione per uscire da una situazione che Anouk non sa più come risolvere arriverà inaspettata, illuminando di nuova luce i giorni di festa e il futuro della famiglia.

Scritto in forma di diario dettagliatissimo - non solo i giorni, anche le ore e i minuti! - con simpatia, sarcasmo e un velo di malinconia struggente, Fuga in soffitta è un romanzo appassionante e pieno d’azione, ma concentrata in uno spazio minuscolo, che si legge tutto d’un fiato per la fame di sapere come proseguirà. E anche, diciamolo sottovoce, per immedesimarsi in Anouk, che porta a termine un gesto che tutti desiderano compiere, ma per cui spesso manca il coraggio.

 

«Per la prima volta da tantissimo tempo, mi sento viva. In salotto ci sono tutte le persone che sono in pensiero per me. È emozionante, sto assistendo ai preparativi delle mie ricerche, vedo il mio identikit attraverso gli occhi degli altri. Mi conoscono meglio di quanto pensassi».

Un estratto

16.55

Il cameriere mi porta la mia ordinazione. Soffio per raffreddare la cioccolata calda e intanto rifletto.
Per ora la priorità è trovare un posto in cui dormire. Poi dovrò lasciare la città. Qui, per quanto confusa tra la folla di turisti, corro il rischio di incontrare qualche vicino, un collega di mio padre o qualcuno della scuola.
Scarabocchio il ritratto della coppia seduta davanti a me sulla tovaglietta di carta rosa chiaro. Devo risparmiare sulla carta, non so quando riuscirò a comprarne dell’altra. Strappo il pezzo su cui ho fatto il disegno e lo infilo nel blocco degli schizzi. Butto giù l’ultimo sorso di cioccolata e pago.
Stamattina ho cercato su internet l’indirizzo degli ostelli e degli alberghi meno cari della città. Spingo la porta di un ostello e chiedo se hanno un posto libero. La receptionist sgrana gli occhi: «Siamo al completo da settimane. Ci sono i mercatini di Natale».
Proseguo le mie ricerche, ma ogni volta si ripete la stessa scena. Comincio a pensare di aver commesso un errore.
Un po’ confusa, mi dirigo all’ufficio turistico per chiedere se da qualche parte c’è una stanza libera, anche fuori città. Ma il tizio è categorico: è tutto prenotato. «Non avresti dovuto aspettare l’ultimo momento. Mi spiace», dice. Si sfrega il mento, aggrotta le sopracciglia e mi guarda meglio. Strizza gli occhi come se cercasse di mettermi a fuoco, poi aggiunge: «Ma quanti anni hai?».
Rimango impietrita. Il tizio prende il telefono e mi chiede, sempre più sospettoso: «Dove sono i tuoi genitori? Perché cerchi una stanza?».
Sento che la mia libertà sta già per svanire. Raccolgo il banjo e scappo via buttando lì un «grazie, mi arrangerò». Per paura che il tizio provi a inseguirmi, mi infilo di corsa tra la folla urtando la gente che beve vin brulé. Quando mi volto, ho le vertigini e il cuore che batte all’impazzata. Non c’è traccia del tizio dell’ufficio turistico.
Manca poco alle sette. È buio da quasi due ore, ho le dita intorpidite dal freddo nonostante i guanti e non ho un posto dove andare né qualcuno che possa ospitarmi. Sono sola. Le vie si svuotano e io comincio ad avere paura. Non posso dormire all’aperto, morirei congelata prima dell’alba. Malgrado i corsi di autodifesa che ho seguito per un anno («per avere fiducia in te stessa», mi aveva detto papà: è il suo mantra), non sono per niente tranquilla all’idea di vivere per strada.
Mentre vago cercando di farmi venire in mente qualcosa, un lampo di genio che salvi il mio progetto, mi rendo conto che la mia fuga è un fallimento totale.
Non ho altra scelta: devo tornare a casa.
Risalgo sull’autobus che mi riporta indietro. Devo assolutamente arrivare prima di papà, non deve scoprire che volevo andarmene. Mi vergogno e mi sento ridicola. Quanto sono stata presuntuosa a pensare che sarebbe stato facile.