L'estinzione della classe contadina

Saggi e narrazioni

L'estinzione della classe contadina

La “civiltà contadina” dell'Europa, un mondo di riti, tradizioni e credenze la cui storia può essere tracciata a ritroso in maniera sostanzialmente ininterrotta per quasi seimila anni, è alle soglie della scomparsa. Nel passo che segue, tratto dal Prologo di Contadini, Patrick Joyce riflette sui rischi legati a questo cambiamento epocale e sulla minaccia di perdere, insieme al passato, anche una parte importante di noi stessi.

Un estratto dal Prologo del libro

L’agricoltura ha fatto la sua comparsa in Europa all’incirca 8500 anni fa nella regione che costituisce attualmente la Turchia, per poi diffondersi verso nord e ovest, manifestandosi infine in Gran Bretagna, Irlanda e nell’Europa settentrionale più o meno 6000 anni fa. C’è stato un tempo, non così lontano da noi nel più ampio ordine delle cose, in cui la stragrande maggioranza degli esseri umani nel mondo lavorava la terra, perciò potremmo dire che in un modo o nell’altro siamo pressoché tutti figli di contadini. Ora tutto ciò sta giungendo alla fine, scompare davanti ai nostri occhi disattenti. Si conclude una storia durata migliaia di anni.

 

Nell’introduzione alla sua straordinaria opera sull’esperienza contadina nel tardo Novecento, intitolata Into Their Labours, John Berger scrive che i contadini sono essenzialmente e per natura dei sopravvissuti. E poi prosegue: «Per la prima volta in assoluto è possibile che la classe dei sopravvissuti non sopravviva. Nel giro di un secolo potrebbero non esserci più contadini. Se i piani funzionano come i pianificatori economici hanno previsto, nel giro di venticinque anni in Europa occidentale i contadini saranno scomparsi». Berger ha scritto queste parole più di un quarto di secolo fa e ha grossomodo colto nel segno. Gli economisti hanno vinto. Mentre scriveva Into Their Labours sapeva già che, dopo millenni, «la notevole continuità dell’esperienza contadina e della visione contadina del mondo acquista, minacciata com’è di estinzione, un’urgenza inedita e imprevista».

 

Nel XX secolo, dagli anni Cinquanta in poi, questa estinzione ha assunto una portata mondiale, dal momento che la maggioranza della popolazione ha iniziato a condurre una vita urbanizzata. Come ha riconosciuto il grande storico sociale Eric Hobsbawm, questo cambiamento è probabilmente di gran lunga il più importante tra quelli, pur altrettanto smisurati, a cui il mondo contemporaneo ha assistito: «Il mutamento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del Ventesimo secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo del passato, è la morte della classe contadina. Infatti, sin dall’età neolitica la maggior parte degli esseri umani era sopravvissuta grazie alla terra e al bestiame o aveva sfruttato il mare dedicandosi alla pesca. Con l’eccezione dell’Inghilterra, i contadini e gli agricoltori restavano una quota massiccia della popolazione occupata perfino nei paesi industrializzati fino alla metà del ventesimo secolo».

 

Se siamo tagliati fuori dal passato, siamo tagliati fuori anche da noi stessi. John Berger pone a epigrafe di Into Their Labours il versetto 4:38 del Vangelo secondo Giovanni: «Altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Noi siamo in effetti subentrati alla fatica dei contadini, e siamo pertanto in debito verso di loro, un debito che abbiamo anche nei confronti di noi stessi. Ma i debiti si dovrebbero rimettere. Se in un certo senso siamo fondamentalmente figli di contadini, allora riusciremmo forse a redimerci onorando i nostri antenati, perché i figli dovrebbero senz’altro portare rispetto ai genitori, ovvero agli avi.

 

Forse, più che rispetto, ciò che si deve rendere loro è omaggio, che sarebbe a dire la manifestazione pubblica del rispetto. Questo libro rappresenta dunque il tentativo di rendere omaggio, di ricordare la bontà dei contadini, di riconoscerne la dignità, di riflettere sulla delicatezza e la grazia di coloro che tanto spesso sono stati definiti ignoranti e rozzi, per le migliaia di insulti che hanno tollerato, da vittime della storia quali tanto spesso sono stati e tuttora sono. La loro cultura è stata ricca e complessa, e sempre di più lo è diventata, nonostante le privazioni che tanto di frequente si sono ritrovati a subire, perciò si tratta anche di una storia di umiliazione e sottomissione. Il rispetto deve tenerne conto, riconoscere le forze che li hanno dilaniati oltre a quelle che li hanno uniti, scaturite dall’interno come dall’esterno.

 

I contadini sono stati, e per certi versi ancora sono, le fondamenta che sostengono l’edificio della società nel suo complesso, benché si tenda a dimenticare anche questo aspetto. Per buona parte della storia gli individui hanno condotto l’esistenza dei contadini, e per secoli gli imperi sono sopravvissuti reggendosi sulle loro spalle. I possidenti hanno ricevuto denaro che non si erano guadagnati con il proprio lavoro, e imposto l’ordine tra i contadini per conto dello Stato, il quale a sua volta dipendeva dalle loro tasse. Ed essi ne hanno combattuto le guerre. Ricordare ciò che i contadini hanno sopportato è un debito che abbiamo, sia verso coloro che sono sopravvissuti sia verso coloro che sono scomparsi. Se vorremo essere meno stranieri a noi stessi, dovremmo riconoscere che i contadini sono parte di noi.