Una fetta di torta per l'imperatrice

Saggi e narrazioni

Una fetta di torta per l'imperatrice

Estratto da Hotel Sacher

L’imperatrice arrivò in una carrozza chiusa. Persino le tende erano abbassate, mentre il cocchio veniva avanti nel Sacher-Garten. La vettura si fermò scricchiolando sulla ghiaia davanti all’ingresso; un lacchè saltò giù da cassetta e aprì la portiera. Era il 2 giugno, un bel tardo pomeriggio, le sere erano già lunghe e l’aria mite. I castagni erano in fiore, e Anna Sacher correva svelta da un tavolo all’altro per raccogliere dalle tovaglie il manto appiccicaticcio delle gemme cadute dagli alberi, mentre al tempo stesso cercava di allisciarsi il vestito e dare gli ultimi ritocchi alla sua acconciatura. Aveva fatto apparecchiare fuori e nella sala piccola, in modo da lasciare la scelta all’imperatrice.

 

Adesso era rimasta impalata come se avesse messo radici, e i camerieri dall’interno del ristorante guardavano furtivamente fuori; sembravano tutti molto tesi. Il lacchè ribaltò il predellino; prima apparve un piede, elegante, con una scarpa nera, poi Anna vide la gonna, e subito dopo riconobbe l’imperatrice, la figura sottile, distinta e raffinata, il volto velato. Faceva un passo dopo l’altro con estrema attenzione, come una ballerina all’inizio di un assolo. Dietro di lei, saltò fuori dal cocchio sua nipote Marie Wallersee; la giovane baronessa parlava senza sosta all’imperatrice, mentre arrivavano il padre di Marie, ossia Ludwig di Wittelsbach, il fratello dell’imperatrice, e un altro paio di ospiti.

 

Avrebbe potuto prossimamente accompagnare di nuovo la zia a Gödöllo, in Ungheria, e, una volta lì, avrebbe potuto cavalcare i suoi splendidi cavalli? La zia sapeva chi avrebbe vinto il derby quest’anno? Marie idolatrava l’imperatrice. Cinque anni prima Elisabetta aveva invitato per un lungo periodo di tempo la ventitreenne nel suo castello ungherese, e da allora Marie era rimasta ammaliata dalla sua aura inavvicinabile. L’imperatrice era la regina delle fate, l’incarnazione dei sogni di tutte le fanciulle. Questo era il motivo per cui si tolse il velo solo dopo essere entrata nel giardino: lei, venerata da tutti come la più grande bellezza del suo tempo, non voleva che l’immagine della giovane imperatrice venisse offuscata dal suo aspetto da quarantenne.

 

Anche Eduard Sacher accorse per salutare l’imperatrice insieme alla sua giovane sposa. Eduard si piegò in un inchino, Anna sprofondò in una riverenza un po’ maldestra. Alcuni giorni prima, il conte Wilczek le aveva mostrato come si salutavano i membri della casa regnante. Il conte era arrivato, a mo’ di avanguardia, al Sacher-Garten appena inaugurato, e aveva fatto intendere che c’erano buone probabilità che Sua Maestà decidesse di visitare quel locale di così grande successo. Anna gli aveva quasi gettato le braccia al collo dall’eccitazione e aveva pregato il conte di darle quella lezione privata di maniere di Corte a cui doveva la suddetta riverenza. Subito dopo, Anna si affrettò in cucina dal capo cameriere, che sarebbe già dovuto andare da tempo dall’imperatrice con un bicchiere di latte. A Elisabetta piaceva bere latte, un’altra cosa che Anna aveva appreso da Wilczek; pensava così di fare una bella sorpresa alla nobildonna.

 

«Svelto, il bicchiere di latte, dove l’avete messo?»

 

«Adesso? Subito? Prima di pranzo?»

 

«Dammelo, vado io dall’imperatrice», disse Anna, seguendo un’idea improvvisa. Così avrebbe potuto avvicinarsi a lei. Com’era distinta e signorile! Anna non aveva mai incontrato qualcuno come lei. Il modo in cui teneva la testa, la schiena dritta come un fuso, le mani delicate.

 

«Grazie di cuore. È lei la giovane moglie del mio fornitore di Corte?»

 

«Sì, Maestà», balbettò Anna. Si fece rossa in volto come un tacchino; non aveva pensato che l’imperatrice le avrebbe rivolto la parola. Poi Elisabetta levò il bicchiere portandoselo alla bocca, e ogni suo movimento era leggiadro, non c’era nulla di artificiale o studiato.

 

[…]

 

Anna guardò furtivamente nel giardino e vide l’imperatrice sorridere. Le sue guance erano leggermente arrossate rispetto a quando era arrivata nel Sacher-Garten. Era immersa in una vivace conversazione con suo fratello, e sua nipote Marie pendeva dalle sue labbra. Per cortesia aveva mangiato, anche se con parsimonia, qualcosa dell’antipasto e del piatto principale, adesso però sembrava mangiare con gusto la Sachertorte. Si portava alla bocca un boccone dietro l’altro, sempre con un po’ di panna montata sulla massa color marrone scuro. Nessuna traccia di anoressia. Se non era questo il più bel complimento per il Sacher-Garten!