Attenti a quei quattro: una fuga da Oscar
Il ritorno di Dan Gemeinhart, dopo le peripezie di Coyote Sunrise: un vecchietto losco, due ragazzini e un gatto spelacchiato in una nuova entusiasmante avventura sulle strade d'America.
Alla casa di riposo Sunny Days abita un insolito ospite: Oscar, ha dodici anni e vive con una cinquantina di nonni tra cui il suo. È un bravo ragazzo, amato da tutti, ed è anche un vero esperto di funerali, per cui compone orazioni funebri strepitose. L’ultima è dedicata al proprietario della struttura, l’adorato Mr.Howell; il figlio che gli succede, presi in mano i conti, si trova però costretto a raddoppiare le rette. La spesa diventa insostenibile per il nonno di Oscar, un vero guaio. Ma ecco che si fa avanti il losco e sboccato Jimmy Deluca, nuovo ospite in regime di sicurezza: ha una lista di cose da fare là fuori prima di morire, e se Oscar lo aiuterà a fuggire salderà tutti i suoi conti.
Quello che Oscar non sa, però, è che non dovrà solo farlo evadere dalla Sunny Days, ma anche accompagnarlo nell’impresa. Volente o nolente, il ragazzo si trova così a bordo della macchina d’epoca del vecchietto su e giù per il New Jersey insieme a Nastasha, scoppiettante nipote di Mr.Howell, e allo spelacchiato gatto Mr.Fuffy. Tra fughe rocambolesche, scazzottate in vicoli malfamati e partite a poker clandestine, è il momento per “Oscar il perfettino” di infrangere parecchie regole…
Una fuga da Oscar contiene tutte le caratteristiche che hanno fatto amare il suo autore in mezzo mondo: profondità e leggerezza, azione e riflessione, risate, e la capacità di toccare temi scomodi o persino rudi liberati da ogni morbosità.
Aiutare Jimmy mette molto a disagio Oscar; per convincersi a farlo dovrà tenere a mente una massima speciale: a volte giusto e sbagliato si confondono, quindi tu fai la cosa buona e basta. E ognuno dei tre protagonisti darà un valore diverso a questo motto. Jimmy all’anagrafe è un anziano, ma la grinta e la determinazione, l’indole capricciosa con cui vuole fare assolutamente tutto ciò che desidera, lo rendono nei modi un bambino testone e furbetto. Natasha è l’entusiasta impulsiva che non vede l’ora di gettarsi all’avventura: si lascia attirare come una falena dal lato emozionante e trasgressivo della vicenda, riuscendo a convincere Oscar a proseguire e mostrandogli le cose da un lato nuovo. Proprio lui, il protagonista, è un divertente corto circuito: cresciuto in mezzo ai vecchietti, come loro pensa e agisce trasformando i suoi dodici anni in un dettaglio puramente anagrafico. Perfettino, ligio alle regole, appassionato di Frank Sinatra e di giochi di carte, Oscar vive “la giornata peggiore e migliore della sua vita”; per lui non c’è nulla di più gratificante dell’essere di aiuto, anche se questo confligge con le norme.
Una fuga da Oscar è un romanzo indimenticabile che si fa amare profondamente, con personaggi intensi raccontati con ironia e rispetto. Come per Oscar, sarà impossibile rinunciare a proseguire l’avventura.
Dan Gemeinhart è nato a Francoforte, in Germania. Figlio di un militare americano, ha trascorso l’infanzia spostandosi spesso, un’esperienza che ha influenzato profondamente il suo lavoro. Prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, è stato insegnante e bibliotecario, sviluppando un forte legame con il mondo dei giovani lettori. È autore di numerosi romanzi di successo per ragazzi, tradotti in diverse lingue. Con Giralangolo ha pubblicato L’imprevedibile
viaggio di Coyote Sunrise, vincitore del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2023 nella categoria 11+, e nel 2024 Coyote Sunrise e il posto perfetto. Vive con la moglie e le tre figlie nello stato di Washington.
Ho dodici anni e quel giorno ero al mio quarantanovesimo funerale.
Se pensate che dopo tanti funerali alla fine ci si abitui, avete ragione. Il punto è questo: i funerali sono un po’ come gli sformati di fagiolini. Visto uno, visti tutti. Io ne ho visti un sacco, di entrambi. E, a essere sincero, preferisco i funerali. Ma questo… Questo era diverso. Non si trattava del solito funerale. Certo, la scena era sempre la stessa: bara in bella vista, fiori che appestavano l’aria, musichetta strappalacrime diffusa dagli altoparlanti. Solo che, questa volta, sarebbe stato tutto meno facile. Inutile negarlo. Me ne stavo lì, nella sala cerimonie, e già mi sentivo salire le lacrime agli occhi.
«Datti una regolata, Oscar» mormorai tra me e me. «Niente sentimentalismi. Oggi la gente ha bisogno di te.»
La bara era davanti, come sempre. La parte superiore del coperchio era già aperta, il che, a parer mio, è la scelta più giusta per un funerale come si deve. Alcuni direttori di pompe funebri preferiscono lasciarla chiusa fino all’arrivo di tutti, per poi aprirla con un “ta-da!” da avanspettacolo; ma a me sembra troppo teatrale, come se stessero per fare un numero di magia e segare il defunto a metà. Qui, invece, era stato tutto organizzato a regola d’arte. Del resto, eravamo alle Onoranze Funebri Leonard Cavill, e Leonard Cavill sa come allestire un funerale che si rispetti. Nel New Jersey è il numero uno, se chiedete a me.
Dunque c’era la bara. E dentro, il defunto. Curioso come ti vengano affibbiati certi titoli il giorno del tuo funerale: defunto, caro estinto. In effetti, quel giorno sei una specie di star. Eppure, per me l’uomo nella bara era sempre stato solo Mr. Howell. «Chiamami Frank, figliolo» mi avrà detto un’infinità di volte. Io però lo chiamavo
sempre Mr. Howell. Per rispetto, s’intende. Mr. Cavill in persona si aggirava indaffarato: rassettava i fiori e disponeva i programmi sulle sedie. Io avevo dato una mano a portare dentro qualche sedia in più, così da avere più posti. Ci si aspettava una grande affluenza.
Mi incamminai lungo il corridoio centrale, in direzione del caro estinto, Mr. Howell.